- Fermato a Trieste un minorenne italiano di origine algerina che gestiva gruppi di propaganda dell’Isis sul Web. Per «deradicalizzarsi» leggerà il Corano con una guida spirituale. Ma così si confonde il veleno con la medicina.
- La nostra civiltà sta andando contro la vita e la ragione. Prima permettiamo che i bimbi siano uccisi nei ventri delle madri, poi pensiamo di sostituirli con i migranti. Anche quelli che ci odiano.
Dal ventre flaccido dell’Italia stanno sgusciando fuori un bel po’ di serpentelli. Sono rimasti a bagno nell’acqua limacciosa, cullati dallo sciabordio della nostra tolleranza, ma avevano già i denti acuminati intrisi di veleno. Alla fine di marzo, a Torino, è stato arrestato un ragazzo di 23 anni – origini marocchine, cittadinanza italiana – che cercava camion per organizzare un attentato alla berlinese. Pochi giorni dopo, in provincia di Cuneo, hanno preso un diciannovenne di origini marocchine, anche lui cresciuto qui e intenzionato a sterminare gli infedeli. Adesso la sezione cyberterrorismo della polizia postale di Trieste, assieme alla Digos locale e a quella di Udine, ha fermato un minorenne – definito «italiano di origini algerine» – che gestiva due chat e vari canali del social network Telegram onde reclutare combattenti per la jihad. Diamo un caloroso benvenuto ai figli della «generazione ius soli», i nuovi italiani che sognano di veder bruciare l’Italia tra le fiamme della Gehenna.
Il minorenne triestino gestiva un canale online frequentato da un paio di centinaia di persone. Pubblicava video, materiale di propaganda, comunicati dello Stato islamico (ad esempio il testo di rivendicazione dell’attentato di Berlino del dicembre 2016, che a quanto pare suscita grande ammirazione fra i giovani aspiranti terroristi). Il ragazzotto non solo invitava i suoi amichetti digitali a diventare combattenti del Califfato, ma si diceva disponibile ad aiutarli a partire per la guerra santa. Faceva da motivatore, li spronava «perché è un piacere e un dovere». Invitava i fratelli nell’islam che lo contattavano a «non abbassare mai la guardia». Diffondeva tutorial per artificieri, spiegando che «il fratello ci ha messo 15 minuti per costruire una bomba» e che il materiale per gli ordigni «è roba semplice che compri al supermercato».
Tutto questo, ovviamente, non sorprende. Era chiaro che, prima o poi, anche nel nostro Paese sarebbero spuntati come funghi soggetti del genere, anche se per troppo tempo ci siamo cullati nell’idea che «qui non siamo in Francia e certe cose non accadono». Dovevamo soltanto aspettare che crescessero le seconde e le terze generazioni di immigrati musulmani.
Li abbiamo fatti entrare e allevati – era il nostro dono per omaggiare la dea Accoglienza – e loro adesso pensano a ucciderci. Qualcosa dovrebbe dirci, no? Forse sarebbe il momento di cambiare approccio, di mettere da parte le belle parole sul dialogo interreligioso e l’antirazzismo. E invece, pensate un po’, pensiamo di curare il male con lo stesso veleno che l’ha provocato. Il minorenne arrestato a Trieste ora verrà sottoposto a un percorso di «deradicalizzazione», in base a quanto prevede la legge del luglio 2017 sulla «prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista». Una norma nata male e finita peggio, che – invece di occuparsi seriamente di combattere la minaccia dell’estremismo armato – si gingilla con la promozione del «dialogo interculturale, la condivisione dei principi di laicità dello Stato nonché il contrasto ad ogni forma di discriminazione razziale, etnica, religiosa, di genere e di orientamento sessuale». In pratica, pensiamo di rieducare i terroristi con un corso di bon ton progressista.
Ma c’è un’assurdità ulteriore. Al giovanissimo fondamentalista triestino, svela Il Piccolo, «verrà affiancato da un imam perché apprenda una visione più ampia dell’islam». Questa è proprio bella. È come pretendere di redimere un militante delle Brigate rosse affiancandogli un dirigente del Pci, in modo che gli mostri una visione più ampia del marxismo.
Che cosa dirà l’imam al giovinastro? Che l’islam è una «religione di pace»? Verrebbe da sghignazzare, se non si trattasse di un dramma. Il fatto è che idee di questo genere ci sembrano sensate perché continuiamo a guardare all’islam secondo una prospettiva sbagliata. Utilizziamo i nostri canoni, le nostre logiche, che però sono sbagliate. Un esempio è il romanzo autobiografico di Erwan Larher (Il libro che non volevo scrivere, Ponte alle Grazie), che era presente al Bataclan nella notte tragica dell’attacco jihadista e si è pure beccato due pallottole di kalashnikov in corpo. Nel testo, egli prova a entrare nella testa di un attentatore come se si confrontasse con un coetaneo europeo. Cerca di capire, di giustificare. Ma dimentica un particolare: la religione islamica. Larher cerca le ragioni della violenza nel posto sbagliato: nella frustrazione personale, nella rabbia, nella politica. Che sono elementi importanti, per carità, ma senza il detonatore rappresentato dal Corano non bastano a far esplodere il jihadismo.
Ecco, noi pretendiamo di curare con il Corano chi si è fatto spingere all’odio dal Corano medesimo. Continuiamo a non ascoltare le testimonianze dei tanti pensatori e intellettuali – alcuni dei quali cresciuti in Paesi islamici – che ci mettono in guardia sulla violenza contenuta nel testo sacro (lo fa, con coraggio, Hamed Abdel-Samad in un libro intitolato Il Corano. Messaggio d’amore, messaggio di odio, in uscita il 12 aprile per Garzanti). Se riflettessimo su ciò che queste persone ci dicono, capiremmo che è assurdo pensare di redimere un estremista proponendogli una «visione più ampia dell’islam».
I nostri stereotipi, però, non finiscono qui. Per anni, i leader musulmani europei ci hanno ripetuto che, appunto, l’islam è una religione di pace, e che i terroristi hanno frainteso la lettera coranica o non la conoscono proprio. Noi ci abbiamo creduto, ma è una bugia grande come una casa, ed è su questa menzogna che si basa la «deradicalizzazione» ad opera dell’imam.
Il ragazzo arrestato a Trieste è tutt’altro che uno sprovveduto. Scrive Il Piccolo, riportando le parole degli investigatori: «Nonostante la giovane età, il minore è risultato essere in possesso di elevate capacità tecnico-informatiche, padronanza linguistica non comune e approfondita conoscenza dei principali testi sacri dell’islam». Il Corano lo conosce bene, benissimo. E, come lui, lo conoscono bene tanti militanti dello Stato islamico.
Per rendersene conto, basterebbe leggersi il libro inchiesta realizzato dai francesi Xavier Crettiez e Bilel Ainine, intitolato Soldats de Dieu (Editions de l’Aube). Raccoglie le testimonianze di tanti «soldati islamici» attualmente detenuti nelle carceri transalpine. Tra questi c’è il giovane Abdel. Sentite che cosa dice parlando dei famosi testi sacri: «Ci sono cose che non bisogna nascondere né trasformare. Quando leggiamo “prendi la tua spada e colpisci sotto la nuca”, lo si può rigirare come si vuole, una spada è una spada e una nuca è una nuca! Quando ero piccolo mi dicevano che l’islam non si era diffuso attraverso la spada e io ci avevo creduto. Ma se si prende il libro di base sulla vita del Profeta, nel sommario non si trovano che battaglie. Come spiegare ai giovani che il Profeta ha preso 700 ebrei e ha ordinato la loro decapitazione?». Già, come intende giustificarlo l’imam che «deradicalizzerà» il giovane triestino? Gli dirà che i brani del Corano in cui si invita a sterminare gli infedeli non valgono più? Beh, è un po’ difficile che possa farlo, dato che, come ben spiega Hamed Abdel-Samad, «per tutti i credenti musulmani il Corano è un “libro eterno”, custodito da Dio fin dalla creazione proprio in quella lingua e proprio con quel contenuto. Nel Corano si menziona la promessa divina di preservare il testo da qualunque modifica».
Forse, a ben vedere, quelli che hanno bisogno di apprendere «una visione più ampia dell’islam», comprensiva della sua parte violenta, siamo noi.
Francesco Borgonovo
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >