• In un’inchiesta fiorentina una vera summa dei metodi usati per lucrare sui richiedenti asilo, dal cibo scaduto alle minacce.
  • «Dite alla coop della perquisizione». Nuove intercettazioni imbarazzanti per l’ex prefetto di Padova, Patrizia Impresa. In una telefonata, chiese di avvertire i dirigenti di Ecofficina dei controlli in arrivo.

Lo speciale contiene due articoli.

I bandi della prefettura prevedevano addirittura che, oltre al servizio di pulizie in camera, ai migranti le coop avrebbero dovuto somministrare solo acqua minerale. Serviti e riveriti, però, di certo non erano.

E l’altro giorno la Procura di Firenze ha fatto notificare un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari per due gestori di strutture per l’accoglienza fiorentine e di sospensione per due amministratori di coop. Siccome gli ospiti conoscevano bene i contenuti dei capitolati di gara, le lamentele nei confronti dei gestori dei centri d’accoglienza erano continue.

Le proteste, che a volte appaiono, però, anche come delle vere e proprie pretese, si sono materializzate nei verbali raccolti dai carabinieri. L’altra faccia della stessa medaglia è questa: i militari, entrando nelle strutture, hanno scoperto che non si trattava di piccole irregolarità, ma che era in atto una frode nelle forniture pubbliche. E tra le pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Firenze è possibile individuare un vero e proprio manuale dell’arricchimento sulla pelle dei migranti, messo a punto da alcune coop cattoliche i cui vertici vengono indicati dalla stampa locale come vicini al Partito democratico. Un’unica inchiesta racconta quello che nel corso degli anni hanno rivelato decine e decine di indagini sull’accoglienza.

Locali non a norma, 69 richiedenti asilo in una struttura che ne avrebbe potuti ospitare al massimo 27, letti a castello piazzati perfino in cucina, cibo avariato o scaduto nelle dispense, bagni non disinfettati, lenzuola mai cambiate, ospiti obbligati dietro minaccia a fare le pulizie. E la minaccia era quella di finire in un posto peggiore, distante da Firenze. Ma, soprattutto, pur di fare il massimo del business, secondo l’accusa, i gestori intascavano anche i pocket money dei migranti, lasciandoli completamente al verde.

E così due soci amministratori della Eurotravel, la ditta che forniva le strutture per l’accoglienza, l’ottantaquattrenne Ottorino Santetti e suo figlio Davide, sono finiti ai domiciliari con l’accusa di frode in forniture pubbliche. Per i presidenti delle coop che si erano aggiudicate i bandi della Prefettura, invece, Matteo Conti della Cenacolo Onlus e Lorenzo Terzani del Consorzio Coeso (una rete di coop sociali con oltre 3.000 lavoratori, quasi 1.700 soci e un fatturato di quasi 100 milioni l’anno), è scattata l’interdizione dagli incarichi. Insieme a loro è indagata anche Maria Grazia Scacciati, moglie di Santetti e titolare della Eurotravel.

La prima regola del manuale, che emerge dall’ordinanza era questa: infilare più persone possibili nelle stanze. In un ex albergo di via Chiantigiana all’Impruneta, gestito dal Cenacolo, nell’ aprile 2017 i carabinieri della compagnia di Signa, hanno trovato i famosi 69 letti nella struttura da 27 posti. Gli ospiti in totale erano 71. Ed è bastato fare un conticino per capire che, come ha annotato il gip, «non tutti i migranti disponevano di un letto a uso esclusivo». Nel maggio 2015 Ottorino Santetti, parlando al telefono con un consulente, a proposito di una delle strutture che gestiva a Lastra a Signa,dice di averci messo «parecchi» migranti: «Più di quanto pensa lei». E alle insistenze risponde: «Lei pensi a un numero… di più».

La seconda regola era tagliare sul vitto. A partire dal cibo, insufficiente e qualche volta anche avariato. «Il frigorifero a nostra disposizione era sempre vuoto», ha fatto mettere a verbale un migrante. Gli operatori, stando alle testimonianze, portavano il cibo una volta al giorno o, addirittura, una volta a settimana. «E se non bastava», è il racconto degli ospiti, «dovevano provvedere da soli».

Terza regola: niente detersivi e tagli sulle pulizie. Le condizioni igieniche delle strutture, a sentire i rifugiati, erano terribili. Le lenzuola non venivano cambiante anche per tre mesi di fila e i rifiuti erano smaltiti direttamente da loro, costretti anche a fare le pulizie della struttura, i cui locali non erano mai stati disinfestati. «A volte», sostiene un migrante, «eravamo costretti a lavare solo con l’acqua perché non c’erano detersivi».

Quarta regola: aggirare i controlli. Un pakistano ha raccontato: «Prima che arrivasse l’ispezione passava una persona che toglieva un letto per camera e mandava via una persona per stanza. Sistemano tutta la casa in modo da fare apparire che noi stiamo bene».

Quinta regola: meno si offre ai migranti, più cresce il tesoretto che resta alla coop. Anche sulle schede telefoniche concesse ai rifugiati i conti non tornano: la cooperativa avrebbe fornito tessere del valore adeguato solo a 116 persone, rispetto alle 791 che il Cenacolo ha ospitato. Tagli anche sull’abbigliamento: la spesa era pari a 5,66 euro per migrante. La regola d’oro era, però, incassare i pocket money al posto dei richiedenti asilo. Gli investigatori ritengono di aver accertato che in alcuni casi gli indagati hanno trattenuto i fondi anche per sei mesi di fila. «Cialtronaggine», dicono loro. Ma si è scoperto che il ritiro è stato certificato con firme false.

Fabio Amendolara


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