Intesa offre 30,6 miliardi per Mps: «Nasce la seconda banca europea»
Carlo Messina (Ansa)
  • Messina lancia una Opas sull’istituto guidato da Lovaglio, puntando a valorizzare Mediobanca e la quota strategica in Generali. E riguardo la tassa sugli extraprofitti dice: «Non si torni ogni anno su questo tema».
  • Mef informato, ma «nessuno ha parlato con la Meloni». Il Monte: da Ca’ de Sass e Bpm proposte non sollecitate, le valuteremo.
  • Cimbri: «In campo per vincere, faremo un gruppo da 2 miliardi di utili. Da Castagna una lettera di un innamorato…»

Lo speciale contiene tre articoli.

Trenta virgola sei miliardi di euro. Intesa Sanpaolo, in tandem con Unipol, ha lanciato un’Opas su Monte dei Paschi guidato da Luigi Lovaglio, mettendo sul tavolo un’offerta che, già nella struttura, ha il sapore delle grandi manovre: 10,091 euro per azione, di cui un euro in contanti e 1,6 azioni Intesa per ogni titolo Mps. Carlo Messina, capo di Intesa, non ha usato giri di parole. L’obiettivo è ambizioso: «Nasce la seconda banca europea».

Una frase che non è solo uno slogan, ma la sintesi di un disegno industriale che va ben oltre Siena. Da Siena a Milano, passando per Trieste Perché il punto, nel grande gioco del capitalismo bancario italiano, è che Mps è soltanto il veicolo. Il vero bottino si distribuisce lungo una catena che porta dritta a Mediobanca e, soprattutto, alla sua partecipazione in Generali. Il meccanismo è elegante e insieme spietato nella sua logica: acquisendo il Monte, Intesa entra nel perimetro di Mediobanca, che custodisce una quota strategica del 13,3% nel Leone di Trieste. E lì si apre il vero capitolo della partita.

Non è solo una banca che compra un’altra banca. È un sistema di potere finanziario che si riorganizza attorno all’asse risparmio–assicurazioni–capitale.E infatti Messia, con il suo stile misurato, ha subito chiarito il perimetro politico dell’operazione: Generali non si tocca. Non si compra. Non si gestisce. Non si occupa.

Resta un investimento azionario. Punto. Una posizione che suona prudente, ma che in realtà è tutt’altro che marginale: significa presidiare uno dei gangli più delicati del risparmio italiano senza entrarne nella gestione quotidiana.

In filigrana, si disegna un sistema a due livelli: da una parte il gigante Intesa, dall’altra un polo alternativo sotto regia assicurativa. In mezzo, il resto del sistema bancario a cercare spazio. Nel frattempo, il mercato si è mosso in anticipo. Banco Bpm aveva provato a giocare d’anticipo con una proposta di fusione con Mps, una mossa che avrebbe potuto creare un polo da oltre 50 miliardi di capitalizzazione.

Messina ha liquidato l’iniziativa come una “lettera d’amore”, contrapponendola alla concretezza di un’offerta strutturata.

«Giuseppe Castagna è un caro amico», ha chiarito, «ma non condivido questo approccio».

Il linguaggio, in questo risiko bancario, si fa sempre più sentimentale. Ma i risultati restano aritmetici.

La Borsa, come spesso accade, ha detto la sua con la consueta brutalità: il titolo Mps ha chiuso a 10,10 euro, con un balzo del 12,96%, appena sopra il livello dell’offerta.

Un segnale chiaro: il mercato non solo ha recepito la portata dell’operazione, ma la sta già prezzando come credibile.

Intesa, dal canto suo, si muove con una convinzione che guarda lontano: 1.700 miliardi di attività finanziarie, oltre 27 milioni di clienti e 21.000 consulenti.

E soprattutto un obiettivo dichiarato: creare una banca del wealth management con circa 2.000 miliardi di masse amministrate.

Il piano industriale è altrettanto esplicito: 2,9 miliardi di sinergie e una capacità di distribuzione agli azionisti stimata in 61 miliardi entro il 2029.

Numeri che collocano l’operazione dentro una logica non difensiva, ma espansiva.

Non si tratta di consolidare il passato, ma di ridisegnare il futuro del sistema bancario italiano dentro la competizione europea.

Eppure, come sempre accade nelle grandi manovre del capitalismo italiano, il cuore del sistema non è dove sembra.

Non è Siena.

Non è Milano.

Non è nemmeno il perimetro delle fusioni bancarie.

È Trieste.

Generali resta il vero centro di gravità permanente del sistema finanziario nazionale: cassaforte del risparmio, grande investitore istituzionale e pilastro del debito pubblico italiano.

Messina lo sa e si muove con cautela quasi chirurgica. Non vuole interferire nella gestione, non vuole scalate, non vuole scontri diretti.

Ma intanto una quota strategica passa attraverso Mediobanca, e Mediobanca entra indirettamente nel perimetro della nuova architettura.

È la tipica ambiguità del capitalismo italiano: non si conquista il potere, lo si presidia.

Nel mezzo di questa grande trasformazione, arriva anche un messaggio diretto alla politica.

Quando si parla di tasse sugli extraprofitti, ha osservato Messina, «non si torni ogni anno su questo tema».

Un monito che va oltre la contingenza fiscale.

È un richiamo alla stabilità delle regole in un settore che, per definizione, vive di fiducia, orizzonti lunghi e capacità di programmare investimenti su scala pluriennale.

La traduzione è semplice: senza regole prevedibili, anche i colossi rallentan

Se l’operazione andrà in porto, il sistema bancario italiano non sarà più lo stesso.

Intesa consoliderà il suo ruolo di campione nazionale ed europeo.

Da non perdere

Aziende

È fatta: Bf diventa un colosso da 3 miliardi

Il gruppo Bf mette a segno un’operazione che segna uno spartiacque nel settore agroindustriale italiano con la nascita di un gigante da 3 miliardi di euro. Ieri Bf ha infatti formalizzato l’acquisizione della F.lli Martini per 220 milioni di euro…

Energia, reti, lavoro: le imprese del futuro
Aziende

Energia, reti, lavoro: le imprese del futuro

I manager delle principali aziende nazionali tracciano la rotta della competitività dopo gli choc bellici e la rivoluzione tecnologica. Eni lancia il super computer industriale, il più potente d’Europa. Acea punta sull’IA per migliorare la sicurezza delle infrastrutture.