L’Ecofin approva due nuove regole che penalizzano le nostre banche
ANSA
  • Tranne Italia e Grecia, tutti i Paesi membri votano a favore delle norme per aumentare il patrimonio e ridurre il rischio di crac. Il nodo: la mancanza di condivisione dei rischi, osteggiata da Angela Merkel.
  • Dal 2020 sarà obbligatorio comunicare al fisco anche schemi legali ma potenzialmente aggressivi per l’erario.

Lo speciale contiene due articoli.

Volti distesi, strette di mano e tanti sorrisi al termine del vertice Ecofin di ieri a Bruxelles. «L’accordo sul pacchetto bancario oggi ci consentirà di compiere progressi su altri elementi dell’unione bancaria», dichiara entusiasta il ministro delle Finanze bulgaro, Vladislav Goranov, che attualmente detiene la presidenza del Consiglio dei ministri dell’economia dell’Unione europea.

All’ordine del giorno la discussione sui requisiti patrimoniali da adottare per assicurare il buon funzionamento del processo di risoluzione di una banca (il cosiddetto bail in). La normativa europea prevede infatti che gli istituti siano dotati di un adeguato importo di patrimonio per assorbire le perdite in caso di dissesto e minimizzare le ricadute sui contribuenti.

I membri dell’Ecofin hanno discusso proprio dei due standard prudenziali che disciplinano questi casi. Uno di essi è il Tlac (la capacità di assorbimento totale delle perdite) e riguarda le banche di rilevanza sistemica, una trentina di istituti a livello internazionale ritenuti «troppo grandi per fallire». L’altro si chiama Mrel (il requisito minimo di passività eleggibili), è previsto dalla direttiva che disciplina il bail in e interessa tutte le banche dell’Unione europea. Dal momento che questi due parametri stabiliscono le riserve di capitale che le banche sono tenute ad avere per far fronte alle crisi, trovare un punto di incontro tra un numero di Paesi tanto diversi tra loro è particolarmente arduo.

La riunione di ieri non fa eccezione. Assente il ministro uscente Pier Carlo Padoan, per il nostro Paese sedeva al tavolo Maurizio Massari, rappresentante permanente per l’Italia presso l’Ue. Al momento di esprimersi sul merito, Grecia e Italia si sono astenute, una decisione che di fatto equivale a un voto contrario. Fonti del ministero dell’Economia e delle finanze spiegano l’astensione sulla base dal fatto che negli ultimi anni l’Ue ha adottato numerose misure per ridurre il rischio, senza che seguissero altrettanti passi in avanti sulla condivisione del rischio stesso.

Due aspetti, osservano da Via Venti settembre, che devono necessariamente muoversi in parallelo. Un giudizio analogo era stato espresso da Padoan nel corso dell’Ecofin di febbraio. Lo scetticismo dell’Italia sul tema dei requisiti patrimoniali non nasce oggi. Nel corso della relazione annuale dell’Abi svoltasi a luglio 2017, il presidente Antonio Patuelli esprimeva senza mezzi termini tutte le sue perplessità in merito. «Incombono nuove norme ulteriormente prudenziali come Mrel, Tlac e i principi contabili internazionali Ifrs9 che non debbono divenire altri pesanti incrementi di soglie patrimoniali, né ulteriori pesi regolamentari, né fonti di squilibri concorrenziali», sosteneva Patuelli. «Mrel e Tlac sono stati pensati in altre fasi economiche e politiche internazionali e vanno ripensati ed equilibratamente armonizzati con le altre cospicue misure già in vigore, comunque con lunghi preavvisi e gradualità di introduzioni».

Secondo Marco Zanni, eurodeputato di Enl, si sta andando nella direzione sbagliata. «Alzare il buffer (le scorte cuscinetto, ndr) di capitale non è il modo giusto per curare le banche», dice Zanni alla Verità, perché «si continua ad agire sugli strumenti che assorbono gli effetti delle crisi finanziarie, ma nulla viene fatto per prevenirle».

Proprio ieri il Financial Times scriveva che nel cammino di riforma verso l’unione bancaria il principale ostacolo era l’Italia. La presa di posizione all’Ecofin non deve trarre in inganno. Uno dei pilastri considerati fondamentali per la riforma del sistema bancario è proprio quella condivisione del rischio che molti Paesi del Nord, Germania in testa, si rifiutano di introdurre.

Primo fra tutti il tanto agognato schema comune di assicurazione dei depositi (Edis), l’analogo europeo del Fondo interbancario di tutela, che solo qualche giorno fa un portavoce di Angela Merkel ha definito «un progetto morto». La strategia della cancelliera evidentemente è quella di portare acqua al mulino dei propri interessi.

Una tattica vincente, a quanto pare. Secondo le indiscrezioni riportate dal giornale online Lettera 43, la Germania avrebbe infatti chiesto e ottenuto di vedere esentate dalle nuove norme 13 banche regionali, quelle cioè che finanziano le infrastrutture e lo sviluppo del territorio e che fino a oggi Berlino è riuscita fortunosamente a tenere fuori dal perimetro della vigilanza europea.



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