Della ricca agenda del Consiglio europeo straordinario di ieri faceva parte anche la questione assai spinosa della competitività e del rilancio del mercato unico continentale, all’ombra della guerra in Ucraina e a valle delle recenti manovre protezioniste di Stati Uniti e Cina. Oggetto della discussione è stato in particolare il quadro temporaneo di crisi per gli aiuti di Stato, norma provvisoria che ha sospeso il divieto di aiuti di Stato all’economia vigente nell’Unione europea. Secondo alcuni Paesi, tra cui Francia e Germania, il quadro temporaneo, già modificato più volte, dovrebbe essere ampliato e usato in maniera più incisiva per replicare alle iniziative americane come l’Inflation Reduction Act, dando spazio ai singoli stati membri per sostenere le imprese nazionali. Paesi come l’Italia, penalizzati nel quadro delle regole attuali da un maggior debito pubblico, vorrebbero invece l’istituzione di un fondo «sovrano» europeo che fornisca il supporto per un rilancio industriale sulla base di capitali comuni europei, sulla scorta di quanto accaduto con il Next Generation EU.
In mattinata alcuni giornali riportavano le frasi di Giancarlo Giorgetti sul tema della reazione europea all’Inflation Reduction Act americano. Da una parte, il ministro delle Finanze italiano stigmatizzava la missione separata di Francia e Germania a Washington, affermando che non si è trattato di una operazione europea: «Se l’avesse fatto l’Italia saremmo sotto processo come sovranisti e antieuropei», ha detto il ministro, chiedendo invece «una risposta europea». Dall’altra parte, Giorgetti ha aperto ad una discussione ampia in cui l’idea della concessione più libera di aiuti di stato alle imprese (di cui usufruirebbero soprattutto Parigi e Berlino) sia bilanciata da una revisione del patto di stabilità in senso più flessibile. Una possibilità è quella di contabilizzare gli investimenti pubblici nei settori economici strategici fuori dal deficit. «Sarebbe un passo in avanti enorme se nel Patto di stabilità queste spese per investimento avessero un trattamento diverso rispetto alle spese correnti per personale o pensioni. Facciamo fatica ad accettare che ci siano Paesi di serie A e Paesi di serie C» ha detto il ministro del governo che fa capo a Giorgia Meloni, non rinunciando ad una stoccata polemica nei confronti dei partner europei.
L’esponente leghista, in questo frangente, ha avuto buon gioco nell’invocare «più Europa» in risposta alle iniziative assai poco europeiste dei governi di Francia e Germania, che premono per meno vincoli sugli aiuti di Stato e cercano una trattativa separata con gli Stati Uniti sull’Ira. Ma al di là dell’espediente retorico del ribaltamento dei ruoli, con Francia e Germania nei panni degli esecrabili sovranisti, contano ora gli esiti di una discussione che ad inizio riunione non si presentava semplice. La missione americana dei due ministri Robert Habeck e Bruno Le Maire a Washington non sembra avere portato risultati tangibili, anzi.
Ecco dunque che in sede di Consiglio europeo sono emerse le differenze di visione, come sempre più spesso accade, tra i governi europei. L’Olanda ha sottolineato la sua posizione, contraria sia ad un allargamento dello strumento degli aiuti di stato che alla creazione di un fondo sovrano per il rilancio industriale. Nulla di nuovo, dunque, da uno dei paesi più orientati al rigore dei conti pubblici e ostile all’idea di ulteriori fattori comuni.
L’Italia ha evidenziato la necessità di una risposta europea alla strategia americana di sovvenzionare la propria industria, proprio sul terreno nel quale l’Unione europea sta puntando tutte le sue fiches, quello della transizione ecologica. Anche perché, ha ragionato Giorgia Meloni, consentire in Europa solo ad alcuni di fare ampio uso degli aiuti di stato significherebbe spaccare l’Unione, creando asimmetrie distruttive. La partita deve allargarsi dunque alla revisione delle regole europee sul debito e sul deficit, permettendo una gestione flessibile e mirata alle condizioni effettive dei singoli stati. Anche perché le regole incardinate su stime, previsioni o Pil potenziale hanno già dimostrato di non essere efficaci ed anzi di essere uno dei motivi per cui le regole europee funzionano solo quando vengono sospese.
La Commissione ha proposto, nei giorni scorsi, un piano industriale per il Green Deal, che prevede sia una revisione delle regole sugli aiuti di stato sia l’utilizzo di fondi comunitari. Questi sono in realtà ciò che è rimasto non utilizzato in fondo già esistenti, in particolare il Next Generation Fund, per circa 250 miliardi, i fondi di coesione e il RepowerEU. La Commissione ha poi indicato come solo eventuale la creazione futura di un fondo «sovrano», che richiederebbe però tempo più lunghi e, soprattutto, una nuova emissione di debito che non molti in Europa vorrebbero.
Mentre andiamo in stampa il Consiglio non si è ancora concluso, segno che la trattativa, proseguita in serata, è impegnativa e ricca di ostacoli. Saranno comunque le prossime settimane a dire se l’Europa sarà in grado di fronteggiare le proprie debolezze intrinseche
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