- Il ministro dell’Interno annuncia che sui moduli ufficiali per la carta d’identità elettronica non si leggerà più la dizione «genitore 1 e genitore 2». «Mi considerano un troglodita per questo? Allora sono fiero di esserlo».
- Il sindaco di Sesto dimostra che opporsi ai diktat Lgbt si può. Il forzista Roberto Di Stefano rifiuta di iscrivere all’anagrafe come figlio di due donne il bimbo di una coppia lesbica: «La legge non lo consente, non posso essere io a forzare la mano».
Lo speciale contiene due articoli
«È una piccola cosa, un piccolo segnale», dice Matteo Salvini. Ma tanto è bastato a far esplodere un putiferio. Quanto accaduto ieri è sintomatico della condizione in cui si trovano il nostro Paese e l’Europa più in generale. Nell’Occidente odierno, dichiarare che per fare un figlio servono un padre e una madre diventa un’eresia. Si va incontro al linciaggio mediatico.
Spiegare che i bambini nascono dall’unione di un uomo e di una donna non è fanatismo religioso, non è bigottismo spinto o intolleranza cattofascista: è, semplicemente, biologia. Eppure, di questi tempi, la scienza viene difesa a spada tratta solo quando si tratta di insultare i no vax. Se ci sono di mezzo i presunti diritti delle coppie arcobaleno, invece, si può sovvertire senza problema qualunque cosa: natura, cultura, tradizione, democrazia…
In un’intervista a La Bussola quotidiana, Salvini ha dichiarato: «La settimana scorsa mi è stato segnalato che sul sito del ministero dell’Interno, sui moduli per la carta d’identità elettronica c’erano “genitore 1″ e “genitore 2″. Ho fatto subito modificare il sito ripristinando la definizione “madre” e “padre”. È una piccola cosa, un piccolo segnale, però è certo che farò tutto quello che è possibile al ministro dell’Interno e che comunque è previsto dalla Costituzione. Utero in affitto e orrori simili assolutamente no».
Il processo per reintrodurre la dicitura «padre» e «madre», in realtà, sarà un pochettino più macchinoso. La volontà politica è evidente e cristallina. I tecnici del Viminale stanno approfondendo la questione a livello legislativo, ma intanto l’odiosa definizione di «genitore 1 e 2» è sparita dai moduli della carta d’identità elettronica, sostituita da «genitori». Che non sarà il massimo, ma rispetto a prima è un mezzo miracolo.
In un lampo, tuttavia, le forze progressiste sono esplose di rabbia. Marilena Grassadonia, a nome delle Famiglie arcobaleno, ha accusato il ministro di essere «lontano dalla realtà». Sentite la sua argomentazione: «In Italia ci sono tantissime famiglie con figli che hanno due mamme o due papà, riconosciute da sentenze di tribunale. È una realtà sociale che deve essere riconosciuta anche dalla realtà amministrativa e burocratica».
Ma scusate, forse i bambini li fabbricano i giudici tramite sentenza? Basta compilare un modulo e si ottiene il pupo bello e impacchettato? Credere che i piccoletti nascano dagli scartafacci tribunalizi è come credere che nascano sotto i cavoli, no? Eppure la portavoce dell’associazione Lgbti continua: «Inserire in un modulo vecchie diciture quando gli uffici stanno dando dignità a tutte le realtà è solo un’affermazione propagandistica e ideologica. Ed è imbarazzare commentare queste iniziative del ministro dell’Interno quando i nostri figli hanno ormai quasi 18 anni».
Quindi «padre e madre» sarebbero «vecchie diciture»? E da quando? Ci dovrebbe spiegare, la signora Grassadonia, come nascono i bambini secondo lei. Ripetiamo: è scienza, non superstizione. Per fare un figlio servono un individuo maschile e uno femminile. Punto. Nessuna novità tecnologica, nessuno strumento digitalizzato permette di creare una vita senza questi due elementi. Se il padre o la madre non compaiono sui certificati è perché vengono occultati, si fa finta che non esistano, si preferisce cancellarli, come si facevano con i nemici del popolo in Unione sovietica.
Invece, padri e madri esistono. Magari sono donne che, dietro pagamento, noleggiano il proprio utero, consentendo una vergognosa manipolazione del corpo femminile. O magari sono anonimi donatori di sperma, anch’essi retribuiti e poi fatti svanire. Facciamo finta di niente, però da qualche parte queste persone respirano e parlano, e meriterebbero una dignità. Sono individui che stanziano nell’ombra, che vengono utilizzati e poi gettati via, come se fossero macchine da riproduzione e poco più. Come spiega la sociologa Daniela Danna, la donna che si presta alla gestione per altri, nei fatti, «mette sul mercato il suo rapporto di filiazione con un nascituro, in concreto mettendo sul mercato la sua capacità di procreare e il nascituro stesso». È sfruttamento della vita, né più né meno.
Ma la sinistra «dei diritti» se ne frega bellamente. «Non sarà un Matteo Salvini qualunque con il suo 17%, a togliere ai bimbi delle Famiglie arcobaleno le loro 2 mamme o 2 papà!», grida su Twitter Monica Cirinnà del Pd. «Il ministro retrogrado e fascistoide ha solo aggravato la burocrazia. Ma stia “tranquillo” l’amore vince sempre». A parte il fatto che, in questa vicenda, l’amore non c’entra proprio niente, qui gli unici che tolgono qualcosa a qualcuno sono proprio i cari progressisti. Sono costoro che levano ai bambini madri e padri naturali.
Se su tutti i moduli comparissero le voci «padre» e «madre», il «figlio di due mamme» si troverebbe, all’improvviso, di fronte alla realtà. Dovrebbe notare che alla voce «padre» non c’è scritto nulla. E dovrebbe domandarsi: chi è questa persona che mi ha fatto venire al mondo? È per evitare di dare una risposta a tale quesito che qualcuno si è inventato una neolingua burocratica neutra.
Salvini, in realtà, si è limitato a cambiare un modulo, e a ribadire alcuni concetti che sono contenuti – pensate un po’ – in un testo chiamato Costituzione italiana. La quale, all’articolo 29, recita: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Poco, oltre, all’articolo 31, la Carta precisa che «la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo».
È esattamente ciò che intende fare Salvini: «L’obiettivo che mi pongo da qui fino a fine governo è introdurre il concetto di quoziente familiare, in modo da premiare la natalità e la scommessa sul futuro», ha detto. «Intanto il primo obiettivo è sostenere la parte produttiva attraverso un abbassamento delle tasse: se già riusciamo ad aiutare le partite Iva, i produttori, i commercianti, gli artigiani, i piccoli imprenditori, è un primo passo. Anche loro sono padri e sono madri, un euro di tassa in meno è un euro in più per i figli».
Per altro, se proprio vogliamo dirla tutta, la polemica è esplosa su una minuzia. Riguarda una carta che si deve compilare onde ottenere un documento digitale. Su altri documenti ufficiali, ad esempio il passaporto, le diciture «padre» e «madre» sono presenti.
Salvini, come al solito, tira dritto: «Per la sinistra, difendere il concetto di mamma e papà significa essere “trogloditi”», scrive su Twitter. «Allora sono orgoglioso di essere un troglodita!».
Che lo definiscano «troglodita», in realtà, testimonia il livello di paranoia a cui siamo giunti da queste parti. Fioccano accuse allucinanti solo perché un esponente del governo si è permesso di ribadire un’ovvietà. Sembra la nuova versione di un vecchio titolo di Cuore: «Tornano papà e mamma, panico tra i progressisti». Purtroppo, però, qui c’è ben poco da ridere.
Francesco Borgonovo
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