Dopo un anno
 nulla è cambiato: Ong e governo ci prendono per i fondelli
ANSA


Sequestrata a Pozzallo la nave degli attivisti spagnoli di Proactiva open arms. Il capo missione: «In Libia non ci sono porti sicuri Abbiamo disobbedito a Roma, non siamo complici». Fermati anche due africani presenti a bordo, sospettati di essere scafisti. Le false promesse vengono al pettine. Il caos immigrazione non è stato risolto nonostante le dichiarazioni del governo.

A poco meno di un anno di distanza, ci tocca rivedere lo stesso, pessimo film. La nave della Ong spagnola Proactiva open arms è stata posta sotto sequestro a Pozzallo proprio come accadde alla Iuventa, imbarcazione dell’organizzazione tedesca Jugend Rettet, fermata il 2 agosto scorso. L’accusa è sempre la medesima: associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. Sono identiche perfino le polemiche: gli attivisti «umanitari» si sbracciano e protestano, sostenendo che l’Italia abbia introdotto «il reato di solidarietà». Le animucce pie di casa nostra già sono scese il campo, a partire da Gad Lerner, secondo cui «il sequestro a Pozzallo della nave Proactiva open arms che ha tratto in salvo 218 migranti sembra anticipare le scelte politiche dei vincitori delle elezioni: criminalizzazione delle Ong, la solidarietà in mare diventa reato». Tutto già visto, tutto già sentito. Compreso il grottesco valzer di attacchi a Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania che per primo, parecchi mesi fa, ha avuto il coraggio di schierarsi contro i taxi del mare e che oggi continua a fare il proprio lavoro nonostante l’assalto mediatico.

Viene da chiedersi: ma la questione Ong non l’avevamo già risolta? Il governo ci aveva fatto credere che non ci sarebbero più stati problemi, grazie al meraviglioso «codice di condotta» elaborato da Marco Minniti con il benestare dell’Unione europea. Eppure, guarda un po’, adesso scopriamo che non abbiamo risolto proprio un bel nulla. Le Ong, in questi mesi, hanno continuato a operare nel Mediterraneo, con poche eccezioni. Vero, hanno traghettato sulle nostre coste meno migranti, ma questo perché le partenze dalla Libia sono state ridotte, almeno per qualche mese. Una situazione che presto, tuttavia, potrebbe cambiare.

Ora che la campagna elettorale è finita e che la bella stagione è in arrivo, pare che i flussi provenienti dal Nord Africa potrebbero aumentare di nuovo. Non lo diciamo noi, bensì il Viminale, che lo ha messo nero su bianco in una nota di cui ha dato conto il Messaggero sabato scorso. Tutto questo dimostra che il caos migratorio, nonostante i roboanti proclami di Minniti, del premier Paolo Gentiloni e di tutti gli altri, non è affatto concluso.

Non solo continuiamo a patire le conseguenze dell’immigrazione forzata dal punto di vista della sicurezza (stupri, omicidi, aggressioni, rivolte nei centri di accoglienza), ma non abbiamo messo la parola fine nemmeno sugli sbarchi. La questione Ong è stata semplicemente tamponata. Lo dimostra il fatto che i signori attivisti hanno continuato a seguire una sola legge: quella dell’ideologia. Riccardo Gatti, capo missione di Proactiva, lo ha detto chiaramente: «In Libia non ci sono porti sicuri e non vogliamo essere complici di quello che i governi italiano e libico hanno deciso in barba al diritto internazionale». Come a dire: ce ne freghiamo degli accordi internazionali e delle regole stabilite dalle autorità italiane, noi vogliamo portare i migranti sulle coste della Penisola. L’Ue, dal canto suo, si è limitata a sbuffare. La portavoce della Commissione europea per le migrazioni, Natasha Bertaud, ha dichiarato che «tutte le parti coinvolte» devono rispettare «il diritto internazionale, ma anche il codice di condotta italiano». Bella forza.

Nel frattempo, la nave spagnola è entrata in Italia e i migranti a bordo sono sbarcati qui (compresi due scafisti), mica a Malta o in Spagna. Dobbiamo soltanto sperare che gli investigatori riescano finalmente a inchiodare questi trafficanti travestiti da benefattori. E che arrivi presto un governo che, in materia d’immigrazione, non si limiti a raccontare frottole.

Francesco Borgonovo

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