Il piano per i migranti della sinistra danese. Espulsione in Ruanda e carcere in Kosovo
  • Il governo progressista di Copenaghen vuole arrivare a zero ingressi. Accordi con Kigali e Pristina per smaltire i flussi.
  • Tunisino violenta una ragazza a Roma e si fa un selfie accanto alla vittima. Le foto scattate con il cellulare sono adesso una prova a suo carico nel processo.

Lo speciale contiene due articoli.

Carceri sovraffollate, quartieri ghetto, criminalità diffusa, baby gang etniche che scorrazzano per le città. Sono questi i problemi che ogni governo europeo deve affrontare quando scorre l’agenda e si ferma alla voce «immigrazione». Certo, per la stampa di sinistra, il quesito neanche si pone: sono gli effetti collaterali dell’«accoglienza», ci dicono. Anzi, se l’integrazione non funziona, è colpa del razzismo strisciante che impregna le nostre società xenofobe ed etnocentriche. L’unico imperativo che vale è sempre lo stesso: «Restiamo umani». Naturalmente con il fondoschiena degli altri: tutti ricordano quando un paio di anni fa, a Capalbio, ci fu una vera sollevazione di popolo (pardon: di élite) per impedire l’installazione di un centro accoglienza nella ridente località maremmana. Accoglienti sì, insomma, ma mai all’interno delle Ztl.

Eppure, retorica no border a parte, il problema rimane: non è solamente «percepito» dalla popolazione, come dicono quelli bravi, ma è tragicamente vissuto soprattutto dalle fasce più deboli, cioè dalle «classi subalterne» di gramsciana memoria. Che poi, chissà perché, votano in massa i partiti di destra. Elementare, a questo punto, che persino alcuni governi di sinistra ne abbiano un po’ le tasche piene di ricevere applausi in televisione e ceffoni nelle urne.

Basti vedere quello che sta succedendo in Danimarca. Malgrado la fine prematura del primo governo di Mette Frederiksen, caduto soprattutto per una controversa gestione della pandemia, i socialdemocratici hanno comunque vinto le elezioni anticipate, registrando il loro miglior risultato da vent’anni a questa parte. Tuttavia, il punto qualificante del partito non erano mascherine obbligatorie vita natural durante, vaccinazione dei neonati, matrimoni Lgbt, adozioni arcobaleno e tutto il caravanserraglio che tanto piace alla sinistra italiana. No, il piatto forte della proposta era rappresentato dalla madre di tutte le battaglie della combattiva Frederiksen: «Zero immigrati in Danimarca».

Esatto: un partito di sinistra – peraltro di quella sinistra scandinava che per molti, dalle nostre parti, sarebbe un modello – ha vinto un’elezione con un programma di destra. Anzi, a leggere il progetto dei socialdemocratici danesi, si tratta di un programma che neanche Giorgia Meloni o Marine Le Pen hanno mai anche solo sognato di concepire: clandestini spediti in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la loro pena nelle carceri kosovare.

Ma attenzione: non si trattava affatto di una sparata elettorale destinata a finire in cavalleria a urne chiuse. Al contrario, è circa un anno che la Frederiksen sta portando avanti questo progetto, rallentato solo dalla caduta del suo primo esecutivo, avvenuta lo scorso ottobre.

La questione è semplice: la Danimarca ha raggiunto il 100 per cento del sovraffollamento delle sue carceri. Di conseguenza, alcuni detenuti possono scontare la loro pena in «prigioni aperte», dove la sorveglianza è ridotta ai minimi termini, oppure beneficiando di numerosi permessi. Cosa che, ovviamente, non garba più di tanto ai cittadini danesi. Di qui l’estremo rimedio: liberarsi di questi indesiderati ospiti inviandoli in Kosovo. L’accordo con il governo di Pristina è stato messo a punto già diversi mesi fa: Copenaghen ha affittato 300 celle nel carcere di Gjilan, che costeranno 15 milioni all’anno. Di più: una volta scontata la pena, i detenuti non faranno ritorno in Danimarca, ma sarà lo stesso governo kosovaro a espellerli dal territorio dell’Unione europea.

Si tratta di una «decisione storica», come la definì nel dicembre del 2021 Nick Hækkerup, l’allora ministro della Giustizia danese. Che poi spiegò: «Uno dei vantaggi di tale misura è che i prigionieri non dovranno essere risocializzati per tornare nella società, perché non dovranno trovarsi in Danimarca in seguito. Pertanto, possiamo comodamente spostare l’intero gruppo in modo che servano in un altro posto». Con tanti saluti ai talebani dell’accoglienza.

Ma non è finita qui. Il governo di Copenaghen non ha solo intenzione di liberarsi degli immigrati macchiatisi di gravi reati, ma sta definendo anche un progetto per bloccare totalmente l’afflusso di stranieri, regolari o clandestini che siano. Di qui il dialogo avviato già da tempo con la Repubblica del Ruanda. In pratica i richiedenti asilo verranno trasportati nel Paese terzo, dove resteranno per tutto il periodo in cui sarà vagliata la domanda. In caso di successo, il rifugiato sarà autorizzato a rimanere nel Paese terzo. In caso di rifiuto, verrà espulso anche da lì. Si tratta di un progetto molto simile a quello stilato da Boris Johnson, per cui BoJo fu crocifisso a reti unificate. L’ex primo ministro britannico, infatti, intendeva sborsare la bellezza di 120 milioni di sterline alla nazione africana per installarvi una sorta di centro di smistamento per i richiedenti asilo (i cosiddetti «hub offshore»).

Tuttavia, a proporre il piano Ruanda era, appunto, il «cattivo» Boris, non certo la «buona» Frederiksen. Che anzi, in fatto di immigrazione, ha sempre usato il pugno di ferro, con decisioni che neanche Viktor Orbán ha osato prendere in considerazione. La leader socialdemocratica, infatti, ha sempre dichiarato di voler ridurre a zero anche il numero di permessi di soggiorno concessi. E non c’è solo il Ruanda nella mente del ministro di Stato danese: per installare altri centri di smistamento in terra africana, Copenaghen guarda anche a Etiopia, Egitto e Tunisia, con cui sono già stati avviati dialoghi e trattative. Non male per un governo socialdemocratico.

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