- La clamorosa denuncia di due autorità mediche inglesi: somministrati farmaci per bloccare la pubertà senza adeguate verifiche. I ragazzi indirizzati verso la transizione di genere con troppa superficialità.
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Lo speciale contiene tre articoli
Il Gender identity development service (Gids) ha sede nella zona Nord di Londra, all’interno del Tavistock Centre. Dipende dall’Nhs, il servizio sanitario nazionale britannico. È l’unico centro del Regno Unito a occuparsi dei bambini e ragazzi che vogliono cambiare sesso. I pazienti sono tutti minorenni, e vengono ovviamente accompagnati dai genitori. Negli ultimi cinque anni, il numero di richieste pervenute al Gids è cresciuto in maniera esponenziale, passando da 468 a 2.519 all’anno: l’aumento è del 400%. Da mesi, dunque, in Inghilterra si discute parecchio del problema: possibile che ci siano così tanti minorenni decisi a intraprendere il doloroso percorso della transizione sessuale? Il fatto è che, molto probabilmente, dietro questa esplosione di richieste si celano parecchi fattori sociali e politici, ma farli emergere è parecchio complicato, poiché si rischia di urtare la sensibilità degli attivisti Lgbt. La situazione, tuttavia, è piuttosto grave, e lo dimostra quando sta accadendo all’interno del Tavistock Centre.
Tutto è iniziato quando alla stampa britannica è giunta notizia di un report interno firmato da David Bell. Questo signore non è uno qualsiasi. È stato presidente della Società psicanalitica britannica, è considerato un luminare nel suo campo e, soprattutto, è stato a capo del personale clinico del Gids. Il dottor Bell ci è andato giù pesante: ha spiegato, in buona sostanza, che il servizio per il cambio di sesso dei minorenni non è in grado di valutare adeguatamente i suoi giovanissimi pazienti. Non solo: ha detto che il Gids riceve parecchie pressioni «politiche», in particolare da parte degli attivisti che lottano per i diritti dei trans. Dopo l’uscita di Bell, la dottoressa Polly Carmichael (direttrice del Gids) ha dovuto ammettere pubblicamente che, in effetti, il suo centro riceve parecchie pressioni. Ma ha negato ogni tipo di negligenza. Caso risolto? Niente affatto. Pochi giorni fa, sul Tavistock Centre è piovuto un altro macigno.
Uno dei vertici del Tavistock & Portman Nhs foundation trust, Marcus Evans, ha dato le dimissioni. Costui è uno stimato psicoterapeuta, e faceva parte della fondazione che guida il Gids. Le motivazioni del suo addio le ha spiegate in un lungo articolo pubblicato dal quotidiano Daily Mail. In sostanza, Evans ha battuto sugli stessi tasti toccati da David Bell. «Il Gender identity developmente service», ha scritto Evans, «è stato accusato di essere troppo veloce nell’offrire cure mediche a bambini e ragazzi (farmaci che bloccano gli ormoni). Trattamenti che hanno conseguenze di vasta portata sconosciute e che, senza una sufficiente esplorazione dei sentimenti e delle motivazioni del bambino, possono avere effetti devastanti sulla sua vita, la sua identità e il suo sviluppo».
Evans accusa il Gids di voler evitare il problema. Sostiene che bisognerebbe affrontare di petto la questione, e chiedersi se non si stiano spingendo tanti ragazzini a cambiare sesso anche se non è assolutamente necessario. A suo dire, i medici che si occupano del cambio di sesso dei minorenni subiscono troppe pressioni, e prendono decisioni affrettate e pericolose. «C’è pressione da parte del bambino che si trova in stato di angoscia», spiega Evans. «C’è pressione da parte della famiglia e degli amici, c’è pressione da parte delle lobby pro-trans. E tutto questo mette sotto pressione il medico, che vorrebbe aiutare il paziente a risolvere il suo stato d’angoscia fornendo una soluzione rapida».
Già: i medici che dovrebbero valutare se i minorenni possono o no diventare trans non hanno la serenità per decidere. Vengono stressati dalle famiglie in difficoltà (ed è comprensibile) ma pure dalle «lobby pro trans» (e questo è decisamente inaccettabile). Questo è il punto più drammatico della faccenda. Due medici autorevoli che non si possono certo accusare di omofobia spiegano che il centro per il cambio di sesso «si è piegato alle pressioni di lobby pro trans altamente politicizzate». Tradotto, significa che – per non avere problemi – il Gids ha somministrato a una marea di minorenni i farmaci per bloccare la pubertà anche se non era il caso.
Leggendo il report firmato da David Bell si capisce che i ragazzini subiscono un fortissimo condizionamento sociale. E i medici, invece di affrontare con cautela il loro disagio, passano subito alla via farmacologica. Secondo Bell, «il servizio non prende pienamente in considerazione fattori psicologici e sociali che influiscono sul contesto dei ragazzi – ad esempio se siano stati vittime di abusi, se abbiano patito un lutto o soffrano di autismo – e potrebbero influenzare la loro decisione di cambiare genere». Dal canto suo, Marcus Evans esprime grande preoccupazione. Spiega che molti dipendenti del Tavistock Centre hanno paura di esporsi e parlare pubblicamente. Temono di essere accusati di «essere transfobici o di avere visioni bigotte».
Non è tutto. Un gruppo di genitori di ragazzini trans si è rivolto al quotidiano britannico Guardian esprimendo preoccupazione «per il fatto che Gids stia instradando rapidamente i ragazzi verso decisioni che cambiano la vita senza valutare appieno le loro storie personali». Fanno bene a essere spaventati, questi genitori. Gli effetti a lungo termine dei farmaci che bloccano la pubertà sono sostanzialmente ignote. Lo ha spiegato, alla Bbc, il professore di Oxford Carl Heneghan, ma lo ammettono persino i ricercatori (assolutamente trans friendly) dell’Università di San Francisco.
Vediamo di riepilogare. Due medici molto autorevoli dicono che il centro inglese specializzato nel cambio di sesso dei minorenni somministra farmaci per il blocco della pubertà ai ragazzini con troppa facilità, esponendoli a rischi ancora sconosciuti. Il tutto perché esistono fortissime pressioni, anche politiche. Insomma: si mette in pericolo la vita di migliaia di minori per non indispettire un manipolo di attivisti pro trans che straparlano di «diritti».
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