No al rito abbreviato per il nigeriano accusato di aver massacrato Pamela
  • Ieri l’udienza preliminare per la morte della giovane, la folla fuori dall’aula insulta il nigeriano e il sindaco. L’accusato chiede scusa alla famiglia. L’avvocato dei Mastropietro non abbocca: «È solo una presa in giro».
  • Nelle carte macabri dettagli dello scempio. Tornano anche i sospetti di cannibalismo.

Lo speciale contiene due articoli.

«Anche sentirlo chiedere scusa… perdonare? Come si può? È una presa in giro». È quasi un rantolo, tra la rabbia e il pianto, quello di Alessandra Verni. Lei è solo due enormi occhi verdi velati di un’incessante tristezza, che guardano verso un altrove indefinito.

È minuta, insacchettata in una felpa rosa con una foto della sua «piccolina» e cerca rifugio nello sguardo del fratello, l’avvocato Marco Valerio Verni, che ha la forza di sostenere la parte civile senza far prevalere l’angoscia, mentre Stefano Mastropietro sembra ciò che resta d’ un uomo smarrito e sussurra: «Marco, ma come è andata?». È andata così: Innocent Oseghale, nigeriano 29 anni ora detenuto nel carcere di Forlì, sarà processato il 13 febbraio in Corte d’Assise per le accuse di omicidio volontario aggravato, violenza sessuale, vilipendio, occultamento e distruzione di cadavere. Saranno due giudici togati e sei cittadini di Macerata a stabilire se il 30 gennaio scorso quest’uomo che ha occhi di un nero inquietante e si è presentato ieri in tribunale con un pile blu, jeans e nessun accenno di contrizione nonostante la lettera in inglese che ha chiesto di leggere in udienza per chiedere scusa alla famiglia di Pamela, per dire che è disposto a pagare per quello che ha fatto (lui ammette solo di aver fatto a pezzi il cadavere) e che un errore lo ha commesso non chiamando l’ambulanza quando Pamela si è sentita male nella casa di via Spalato 35, ma che ha chiesto gli venga data una seconda possibilità – se quest’uomo, dicevamo, ha prima abusato, poi ammazzato e infine scempiato il corpo di Pamela Mastropietro, 18 anni, romana, fuggita da una comunità, la Pars di Corridonia, dove stava cercando di liberarsi del suo male di vivere.

Il corpo di Pamela fu ritrovato il 31 gennaio in due trolley lungo una strada a Casette Verdini: in quella rossa e blu lei aveva messo i suoi vestiti per tornare a Roma, da quella mamma che ora morde l’aria per sfuggire l’angoscia. La mattina del 30 gennaio, dopo che la notte prima un «bravo» signore le aveva offerto un letto e soldi in cambio di sesso, Pamela perse il treno: le ha dato un passaggio la morte. Sono passate da poco le due del pomeriggio e Alessandra, Stefano, babbo e mamma di Pamela, e il loro avvocato Marco, lo zio di Pamela, hanno vissuto cinque ore in apnea e brucia come una lacrima su di una ferita constatare come il loro dolore privato, la loro sacrosanta richiesta di giustizia si trasformi in un circo di domande e di telecamere, s’incanali in tunnel di formalità e di ciniche tattiche processuali.

Verrebbe da stracciare i sani principi e credere che abbiano ragione quelli – saranno una cinquantina – che dall’alba con un sit in davanti al Tribunale di Macerata chiedono giustizia sommaria. Sono un gruppo di persone che vengono da Roma e dal Nord Italia, si sono mobilitati su impulso di Maricetta Tirrito: hanno steso lenzuola con scritte rosso sangue e da ore gridano «Giustizia per Pamela». Hanno sfogato la loro rabbia prima contro Innocent Oseghale urlandogli «mostro», poi contro il sindaco di Macerata Romano Carancini – presente in udienza- che ha risposto «fascisti» a chi ha gridato «Io sto con Luca Traini» (che il 3 febbraio sparò per strada ferendo sei persone di colore: condannato a 12 anni per strage). Il clima è stato ed è di tensione in città anche se il sindaco ripete: «Non abbiamo bisogno di ultrà» e rivendica che il Comune si è costituito parte civile, così come i familiari di Pamela e il proprietario della casa di via Spalato teatro della mattanza. Nell’aula del gup Claudio Bonifazi l’udienza è andata avanti blindata. Gli avvocati della difesa – Simone Matraxia e Umberto Gramenzi, hanno provato a far saltare l’impianto accusatorio con un’eccezione: la mancata notifica all’imputato delle perizie svolte dal tossicologo professor Rino Froldi e dall’anatomopatologo professor Mariano Cingolani. Un’eccezione esiziale tesa a mettere a tacere due perizie di particolare peso e inquietanti. Ma il gup ha dato ragione al procuratore capo Giovanni Giorgio e al sostituto procuratore Stefania Ciccioli.

A quel punto la difesa ha chiesto il rito abbreviato condizionando all’ascolto di tre testi: il tossicologo Mauro Bracci, la farmacologa Paola Melai e Stefano Giardini, un detenuto del carcere di Ascoli dove per alcuni mesi è stato rinchiuso anche Oseghale. Questa testimonianza secondo Matraxia e Gramenzi è decisiva per smontare le dichiarazioni di un pentito, detenuto per lui ad Ascoli, al quale Oseghale avrebbe confidato di aver ucciso Pamela. La Procura non si è opposta al rito abbreviato, ma ha chiesto a sua volta di ascoltare i professori Cingolani, Frondi e il pentito. Alla fine il gup ha respinto la richiesta di rito abbreviato. Il procuratore Giovani Giorgio si è limitato a notare: «I tempi per la sentenza si allungheranno: sentiremo almeno 50 testimoni. Tenteremo, in accordo con i difensori, il patteggiamento sulla prova in modo da ridurre per quanto possibile il contraddittorio». «Per noi l’udienza è andata come doveva andare», ha detto l’avvocato Marco Valerio Verni, «certo la richiesta di scuse di Oseghale sa di presa in giro. Noi quelle scuse le rimandiamo al mittente. E ci tengo a dire che con noi in questo processo si è costituita parte civile tutta la nostra civiltà: basata sul rispetto e la convivenza. Quanto all’esito dell’udienza è positivo che Oseghale sia stato rinviato con tutte le accuse, anche per la violenza sessuale. Depositeremo altre perizie: quelle di Roberta Bruzzone che mostra come Pamela fosse in uno stato di minorità a causa dei farmaci che assumeva in comunità, di Luisa Reggimenti che conferma che le coltellate al fegato sono state date quando Pamela era ancora in vita, di Carmelo Funari che esclude l’overdose e quella di Marina Baldi che ha individuato sui trolley un secondo profilo genetico che non è stato valutato nel corso delle indagini». Per ottenere giustizia per Pamela che, dice Adriana Verni, «è ora la mia unica ragione di vita, ma anche un dovere verso tutte le ragazze italiane».


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