Prima non riesce a proteggere i confini, poi si vanta di aver effettuato in poche ore la remigrazione. Il premier spagnolo, Pedro Sánchez, ieri annunciava che quasi il 97% dei migranti arrivati irregolarmente a Ceuta è rientrato «volontariamente» in Marocco. Ne ha spediti indietro 48.300 e si dichiara pure soddisfatto.
L’invasione dell’exclave spagnola sulla costa Nordafricana del Mediterraneo, che ha allarmato l’intera Unione, è stata «un attacco alla sovranità nazionale spagnola». Sánchez cerca di minimizzare, invece di riconoscere l’emergenza sicurezza sull’intero territorio. Una minaccia che si è estesa oltre i confini, con reazioni preoccupate di molti primi ministri europei.
Quello che è accaduto a Ceuta è il risultato di politiche spagnole disastrose e di allarmi ignorati. La regolarizzazione di massa dei clandestini decisa dalla Moncloa, così pure l’atteggiamento del premier nei confronti del Sahara Occidentale e dell’Algeria, forte sostenitrice del Fronte Polisario che si batte per l’autodeterminazione del popolo Sahrawi (mentre per Rabat il Sahara è marocchino), erano micce pronte a esplodere.
Non meno grave, la sentenza del Tribunale supremo spagnolo di tre settimane fa. L’esclusione delle «devoluciones en caliente», i respingimenti immediati, se i migranti cercano di entrare via mare a Ceuta e Melilla, lasciava presagire forzature in larga scala dei confini spagnoli. Complice una decisione che ora l’opposizione chiede di rivedere, solo quando si tenta di oltrepassare una barriera fisica della frontiera per i giudici scatta l’iter rapido di respingimento. Altrimenti, la sua situazione deve essere esaminata attraverso una procedura di rimpatrio con tutte le garanzie previste.
Il premier era stato avvisato dell’impatto che la sentenza avrebbe avuto. Sapeva anche che la visita in Algeria (uno dei principali fornitori di gas della Spagna) dello scorso 20 luglio avrebbe irritato il Marocco e che la reazione poteva essere un allentamento dei controlli alla frontiera, come accadde nel 2021 quando Sánchez permise al leader del Fronte Polisario, Brahim Ghali, di andarsi a curare in Spagna.
Re Mohammed VI, che due giorni fa ha festeggiato il ventisettesimo anniversario della sua ascesa al trono, ha così deciso di ridurre i controlli sul confine meridionale del Paese. Risultato, giovedì almeno 50.000 migranti si sono gettati in acqua per arrivare a Ceuta aggiungendosi alle migliaia di persone che nei giorni scorsi avevano tentato la fuga a nuoto. Almeno 57 sono morte, la maggior parte annegando mentre cercavano di aggirare a nuoto la diga frangiflutti di El Tarajal. I sindacati di polizia hanno protestato duramente perché non era stato portato «un solo rinforzo a Ceuta, nonostante avessimo già ricevuto 1.500 persone in una settimana».
Per Sánchez, l’invasione sarebbe stata orchestrata dalle «mafie dei trafficanti di esseri umani». Abdullah Abaakil, vicesegretario del Partito socialista unificato (Psu) del Marocco, invece ha dichiarato al quotidiano francese Le Monde che «le autorità marocchine hanno chiaramente lasciato passare» i migranti. «C’è una dubbia tendenza a sfruttare la migrazione e la disperazione dei giovani per mettere in imbarazzo il governo spagnolo e fargli sapere quando qualcosa non piace».
La prova di forza tra i due Paesi ha significato un’irruzione irregolare in Spagna e anche se Madrid annunciava il «rientro volontario» in Marocco di un numero elevatissimo di persone, di fatto ci saranno migranti che restano in territorio spagnolo e il loro processo di espulsione si allungherà. Sánchez ringrazia le autorità marocchine per la collaborazione, ma lo fa dopo che la sua debolezza nei confronti di Rabat è stata confermata su scala europea.
«La Spagna ha completamente fallito nel proteggere il confine esterno dell’area Schengen dall’immigrazione irregolare», ha scritto su X il ministro dell’Interno finlandese, Mari Rantanen. ll ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, ha dichiarato che la situazione a Ceuta è «una questione europea, non esclusivamente spagnola» e ha invitato la Spagna a garantire «la protezione dei suoi confini».
Ceuta e Melilla sono le porte d’ingresso nell’Ue dal Continente africano, rappresentano l’unico confine terrestre e la Spagna non è in grado di presidiarle. Ne fanno le spese soprattutto gli abitanti delle exclave, ieri all’arrivo a Ceuta il premier e il ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, sono stati accolti da fischi, insulti e proteste.
Se era stata un’invasione quella del maggio 2021, quando circa 10.000 migranti varcarono il confine in meno di due giorni, possiamo immaginarci che cosa sia stata la presenza di un numero cinque volte superiore di persone per le strade, negli spazi pubblici di un territorio di appena 18 chilometri quadrati, dove i centri d’accoglienza sono stati rapidamente sopraffatti.
Ieri i giornali locali descrivevano un risveglio da incubo, con saracinesche dei negozi abbassate per paura di saccheggi e migliaia di giovani che dormivano sui marciapiedi, senza alcun controllo sanitario. Ma anche di appartamenti occupati con la forza, come documentano alcuni video che girano in Rete.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >