Dopo i Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, anche un’autorità della storia come Niall Ferguson smonta la linea buonista e merkeliana del club di Bruxelles. Un progetto di integrazione così forzato e calato dall’alto da rischiare di produrre il risultato opposto.

È destinata a sciogliersi come un ghiacciolo abbandonato sulla spiaggia, a liquefarsi come una fetta di torta gelato dimenticata sul tavolo. Cosa rischia di fare questa fine liquida e appiccicosa che neppure Zygmunt Bauman poteva prevedere? «L’Europa e quel suo crogiolo di razze e di popoli in cammino che solo vent’anni fa lasciava presagire la felicità assoluta». Meglio precisare subito: non è l’ultima eccentrica teoria di Matteo Salvini declamata su Facebook e neppure il trentesimo punto del programma presentato da Luigi Di Maio agli elettori sulla piattaforma Rousseau per approvazione. Non è roba che si possa gettare nel cassonetto della differenziata con il triste birignao dipinto sui nasi radical chic della sinistra evoluta e indignata.

È il senso di un saggio pubblicato dal Sunday Times, dal titolo «Melting pot is melting down» («Il multiculturalismo europeo si sta sciogliendo», con un gioco di parole che non rende in italiano), scritto da un signore che difficilmente passa inosservato quando prende una penna in mano: Niall Ferguson, uno dei più prestigiosi storici viventi, un britannico cocciuto e raffinato che se non fosse seduto sulla cattedra di storia moderna all’Università di Harvard se ne starebbe volentieri (per sua ammissione) nella postazione di mitragliere su una Fortezza volante in missione notturna nel 1944 sui cieli della Ruhr. Ferguson ha sganciato la sua provocazione culturale e anche per i giovani turchi del Pd e le signore già a Capalbio con pareo di shantung e binocolo (per avvistamento migranti) è molto difficile dargli del cretino prima di leggere.

«Centodieci anni fa l’inglese Israel Zangwill definì il Melting pot. E celebrò gli Stati Uniti come un crogiolo gigante nel quale si fondevano celti e latini, slavi e tedeschi, greci e siriani, neri e gialli, ebrei e gentili, per formare un unico grande popolo», parte da lontano Ferguson. Per arrivare al dunque: «Un’immagine simile era balzata agli occhi all’inizio di questo secolo davanti all’Unione europea. Ma l’afflusso dei migranti da tutto il mondo sta avendo esattamente l’effetto opposto. Le migrazioni saranno il solvente fatale che farà sciogliere l’Unione europea e la Brexit è stata solo il primo sintomo della crisi».

Ferguson non è nato a Pontida, non vota Lega, non ha chiesto il reddito di cittadinanza e probabilmente non ha mai visto Beppe Grillo su un palco, ma parla da studioso e guarda caso sottolinea con stile dottorale ciò che una maggioranza definita di «barbari gialloverdi» sta provando a ripetere tra i fischi dell’establishment col broncio. L’articolo è illuminante: si passa dal definire «fallimentari» le politiche sull’immigrazione fortemente volute da un’Europa prigioniera del dirigismo di Angela Merkel al promuovere le ultime azioni italiane perché più convincenti, più comprensibili da parte dei cittadini. Si sottolinea lo scollamento fra il potere dei governi e le paure dell’uomo qualunque costretto a subire progetti di integrazione così forzati e così calati dall’alto da trasformarsi in lunari progetti di disintegrazione.

Ferguson punta il dito contro l’accoglienza globalistico-liberale, contro l’abbraccio diffuso per niente condiviso e interiorizzato che sta facendo tremare gli antichi palazzi dei grandi d’Europa, a cominciare dalla stessa Germania. Dopo la decisione di Salvini di chiudere i porti italiani in senso dimostrativo, il primo discorso di comprensione se non di solidarietà è arrivato proprio da Berlino, dove la Cdu – alleato vitale per la Kanzlerin – minaccia di lasciare l’esecutivo se non saranno rivisti in senso restrittivo gli accordi sui clandestini provenienti dall’Africa.

Sarà anche un tema scomodo, un tema ruvido con accenti urticanti, ma è un tema. Che ha nitidi profili visto da Harvard, ma fumose reazioni fra le anime belle dell’accoglienza diffusa «senza se e senza ma». Lo studioso analizza la vicenda dell’Aquarius come simbolo di una svolta, un cambio di passo e un grido di dolore insieme «per evitare che il sogno si sciolga definitivamente».

È curioso che tutto questo venga archiviato acriticamente come spazzatura. Perché, come direbbe José Mourinho, «mister Ferguson non è un pirla». Ma non lo è neppure Paul Krugman, economista premio Nobel celebrato dalle folle progressiste fino a quando non ha avuto l’ardire di commentare che «il debito pubblico non deve essere un dogma, un paese in crisi si deve risollevare uscendo dai parametri». E non è un pirla neanche Joseph Stiglitz, altro Nobel, quando sostiene che «l’euro è un esperimento andato male» e preannuncia «più sofferenza e più disoccupazione per l’Italia, in cui un governo euroscettico è il minimo della reazione che si poteva immaginare». Se lo dicono Alberto Bagnai e Claudio Borghi , il querulo Carlo Calenda chiama l’ambulanza.

Krugman, Stiglitz, giganti che improvvisamente diventano nani, vengono lasciati sul ballatoio e non hanno diritto di parola semplicemente perché analizzano ciò che passa davanti al naso di tutti. «Ceci n’est pas une pipe», alla René Magritte, e non c’è nulla di surreale. A chi si volta dall’altra parte e prefigura apocalissi divine, Ferguson dalla torretta del B29 ha ancora qualcosa da dire: «La fusione può essere ancora una buona opzione per gli Stati Uniti. Per l’Europa temo invece che il futuro sia una fissione, un processo così esplosivo da relegare la Brexit fra le note a pié di pagina della storia».

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