Il Papa in campo: più Ue, più Greta, zero Lega
  • Incredibile intervista elettorale di Bergoglio. Non una parola sul colpo di mano all’Istituto Giovanni Paolo II né su Gesù. Ma ne predica di ogni sui migranti, l’Amazzonia, Greta e l’immacolata Commissione Ue. «I sovranisti? Come Hitler nel ’34».
  • Lo zampino di Andrea Tornielli e il ruolo del suo ex blog. Il mago dei media vaticani arriva dal sito usato per lo scoop.

Lo speciale comprende due articoli.

Libera nos Domine. Da Salvini, dai sovranisti, da chi osa criticare l’Europa, da quelli che non risparmiano l’acqua, dallo scioglimento dei ghiacci e dai fertilizzanti. Libera nos Domine. La preghiera di papa Francesco si leva solenne (si fa per dire) dalle colonne della Stampa, Secolo XIX, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, La Nuova Ferrara, Provincia Pavese e Sentinella del Canavese. I giornali del gruppo Gedi (tranne la capogruppo Repubblica, forse per indisponibilità del Fondatore-Intervistatore, Eugenio Scalfari) hanno pubblicato ieri, infatti, una lunga intervista a Bergoglio, in cui il giornalista dopo aver notato con arguzia che in Vaticano ci sono nientemeno che «guardie svizzere e tonache» (sorpresa, sorpresa!) e dopo aver sottolineato che il Papa «guarda negli occhi» le persone con cui parla (incredibile, incredibile!), si avventura in un esercizio evidentemente più grande di lui.

Stupefatto infatti da tutte queste meraviglie pontificie (c’è persino «un crocifisso alla parete», annota. In Vaticano! Un crocifisso alla parete!), si dimentica di un trascurabile particolare: le domande. E così la lunga intervista risulta monca di alcune risposte interessanti, per esempio, quelle sul colpo di mano estivo all’Istituto Giovanni Paolo II, o sulle accuse di monsignor Viganò che un anno dopo restano ancora senza risposta, o sui fatti di Bibbiano che chiamano in causa la difesa della famiglia, tanto per dire. Sarà per la prossima volta. Del resto Francesco, come nota il sedicente intervistatore, durante il colloquio non ha avuto tempo nemmeno per bere un bicchiere d’acqua, tanto aveva da parlare. Si poteva mica pensare di interromperlo con troppe domande, no?

Quello che conta è il cuore dell’intervista. E il cuore dell’intervista è un attacco diretto a Salvini, una presa di posizione politica, quanto mai in sintonia, peraltro, con il vangelo del gruppo Gedi. Ispirato dai padri della Chiesa di Repubblica, San Ezio Mauro Protomartire e il Venerabile Lerner, Francesco dice chiaramente che quei «pensieri» (cioè quelli di Salvini) «fanno paura» e che gli ricordano «Hitler nel 1934». Sia chiaro: il Papa non cita mai direttamente la Lega, né il suo leader. Ma il riferimento allo slogan «prima gli italiani» è più esplicito che un comizio di Nicola Zingaretti (va beh, ci vuol poco). E poi il seguito è ancora più engagé: «Il sovranismo è un’esagerazione che finisce male sempre: porta alle guerre», dice Francesco con tono da tribuna elettorale. E con una profondità pastorale che lo colloca, più o meno, a metà strada tra Saviano e Fratoianni.

Ora, si dirà, il Papa non si critica. Vero. Il Papa non si critica quando parla di Dio, il quale peraltro non è mai citato in tutta l’intervista, purtroppamente. Non si critica quando parla di fede. Ma se scende nell’agone politico, se trasforma la sua cattedra in un palchetto da comizio elettorale? Se cita gli slogan dei partiti? Una volta si sarebbe parlato di «ingerenza» e alla Stampa e a Repubblica sarebbero inorriditi. Avrebbero iniziato le laiche giaculatorie contro le «intromissioni». Libero Stato in libera Chiesa. Ora però, siccome l’ingerenza è un pugno nell’occhio a Salvini, e l’intromissione piace al salottino chic, sono lì che scodinzolano felici perché il Papa è «allegro e rilassato», come s’entusiasma sempre l’intervistatore, altresì noto come Alice nel Paese del Vaticano. Che poi è anche un po’ un controsenso, no? Ma come, caro Papa? Stai dicendo che c’è Hitler. Stai dicendo che finisce male. Stai dicendo che scoppia la guerra. E sei «allegro e rilassato»? Qualcosa non torna.

C’è un altro tema che preoccupa molto Bergoglio. Quale? Lo svuotamento delle chiese? La secolarizzazione? La perdita di valori cristiani? Il calo drammatico delle vocazioni? Macché: il tema che preoccupa il Papa è l’Europa. Andate per le strade e proclamate il vangelo di Bruxelles, era così che disse Gesù no? Eravamo noi ad avere capito male, evidentemente. Mezza intervista, infatti, è dedicata alla difesa dei sacrosanti parametri di Maastricht, al dogma della Immacolata Commissione Ue, con una fermezza dottrinale assoluta: «Bisogna salvarla», «l’Europa non può e non deve sciogliersi». Addirittura: «Prima l’Europa, poi ciascuno di noi». In pratica il totalitarismo in salsa di Juncker. Che vuol dire «prima l’Europa, poi ciascuno di noi?» Che se uno deve scegliere tra salvare una persona e il 3% del deficit-Pil, deve salvare quest’ultimo? Mah. Per fortuna ad accompagnarci in questo pericoloso cammino c’è già il nostro angelo custode, anzi un’Angela custode, Santa Ursula di Germania, nuova presidente della commissione Ue. Elevata agli altari dal Papa per la sua «capacità di unire». Tu chiamale, se vuoi, profezie.

A proposito di profezie, Bergoglio non può fare a meno di tornare sul tema degli immigrati, teorizzando di fatto la sostituzione etnica, anche se a lui piace ribattezzarla «creatività». La «creatività» consiste in questo: «Ci sono cittadine semivuote a causa del calo demografico, si potrebbero trasferire lì le comunità dei migranti», dice con nonchalance. Ma non è forse meraviglioso? E noi che eravamo rimasti al fatto che il calo demografico andasse combattuto, che le famiglie andassero difese, noi che pensavamo che fare figli fosse una cosa meravigliosa, e che il Papa, essendo Papa, di tanto in tanto avesse il compito di ricordare che se i bambini non fossero abortiti, forse di cittadine semivuote ce ne sarebbero di meno… Che illusi, che siamo stati. Non avevamo capito nulla. È un bene che le cittadine siano semivuote. Così arrivano i migranti a riempirle, no? E dunque a che serve fare figli? Porti aperti, culle chiuse. Ovvio. Meno creature, più creatività. Dev’essere la nuova morale cattolica. Copyright Papa Francesco.

Per capirne di più abbiamo compulsato avidamente il resto dell’intervista. Ma abbiamo trovato solo un susseguirsi di dichiarazioni, sempre politiche, per altro di logica piuttosto vacillante. Come quando Bergoglio definisce il populismo come «imporre al popolo l’atteggiamento populista» (mah). E sottolinea la differenza fra «popolarismo» (positivo) e «populismo» (negativo) con il fatto che «gli ismi non vanno mai bene». O Santo Cielo: ma anche popolarismo, se è per questo, finisce in «ismo», dov’è la differenza? L’intervistatore non glielo fa notare, naturalmente, forse è impegnato ad ammirare le guardie svizzere. O le tonache. Allo stesso modo l’intervistatore non si fa spiegare da Bergoglio perché il «sovranismo è un’esagerazione» (sempre?), né come si fa a «integrare l’identità con il dialogo» quando l’identità viene cancellata. Passa tutto così, come slogan da campagna elettorale, in stile Emma Bonino d’Oltretevere: «Prima l’Europa», «Il tutto è superiore alla parte». Oppure anche «La globalizzazione è un poliedro». Che detta così è bellissima. La globalizzazione è un poliedro. E peccato per quelli che il poliedro se lo sono beccati in quel posto…

Alle fine però Francesco arriva al tema che gli sta più a cuore, dopo immigrazione e lotta politica contro Salvini: la salvezza dell’anima? Il ritorno alla preghiera? La difesa del sacro? Macché: la foresta dell’Amazzonia. E quindi l’intera parte finale dell’intervista è un’appassionata teologia della deforestazione, con esegesi biblica delle risorse rigenerabili, dei ghiacci che si sciolgono, della biodiversità, dei fertilizzanti, della plastica del mare e naturalmente del risparmiare acqua (sarà per quello che il Papa non beve durante le interviste?). Ovviamente il tutto con inevitabile elevazione agli altari della beata Greta dei gretini e relativa celebrazione dell’Overshoot Day (29 luglio: il giorno in cui il pianeta ha finito di consumare le risorse rigenerabili), che viene citato dal Papa con un enfasi tale che ci viene un dubbio: non è che presto sostituirà il Santo Natale? O l’Epifania? Non saremo chiamati a celebrare l’eucarestia dell’Overshoot Day al posto della Santa Pasqua? Il sospetto è inevitabile per l’afflato che pervade l’intervista appena si toccano questi temi (fertilizzanti compresi). Tutto ciò, insieme alla totale assenza di ogni riferimento a Gesù Cristo nelle intere due pagine, fa sì che alla fine dell’appassionata lettura mi senta in dovere di chiedere scusa all’intervistatore. Non è stato così ingenuo come mi è apparso in un primo momento. Per esempio: ha fatto bene a notare, come fatto rilevante, la presenza di un crocifisso in Vaticano. Dopo aver letto questa intervista, non è mica così scontato.


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