Domenica 30 settembre il popolo macedone sarà chiamato alle urne per dire la sua sull’approvazione o meno del trattato siglato questa estate con la Grecia attraverso il quale il Paese, in cambio di un ipotetico sostegno sul futuro cammino dell’integrazione europea e nordatlantica, rinuncerà al proprio nome e cambierà la sua costituzione.

In Macedonia è finalmente arrivato il momento della resa dei conti tra il governo socialista di Zoran Zaev, sostenuto dalle istituzioni centrali dell’Unione europea unitamente alle organizzazioni facenti capo alla fondazione Open Society di George Soros ed il presidente della Repubblica Gjorge Ivanov. La popolazione, con il referendum di domenica, dirà la sua sull’approvazione o meno del trattato siglato quest’estate con la Grecia attraverso il quale la Macedonia, in cambio di un ipotetico sostegno sul futuro cammino dell’integrazione europea e nordatlantica, rinuncia al proprio nome, si impegna a riscrivere metà della costituzione, perde la chiesa nazionale e sostanzialmente ammette d’avere una sovranità limitata sul proprio territorio.

La Macedonia, membro a pieno diritto delle Nazioni Unite col nome di Ex Repubblica Yugoslava di Macedonia e riconosciuta da praticamente tutte le nazioni del mondo, rischia di divenire, come ben sottolineato dallo stesso Ivanov durante il suo recente intervento all’Assemblea Generale dell’Onu, un nuovo, storicamente spiacevole, precedente storico che potrebbe avere in futuro effetti dirompenti sulla stabilità delle relazioni internazionali.

Qualora la maggioranza della popolazione andasse a votare al referendum ed il risultato accogliesse il trattato stipulato con Atene, che già negli anni Novanta si era formalmente impegnata a non ostacolare in alcun modo l’entrata di Skopje ai vari consessi internazionali, si legittimerebbe un colpo mortale al diritto dell’autodeterminazione dei popoli. Un Paese straniero si potrebbe arrogare in qualunque momento il diritto di pretendere modifiche alle altrui costituzioni ovvero limitarne la sovranità politica.

L’insistenza con cui la Grecia non intende riconoscere al vicino settentrionale il diritto all’uso di un nome storicamente legato alla storia ellenica in verità nasconde un assai più complesso intreccio di interessi geopolitici che potrebbe portare nuovamente alla destabilizzazione dei Balcani. Il cambio del nome in Macedonia del Nord implicherebbe simultaneamente anche la revisione di decine di leggi con cui, secondo i sostenitori del governo, si potrebbe aprirebbe la porta alla federalizzazione del Paese garantendo a livello nazionale eguali diritti anche alla minoranza albanese residente nel Paese, nonostante questi siano già oggi assicurati nelle zone di loro residenza.

Rimasto completamente isolato nella politica interna macedone, Ivanov si è eretto a portavoce praticamente unico dell’opposizione. Egli, utilizzando gli spazi istituzionali rimastigli a disposizione e lottando contro la censura della televisione pubblica controllata dagli uomini fedeli a Zaev, ha cercato nelle ultime settimane di convincere la popolazione a boicottare il referendum in modo da togliere qualsiasi possibile aura di legittimità all’attività del governo. Secondo i sondaggi più recenti difficilmente si potrà parlare di una parte vittoriosa e quasi certamente il governo proverà a presentare un’eventuale vantaggio dei favorevoli come una propria vittoria anche qualora non si raggiunga il quorum della metà degli aventi diritto al voto.

Numerose sono state le personalità internazionali, quali la cancelliera tedesca Angela Merkel ed il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che si sono avvicendate nel mese di settembre per aiutare la causa del governo macedone senza tuttavia mai rispondere alla domanda di come possano accettare il fatto che la Macedonia fosse in passato un elemento costituente della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, da cui si è legalmente distaccata, e successivamente da tutti riconosciuta come indipendente se ora ne pretendono il cambio praticamente completo di costituzione e nome. I Balcani sono una regione che in fatto di precedenti storici non ha mai risparmiato nessuno. Ogni maggiore evento politico avvenuto a est di Trieste ha sempre avuto conseguenze profonde sulle dinamiche mondiali.

Qualunque dovesse essere il risultato finale, il referendum macedone su un accordo stipulato tra la Repubblica di Grecia e la Controparte – tale è la dicitura ufficiale del documento firmato tra Skopje ed Atene – porterà comunque il Paese ad una crisi politica che si protrarrà almeno fino all’elezione del nuovo presidente della Repubblica prevista a primavera prossima.

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