Il deficit, la Grecia, i tagli alla sanità. Le verità indicibili rivelate dal Covid
Parlamento Europeo (iStock)
Il dramma del morbo ha sconvolto i paradigmi delle nostre economie, ma ha anche rivelato che molti dogmi non erano validi. Senza trarne le dovute conseguenze, rischiamo però di non aver imparato nulla.

«Ma allora mi hanno sempre preso per il culo!». La frase resa immortale da Paolo Villaggio nel primo, cruciale Fantozzi diretto da Luciano Salce (1975) seguiva «tre mesi di letture maledette» suggerite dal Folagra, la «pecora rossa» della Megaditta che istruiva il ragioniere sui rudimenti dell’economia e del capitale dopo una cocente delusione d’amore. Fu lì che Fantozzi, battendo il pugno con rabbia antica, «vide la verità, e si turbò leggermente, o meglio, s’incazzò come una bestia».

Il momento Folagra dell’Italia e dell’Europa è la crisi da Covid, una botta inaudita alle vite, al morale e all’andamento di tutto il mondo sviluppato che ha sbriciolato i dogmi su cui si sono rette le coordinate delle politiche economiche, soprattutto all’interno del sistema europeo e della moneta unica. Questo immediato rimescolamento si apprezza soprattutto nella rapidità con cui banche centrali e governi – con l’eccezione di quello italiano – stanno inondando di liquidità le economie nel disperato tentativo di salvare l’esistenza delle imprese e il sostentamento delle famiglie. Ma non sembra produrre la reazione che invece scatenò nella mente di Ugo Fantozzi: scoprire che si può fare deficit senza morire, e che lo spread non dipende dalla dirittura morale del presidente del Consiglio, per esempio, dovrebbe indurre qualche «leggero sospetto» sull’uso che di questi spauracchi è stato fatto in anni neppure troppo distanti. Invece tutto passa in cavalleria: gli stessi protagonisti dicono senza problemi l’opposto di quanto affermavano fino all’altro giorno, senza un plissé. Un peccato, sia per la qualità del dibattito sia – soprattutto – per le conseguenze pratiche e politiche di ciò che sarà. A cominciare dal Consiglio europeo di giovedì, la cui scadenza sembra paralizzare l’azione di governo sul fronte economico.

Qualche esempio può essere d’aiuto. La recente intervista al Corriere della Sera del direttore del Mes, il tedesco Klaus Regling è stata così sintetizzata nel titolo: «Prestito? Per l’Italia non sarà un’altra Grecia». Nel testo, Regling spiegava che «curare quei problemi (di Atene, ndr) ha causato le difficoltà che la popolazione ha dovuto patire». Non è esattamente la versione che era stata data fino a ieri. Il non ancora presidente del Consiglio Mario Monti descriveva nel 2011 ai microfoni di Gad Lerner il Paese culla della democrazia come «manifestazione più concreta del grande successo dell’euro», e da Palazzo Chigi ha avuto modo di applicare attivamente tale considerazione. Anche il capo della task force per la riapertura dell’Italia, Vittorio Colao, ben più di recente ha dichiarato che «checché se ne dica, l’Europa si è comportata molto bene» sulla Grecia, e tutti dobbiamo «essere contenti» di come il «meccanismo europeo» ha gestito queste crisi.

Discorso molto simile vale per l’Italia. Il premier Conte ha apprezzato, trovandole doverose, le scuse rivolte al nostro Paese da Ursula von der Leyen, lasciata «sola» in molti frangenti, dalla gestione dell’immigrazione al fronteggiare l’emergenza Covid e quella economica. Sarebbe interessante contare i vertici del nostro Paese che hanno lamentato «in diretta» i torti che oggi vengono dati per scontati. Se si eccettua il rimbrotto di Sergio Mattarella dopo la devastante uscita di Christine Lagarde sugli spread, la norma è stata – negli anni – una litania sull’invariante necessità di «più Europa». A cominciare, ovviamente, dall’impostazione economica dei vincoli che, appena l’acqua è arrivata pericolosamente vicina al mento tedesco, sono magicamente saltati (pareggio di bilancio e patto di stabilità sono ormai favole a Berlino, ma armi da far balenare per il futuro agli occhi dei partner).

Ieri, per dire, la Francia ha fatto trapelare che il suo deficit 2020 – già atteso oltre il 3% prima del virus – arriverà al 9% del Pil, come minimo. Considerando che il denominatore subirà un devastante calo, l’ipotesi che il rapporto vada in doppia cifra non è peregrina. Germania a parte, l’Italia è stata per anni il Paese più ligio – a colpi di avanzo primario – nell’attenersi al tetto del 3%. Molti dei mercanteggiamenti a cui i nostri governi si sono appesi sono ruotati attorno a decimali di questo rapporto, con la minaccia che oltre un certo livello si sarebbe mandato a catafascio lo stato e tutta l’eurozona. Certo, l’Italia ha il debito pubblico alto. Sarà una condizione che accomunerà tutti già entro l’anno: la Francia arriverà al 120%, noi probabilmente al 160%.

L’altra improvvisa «scoperta» fantozziana è che una Banca centrale può creare moneta e comprare i debiti. Con nonchalance gli stessi giornali che per anni hanno trattato il debito pubblico come dannazione, fardello, ipoteca sul futuro, presentano come «innovativa» la possibilità, per le banche centrali, di cancellarlo senza conseguenze. Buono a sapersi.

Ancora: non si sente virologo, medico, amministratore, premier europeo, che non deplori gli stessi tagli alla sanità parlare dei quali portava, fino a ieri, all’accusa di essere cialtroni populisti. Addirittura, Walter Ricciardi, scomposto consigliere di Roberto Speranza ed ex candidato in Scelta civica, è riuscito a deplorare le stesse sforbiciate che il governo Monti ha attuato. Da ultimo, merita una riflessione la improrogabile necessità del «green new deal» sbandierata fino a poche settimane fa. Urgono Fantozzi che traggano conclusioni.

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