I giornali cattolici tifano per la sostituzione etnica
Ansa

Dopo le polemiche sulle parole di Francesco Lollobrigida, «Avvenire» e «Famiglia cristiana» dimostrano che il ministro ha detto male cose vere. Ecco articoli ed editoriali in cui spiegano che i migranti salvano lavoro e demografia.

La Grande sostituzione non esiste, però bisogna metterla in pratica. Questo è più o meno il tono dei ragionamenti che si ascoltano e si leggono dopo le esternazioni del ministro Francesco Lollobrigida sull’argomento. E non stiamo esagerando nemmeno un filo, leggere per credere ciò che ha scritto Famiglia cristiana: «Alle dichiarazioni shock di “sostituzione etnica” gli esperti rispondono che anche un robusto aumento del tasso di natalità non ci consentirebbe di fermare il processo di invecchiamento della popolazione, destinato comunque a proseguire», ha vergato Pietro Boffi del Centro internazionale studi famiglia. «Bisogna quindi iniziare a guardare i fenomeni migratori in un’ottica più ampia, senza farsi influenzare da una facile propaganda xenofoba. La politica dei porti chiusi non è solo disumana e anti evangelica, ma anche un suicidio assistito della nostra società». Il noto settimanale cattolico, del resto, ha scodellato un titolo difficilmente equivocabile: «Nascite al minimo, che fare? La salvezza arriva dai migranti».

Tutto chiaro: poiché «il processo di invecchiamento e di progressiva contrazione della nostra popolazione è destinato a proseguire», conviene appunto importare sostituti. «La gravità della crisi demografica evidenziata in modo quasi brutale dai dati Istat non ci lascia vie di uscita», sentenzia Boffi. «Continuare a mettere la testa sotto la sabbia, rifiutando di prendere atto che l’Italia di domani o sarà un Paese multietnico, multiculturale, un tessuto di differenze – si spera – armonizzate e capaci di vivere fianco a fianco, o non sarà, ci porterà solo al disastro».

A ribadire il concetto, sempre sulle pagine di Famiglia cristiana, è stato niente meno che Andrea Riccardi: «Sostituzione etnica? Accogliere gli immigrati è nell’interesse del nostro Paese», ha scritto. A suo dire, «favorirne l’inserimento non è solo una questione di umanità: le imprese registrano un grande fabbisogno di manodopera».

Dunque, riepilogando, il settimanale cattolico prima bacchetta le «dichiarazioni choc» sulla sostituzione etnica. Poi, un secondo dopo, sostiene che in effetti gli stranieri ci servono per riscaldare l’inverno demografico e tappare i buchi del sistema produttivo. Nulla di nuovo, per carità: tesi simili le sentiamo ripetere da anni. Ogni volta stupisce, tuttavia, il fatto che chi le propugna non si renda conto del tasso di razzismo che contengono. L’idea è che gli immigrati debbano venire perché ci fanno comodo, che si possa sradicare centinaia di migliaia di persone dalla propria terra per sopperire a qualche nostra mancanza. Non solo: si dà per scontato che le persone in ingresso siano pedine intercambiabili, da posizionare a piacimento qui o là sul globo terracqueo. Come se non avessero un’identità, un retaggio, un patrimonio.

Finché a diffondere un pensiero di questo tipo sono intellettuali progressisti convinti che i popoli non esistano, che le culture siano inesistenti e le tradizioni del tutto inventate restiamo nell’ambito dell’ovvio. Un po’ più sorprendente è il fatto di ritrovare certe tesi perfino sui fogli cattolici. E dire che Giovanni Paolo II era stato piuttosto chiaro riguardo al carattere di «società naturale» delle nazioni: «Padre è colui che, insieme con la madre, dà la vita a un nuovo essere umano», scriveva. «Con questa generazione dal padre e dalla madre si connette il concetto di patrimonio, che sta sullo sfondo del termine patria. Il patrimonio e, in seguito, la patria sono dunque strettamente uniti dal punto di vista concettuale con il generare; ma anche il termine “nazione” ha un suo rapporto, dal punto di vista etimologico, con il nascere». Il carattere «etnico» delle nazioni sta proprio qui, e non ha niente a che fare con i deliri del razzismo biologico e dell’eugenetica. Chi ne dubitasse può serenamente sfogliare i volumi che all’argomento hanno dedicato studiosi di vaglia come l’israeliano Yoram Hazony e il britannico Anthony D. Smith.

Da tutto ciò si può dedurre una banalità, non si può giocare con i popoli come se fossero carri armati del Risiko. I singoli, certo, possono trasferirsi, integrarsi o farsi assimilare; ma con le grandi masse la faccenda diventa decisamente più complicata, come del resto dimostra la realtà: le grandi utopie dell’ingegneria sociale sono fallite ovunque, talvolta in modo drammatico. Nonostante ciò, c’è chi continua a sognarle. Lo ha fatto, ieri, anche Avvenire, spiegando «perché la demografia italiana ha bisogno di figli e di immigrati». La Germania ha sfruttato l’immigrazione per «rispondere alle esigenze immediate del mercato del lavoro e per assicurare in futuro il turnover generazionale», ha scritto Laura Zanfrini utilizzando i ben noti argomenti. Quella tedesca dovrebbe essere dunque «la via da seguire anche in Italia, rispondendo al bisogno di immettere nuova linfa in un Paese a rischio estinzione». Fantastico: gli stranieri sarebbero una sorta di trasfusione di sangue in un corpo macilento. Gli eugenisti di fine Ottocento avrebbero di sicuro apprezzato questa suggestiva immagine.

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