- Trattative serrate nel Regno Unito per evitare l’opzione «no deal»: lunedì Theresa May presenta il suo piano B Se non si trova l’accordo, l’Ue rischia di perdere i 45 miliardi che la Gran Bretagna le deve per il divorzio.
- Se non esce prima di maggio, anche Londra potrebbe partecipare alle elezioni aggiungendo altro caos e scenari imprevedibili a una situazione già complicata
Lo speciale comprende due articoli.
Dopo la bocciatura del suo piano per la Brexit di martedì sera e la mozione di sfiducia evitata ventiquattro ore più tardi, il premier britannico Theresa May è stato costretto, dopo quasi due anni di negoziati, ad aprire i tavoli di discussione con i partiti d’opposizione alla Camera dei Comuni. Il suo ufficio ha spiegato ieri che il premier è determinato a far rispettare i «principi» della sua Brexit durante i colloqui avviati dopo la batosta alla Camera dei Comuni sul suo accordo per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Lunedì, comunque, presenterà un «piano B», che sarà poi votato il 29 gennaio.
Il portavoce di Downing Street ha parlato ieri alla stampa sottolineando la disponibilità del premier ad ascoltare «con spirito costruttivo» le richieste e le indicazioni dei vari gruppi ma, non appena gli è stato chiesto quanto Theresa May fosse disposta a cedere sulle sue linee rosse, ha spiegato: «Vuole onorare il risultato del referendum». Ciò significa no all’unione doganale e no a un secondo referendum, le due opzioni caldeggiate dai partiti che si sono seduti al tavolo con lei.
Onorare l’esito della votazione del 23 giugno 2016, secondo la May, che considera una nuova votazione il più grave tradimento del suo popolo, implica una politica commerciale indipendente (ecco spiegato il no all’unione doganale). Il portavoce di Downing Street ha però indicato nei diritti dei lavoratori e negli standard ambientali i due temi su cui il premier è aperta a discussioni. Eventuali concessi al Partito laburista aprirebbero la strada a una versione ancora più soft della Brexit.
Ma i colloqui sono partiti con il piede sbagliato. Il premier May ha incontrato i vertici del Partito liberaldemocratico, del Partito nazionale scozzese e del gallese Plaid Cymru. Ma non Jeremy Corbyn, leader del maggior partito d’opposizione, che ha chiesto al premier conservatore, quale precondizione per dialogare, l’impegno a escludere dal tavolo l’ipotesi dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza un accordo, cioè il caso «no deal», quello che più preoccupa Londra ma anche Bruxelles. Theresa May, che pur non ha chiuso la porta, si è detta «delusa» dall’atteggiamento di Corbyn, convinta che il leader laburista, nonostante la mozione contro il governo da lui presentata e bocciata mercoledì sera dalla Camera dei Comuni, punti ancora a sfiduciarla per portare il Paese a elezioni anticipate. Per Corbyn rimane, infatti, questa la strada migliore per «uscire dal vicolo cieco» in cui è finita la Brexit. Tuttavia, dopo il flop della mozione e sotto la pressione del suo partito, il leader laburista ha iniziato a valutare anche l’opzione di «una nuova consultazione pubblica», cioè un secondo referendum.
Nel frattempo, i 27 Paesi dell’Ue hanno iniziato a lavorare sui piani per far fronte allo scenario «no deal». All’inizio dei negoziati, il Regno Unito si divideva tra chi sosteneva la «soft Brexit» e chi la «hard Brexit». Ora, con un unico piano sul tavolo, quello di Theresa May bocciato dai ribelli nel Partito conservatore perché ritenuto troppo morbido, lo scenario più duro è quello dell’uscita senza accordo.
Un’eventualità che vuole evitare anche l’Unione europea, come dimostra una dichiarazione del portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, che ieri ha spiegato, in merito ai contatti tra Bruxelles e Londra, che «il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il premier britannico Theresa May non hanno parlato, ma sono in contatto via sms». La paura del «no deal» nelle stanze europee è provata anche da quando detto da Michel Barnier, capo negoziatore dell’Ue per la Brexit: «Se il Regno Unito sposterà i suoi paletti, faremo altrettanto». Il suo auspicio è che le consultazioni avviata dal premier britannico possano portare a «una nuova fase» delle trattative, per arrivare a un divorzio «ordinato».
È evidente dalle parole dei leader europei il timore del «no deal», ipotesi che spesso viene descritta come spaventosa per Londra ma che sta iniziando a intimorire anche Bruxelles. Per tre ragioni. La prima è politica: impedendo un’uscita «ordinata» a suon di no, l’Unione europea alimenterebbe i sospetti di chi la ritiene un meccanismo dal quale è impossibile uscire anche volendolo. Le altre due ragioni sono economiche. Una riguarda l’assegno di divorzio che il Regno Unito ha accettato di versare all’Unione europea per saldare i conti della Brexit: 39 miliardi di sterline (circa 45 miliardi di euro), che Bruxelles non incasserebbe in caso di «no deal» venendo meno l’accordo che li prevede. L’altra riguarda i servizi finanziari, per i quali Londra è piazza fondamentale a livello europeo e mondiale (il Regno Unito, invece, importa dall’Ue soprattutto merci). In caso di uscita senza accordo, infatti, i singoli governi europei sarebbero costretti, per salvaguardare le prestazioni dei servizi finanziari, a trattative bilaterali con Londra. Che rischiano di essere complicate ma soprattutto, ed è ciò che spaventati mercati e investitori, lunghe.
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