Si è spenta l’Ilva e chi l’ha spenta sei tu, Cassazione. La Corte ha infatti respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia, confermando l’efficacia del provvedimento della Corte d’appello di Milano che dispone la fermata dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto.
Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop all’area a caldo
Si può dire che dopo questo provvedimento di 60 pagine siamo ai saluti finali di una storia iniziata 60 anni fa, con l’allora Italsider. Cokerie, altiforni e acciaierie, ovvero il cuore della produzione di acciaio primario. Tutto verso lo spegnimento. In nome di una presunta tutela della salute pubblica e dell’ambiente. La Suprema corte ha richiamato l’articolo 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che garantisce un elevato livello di protezione della salute umana, sottolineando il legame tra questa e la tutela ambientale. Tra gli elementi considerati dai giudici figura anche la presenza di circa 2.140 tonnellate di amianto all’interno dei cowpers degli altiforni, oltre ai rischi legati alle emissioni di polveri sottili Pm10 e Pm2,5. La Cassazione ha ritenuto fondata la valutazione di pericolosità attuale degli impianti formulata dalla Corte d’Appello, alla luce degli elementi probatori acquisiti e dei principi di precauzione e prevenzione.
Il ricorso dei cittadini e il decreto di fermata degli impianti
Insomma, con il rigetto dei ricorsi, il decreto del 27 luglio resta quindi in vigore. Decreto scaturito dalla denuncia di un’associazione – Genitori tarantini – composta da poco più di 10 persone che ieri ha gioito dopo la sentenza: «Abbiamo vinto!». È passata la linea sostenuta dagli avvocati Maurizio Rizzo Striano ed Ascanio Amenduni, legali degli 11 cittadini ricorrenti (tra cui un ragazzino di 13 anni affetto da una rara malattia genetica). «Addio carbone, amianto e polveri sottili», ha commentato il legale Rizzo Striano: «Ci hanno dato ragione su tutta la linea».
I tempi per adeguare gli impianti e i ricorsi di Ilva e Adi
Una linea che era difficile da mettere in pratica. Per la tempistica. Adi e Ilva, rispettivamente gestore e proprietà degli impianti, avevano impugnato l’atto del tribunale di Milano in Corte d’appello a Milano perché le toghe avevano dato tempo fino al 25 ottobre – 90 giorni dal 27 luglio – per riadeguare gli impianti.
Tecnicamente impossibile, tanto che Ilva e Adi contestarono le date: infattibili in 90 giorni. Le società avevano inoltre fatto presente come, tra l’altro, la Corte di Milano non avesse nemmeno specificato di quanto ridurre, e in che modo, le emissioni di polveri sottili. Il decreto della Corte d’appello era stato quindi impugnato in Cassazione con due ricorsi straordinari appunto di Ilva e Adi, mentre i cittadini di Taranto costituitisi contro la fabbrica, si erano opposti con dei controricorsi nei quali hanno chiesto di confermare il decreto di stop della Corte d’appello.
Acciaierie e Ilva avevano tentato di far sospendere il decreto della Corte d’appello ma le udienze del 9 settembre e del 30 settembre si erano chiuse negativamente per le società. Il pg della Cassazione aveva in realtà aperto a una soluzione salomonica: salute sì, ma anche tutela del lavoro. In questo senso il governo aveva incontrato le parti sociali in queste settimane per avviare un percorso di risanamento ambientale e lavorativo. Questa sentenza però taglia le gambe.
Ex Ilva, a rischio 8.622 lavoratori e migliaia di famiglie
Sembra così inevitabile la cassa integrazione straordinaria per 8.622 lavoratori su 9.626 dipendenti di Acciaierie d’Italia. Ma sono coinvolti anche i lavoratori dell’indotto e degli appalti. La vicenda riguarda quindi decine di migliaia di famiglie, che dovranno accelerare a trovarsi un altro impiego. Adi ha anche avviato la procedura per licenziare l’80% dei dirigenti a tempo indeterminato. Insomma, vanno a casa non solo le tute blu.
Certo, le attività dell’area a freddo, a Taranto, Genova e Novi Ligure, possono rappresentare la parte industriale da salvaguardare. Tuttavia, senza produzione primaria a Taranto, gli impianti dovranno essere alimentati con bramme e coils acquistati all’estero, se le condizioni operative e autorizzative lo consentiranno.
La vendita di Acciaierie d’Italia e il futuro della produzione
Fra 10 giorni inoltre sarebbe prevista la chiusura dei termini della vendita di Acciaierie d’Italia, che è in amministrazione straordinaria da febbraio 2024. I soggetti interessati sono due. Jindal, gruppo siderurgico indiano, che avrebbe manifestato interesse sia per l’area a caldo sia per quella a freddo, riservandosi di decidere come gestire la prima.
E poi c’è la cordata italiana legata a Federacciai, che avrebbe invece espresso interesse soprattutto per l’area di laminazione, senza puntare sulla produzione a caldo. Sì, ma ora si va avanti lo stesso? Gli acquirenti dovranno valutare se sia sostenibile mantenere gli impianti di laminazione senza produrre acciaio primario a Taranto e come organizzare il passaggio a una siderurgia decarbonizzata.
Decaro: «Ora tutelare i lavoratori e il futuro di Taranto»
«La salute di una comunità e la sicurezza di chi lavora non possono essere sacrificate a nessuna ragione produttiva», dice Antonio Decaro, presidente della Regione Puglia, che però precisa: «Ora tutelare i lavoratori e il futuro di Taranto».
Li aveva tutelati quando proprio la sua Puglia si era inserita nel giudizio davanti alla Corte d’appello di Milano costituendosi contro Ilva e Acciaierie d’Italia? La regione guidata dai giallorossi chiedeva espressamente di «respingere i reclami» presentati dalle società per rimuovere il provvedimento che imponeva la sospensione dell’area a caldo. Voleva insomma fermare l’attività produttiva, pur essendo la Puglia parte del percorso istituzionale sull’Aia (l’Autorizzazione integrata ambientale).
Allora, ha vinto veramente la salute o gli interessi politici?
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