Stiamo svendendo i nostri simboli all’islam
A Bergamo, fissato il rogito per trasformare in moschea la Casa dei frati. A Firenze l’arcivescovo cede 8.000 metri quadri di terreno ai musulmani nel nome del «rispetto». E al cimitero di Pieve di Cento, dei teli oscureranno i crocifissi durante i riti di altre religioni.

Là dove c’era una chiesa ora c’è… una moschea. Come nel resto d’Europa, nel nostro Paese quello della conversione dei luoghi di culto cristiani è un fenomeno in rapida ascesa. Segno dei tempi che cambiano o minaccia alla nostra identità? La vicenda che ha fatto più scalpore risale appena allo scorso ottobre, quando l’Associazione musulmani di Bergamo si è aggiudicata all’asta la chiesa «Casa dei frati» di pertinenza degli ex Ospedali riuniti, messa in vendita dall’Asst Papa Giovanni XXIII, azienda sanitaria che fa capo alla Regione Lombardia. Come si legge nella delibera pubblicata mercoledì scorso, per aggiudicarsi l’immobile gli islamici orobici hanno messo sul piatto la ragguardevole somma di 452.000 euro (pari alla base d’asta di 418.000 euro maggiorata dell’8%). Così l’ha spuntata sulla comunità ortodossa romena, oggi usufruttuaria della struttura con il beneplacito della diocesi.

L’intenzione degli acquirenti è di trasformare l’edificio in una moschea. La questione è tornata in auge in questi giorni perché, a seguito dell’esito positivo delle verifiche preliminari, il rogito è stato fissato per metà mese. Una volta firmato l’atto tra l’Asst e l’Associazione, la Regione avrà 60 giorni di tempo per esercitare il diritto di prelazione. Questa almeno è l’intenzione annunciata dal governatore lombardo Attilio Fontana già all’indomani dell’asta, che avrebbe l’effetto di annullare la compravendita e sfilare la chiesetta dalle mani dei musulmani. Nell’eventualità che la Regione intraprenda questa strada, l’associazione ha già promesso una battaglia legale per chiedere conto all’amministrazione delle ragioni del ricorso. Giacomo Stucchi, già parlamentare e presidente del Copasir e oggi candidato sindaco a Bergamo per la Lega, spiega alla Verità che «in quella chiesa sono state battezzate migliaia di persone, ha una valenza notevole per tutta la comunità bergamasca ed è giusto che rimanga cristiana».

Diverso è il caso di Sesto Fiorentino. La moschea di prossima costruzione sorgerà su un terreno di 8.000 metri quadri di proprietà dell’Arcidiocesi di Firenze, che ha annunciato la volontà di cederli per 700.000 euro alla locale comunità islamica. «Offrendo la propria disponibilità a questa iniziativa», si legge nella nota diffusa a luglio del 2018 che annuncia la firma del protocollo tra la curia, il Comune, l’Università di Firenze e l’Associazione per la moschea di Firenze, «l’Arcidiocesi conferma il proprio impegno per il rispetto e l’ascolto delle altre fedi e tradizioni religiose, in ossequio a quanto insegnato dal Concilio Vaticano II, ribadendo la centralità della libertà religiosa quale “radice di ogni altro diritto e di ogni altra libertà”». La transazione ha avuto la benedizione (è proprio il caso di dirlo) del pastore fiorentino, cardinal Giuseppe Betori: «La trasformazione delle società occidentali in società multietniche, multiculturali e multireligiose è un dato di fatto e un futuro che ci attende ineluttabilmente». Sarà per questo che anche nel nostro Paese negli ultimi tempi stanno fiorendo esempi di location dedicate ai fedeli di diverse religioni: si va dalla funeral home pluriconfessionale a Modena, alla sala multiculto dell’ospedale di Prato, fino al progetto di ristrutturazione della cappella del cimitero di Pieve di Cento (Bologna), che prevede l’installazione di un sistema motorizzato di teli per oscurare i simboli religiosi della cappella in caso di cerimonie con rito diverso da quello cattolico.

Nel 2015 l’artista svizzero Christoph Buchel allestì all’interno della chiesa veneziana di Santa Maria della Misericordia una moschea con tanto di tappeti orientati verso la Mecca per protesta contro l’islamofobia. Piccolo particolare: l’installazione era perfettamente fruibile da parte dei fedeli musulmani. Sebbene la diocesi abbia precisato che dal 1973 la struttura è di proprietà di privati, la vicenda non ha mancato di suscitare scalpore, se non altro perché nessuno aveva autorizzato l’apertura di un nuovo luogo di culto.

Nel 2007 fece discutere la decisione di un sacerdote del trevigiano di riservare, allo scopo di favorire l’integrazione religiosa, alcuni locali della parrocchia alla preghiera e all’incontro di immigrati musulmani. Da registrare, nel 1999, la conversione della chiesa sconsacrata di San Paolino dei Giardinieri in una moschea, un gesto salutato dal Messaggero di Sant’Antonio come un «segno di fraternità» tra cattolici e musulmani.

Ma la posizione ufficiale della Chiesa è molto chiara. Nel corso di un’intervista rilasciata lo scorso dicembre al Messaggero, il cardinale Gianfranco Ravasi si è detto favorevole alla costruzione di nuove moschee, ma non alla trasformazione di chiese già esistenti in moschee, perché «le identità sono troppo diverse tra questi due luoghi di culto». La dottrina, se possibile, è ancora più esplicita. Se la Cei ammette pur con molte limitazioni la condivisione di spazi con i fedeli ortodossi, sulla carta tale possibilità è negata categoricamente ai seguaci di Maometto. Prima ancora di Ravasi, altri eminenti porporati si erano schierati contro la concessione di spazi ai musulmani. Tra questi, Francis Arinze, già presidente del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, e Stephen Fumio, ex presidente del pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. La Commissione pastorale per le migrazioni ha disposto nel 1993 che «le comunità cristiane, per evitare inutili fraintendimenti e confusioni pericolose, non devono mettere a disposizione, per incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese, cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure ambienti destinati alle attività parrocchiali». Più chiaro di così…

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