Né femminicidio, né patriarcato. Ora i media hanno perso le parole
Sharon Verzeni e Moussa Sangare (Ansa)
Menzionare le origini del killer di Terno d’Isola viene considerato razzismo, dato che il ragazzo «è italiano». Allora perché non leggiamo sui media le solite spiegazioni di quando un connazionale ammazza una donna?

Sembra che siano tutti d’accordo sul fatto che Moussa Sangare, l’uomo di 31 anni che ha ammazzato a pugnalate Sharon Verzeni, sia italiano. Figlio di africani, è ufficialmente cittadino, dunque italiano. Bene, perfetto: siamo appunto tutti concordi. Ma allora perché si scrive che egli ha commesso un omicidio senza motivo? L’agenzia AdnKronos lo ha definito «killer senza movente». Repubblica afferma in prima pagina che Sharon è stata uccisa «senza un perché» e così fa il Corriere della sera. La Stampa ribadisce che «non c’è un movente, non c’è una spiegazione». La versione prevalente è chiara: Moussa ha ucciso per motivi sconosciuti. Di più: suggerire che qualche ragione ci sia è da razzisti. Lo scrive chiaramente Avvenire: «Ogni speculazione politica sul delitto di Terno d’Isola, adesso che il presunto assassino è stato arrestato, è un’offesa a Sharon Verzeni, una donna che ha avuto in modo assurdo (forse il più assurdo, se vere le prime ricostruzioni) la sua giovane esistenza spezzata, e a tutti coloro che l’amavano, colpiti da un enorme dolore». Segnatevelo: è morta in modo assurdo. Prosegue il giornale dei vescovi: «C’è chi ha subito approfittato di quel nome, Moussa Sangare, dato in pasto ai social media prima ancora che emergessero elementi forti del suo coinvolgimento nel delitto -e in totale spregio della presunzione d’innocenza – per alimentare una meschina polemica sulla cittadinanza. […] Se Sangare risulterà colpevole, dovrà pagare senza sconti il reato abietto compiuto. Ma che c’entrano la sua origine maliana e i documenti italiani poi ottenuti? Che dire allora delle donne massacrate dai loro italianissimi compagni e dei genitori fatti scomparire o dei neonati maltrattati da nativi della Penisola dai caratteri caucasici? Ripugna fare questi confronti, ma si deve chiaramente affermare che c’è una vittima da rispettare insieme a un razzismo risorgente da evitare». Giusto, evitiamo ogni razzismo. Evitiamo speculazioni. E affermiamo chiaramente che Sangare è italiano. Ritorna però la domanda: se è italiano, come si può affermare che l’omicidio da lui compiuto non abbia movente? Come si fa a dire che Sharon è stata macellata senza un perché? Se Sangare è italiano, allora il movente dovrebbe essere chiaro: la nostra cultura patriarcale e discriminatoria che porta inevitabilmente al femminicidio. Risulta che sia questa la ragione per cui ha ucciso, ad esempio, Filippo Turetta: la persistenza del patriarcato. È stato detto, scritto e ripetuto. Non le turbe del Turetta, non un suo raptus, non la sua crudeltà, non il suo eventuale narcisismo. No: il sessismo sistemico, il patriarcato immortale. Questa era la causa, questa è sempre la causa di tutti i femminicidi. Tutti tranne uno: quello di Sharon Verzeni. Anzi, a ben vedere quello di Sharon non è nemmeno un femminicidio. La parola in effetti non compare da nessuna parte. Non si legge sulla Stampa o sul Corriere, non si legge su Repubblica. Anzi, Repubblica rimarca che la vita di Sharon è finita «senza una ragione né un motivo, ma per un scoppio di pure violenza fisica da parte di un estraneo». Sul giornale progressista Piero Colaprico commenta: «Le morti atroci di Giulia Tramontano e di Giulia Cecchettin, uccise dai fidanzati, hanno aiutato tutti (e tutte) a riflettere sui no! che bisognerebbe dire ai partner ossessivi, fasulli e violenti. Di fronte alla tragedia di Sharon, su che cosa riflettiamo?». Domanda curiosa. Perché su Moussa Sangare è italiano allora dovremmo svolgere le stesse riflessioni di sempre. Dovremmo dire che è stato spinto dalla disprezzo verso le donne che qui si respira ovunque. Dovremmo dire che è colpa della mascolinità tossica, del retaggio cattolico, del bigottismo, della disparità di genere, delle favole che opprimono Biancaneve e Cenerentola, del gender gap. Dovremmo finire tutti sul banco degli imputati, prenderci il nostro fardello di responsabilità come nazione, espiare e chiedere perdono, invocare rieducazioni e programmi speciali sulla affettività nelle scuole. E dove sono allora le mobilitazioni di piazza? Dove le manifestazioni del Pd? Dove gli articoli delle scrittrici impegnate sulla cultura dello stupro? Dove sono gli editoriali sulla emergenza femminicidio e le statistiche e le interviste allarmanti e gli appelli e i libri manifesto e le rampogne sui social? Perché al posto di tutto questo ci sono articoli sul movente inesistente e sull’omicidio inspiegabile e spiazzante «come un fulmine sulla spiaggia» (così Colaprico su Repubblica)? Se Moussa Sangare è italiano non vi è alcun dubbio: altro che assenza di ragioni, sono stati patriarcato, mascolinità tossica e cultura retrograda. Se Moussa è italiano, i movimenti sono chiarissimi, del resto sono sempre gli stessi per tutti i femminicidi italiani. E se Moussa è italiano, allora lui è come tutti gli altri: deve esserlo a prescindere dal nome e dal colore della pelle, dalla città e dal numero dei coltelli che possedeva e dalle droghe che assumeva e dai disturbi psichici che forse evidenziava. Perché Moussa è italiano, no?

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