Qualche giorno fa ero ospite a Ravenna di Itinera Festival, una manifestazione organizzata da un gruppo di giovani che amano viaggiare e camminare, Trail Romagna. Celebravamo a nostro modo la Giornata mondiale del turismo, una di quelle vaghe stelle dell’Orsa che dovrebbero farci santificare, ogni giorno, qualcosa di inutilmente importante. Può sembrare curioso ma in diverse città italiane si stanno elencando gli alberi di maggiore stazza, storia e rilevanza culturale e/o naturalistica. Il lettore di questa pagina potrebbe pensare che tutto sia stato già fatto, che in ogni città, piccola o grande che sia, esista un faldone, più o meno polveroso, nel quale esiste l’elenco di qualsiasi cosa: i tombini, le iscrizioni funerarie sparse per le diverse città vecchie che si sono affastellate e sovrapposte, le vite dei santi locali, i nome dei visitatori illustri di epoca in epoca, e così via. Egualmente per quanto concerne gli alberi, magari non tutti, ma alcuni, i più grandi, i più alti, i più annosi. E invece no. Da un ventennio a questa parte sporadici addetti comunali si avviano in giardini pubblici e privati, chiedono udienza ai proprietari di cortili e giardini pensili, visitano chiostri di abbazie e monasteri, perlustrano boschi e distese arboree, viali alberati e cimiteri, insomma scandagliano il paesaggio umano, urbano e naturale per identificare gli alberi maggiori e con la storia eventualmente più interessante, quando questa è nota a chicchessia. Anni fa feci un lavoro analogo per gli alberi di Mantova, che portò ad una mappa che presentammo al pubblico del Festivaletteratura. Ho dedicato libri per cercatori di alberi secolari alle città di Torino e Milano, ho studiato alcuni orti botanici nel cuore di città quali Genova, Roma, Bologna, Palermo, Padova, Cagliari, Napoli, Firenze, esiti pubblicati in opere quali I giganti silenziosi (Bompiani), L’Italia è un giardino (Laterza), Vecchi e grandi alberi di Torino (Fusta / La Stampa), L’alber de Milan (Edizioni della Meridiana). Camminare dunque fra le vie del centro di una città come Ravenna, nota per ben altro, i mosaici, anzitutto, le chiese bizantine, la tomba di Dante, la cultura contemporanea – musica, teatro, arte visiva – e offrire ai curiosi una visita ad alcuni dei suoi alberi secolari, monumentali o potenzialmente tali, è stato emozionante.
Iniziamo dal classico, accanto alla celebre e visitatissima tomba dell’Alighieri: qui cresce una quercia di pianura, una farnia (Quercus robur), alta, che ha tutta la chioma lassù, fra i 15 e i 18 metri. Non è un albero che impressiona, ma visto che secondo leggenda popolare sarebbe stato messo a dimora su richiesta nientepopòdimenoche del poeta girovago per eccellenza, quel Giosuè Carducci che sembrerebbe non aver avuto una casa propria, visto che si racconta di una sua visita in quasi ogni parte dello stivale. Pochi giorni prima ero a Ceresole Reale, sul confine fra Piemonte e Valle d’Aosta, e anche lì il Carducci fu in vacanza, scrivendo una poesia dedicata alle Alpi che tutti i bambini della zona conoscono a memoria. E poi dicono che la poesia non è carne viva…
Ci spostiamo all’incrocio fra via Carducci e via Roma, alle spalle del liceo classico, dove si apre allo sguardo un magnificente ginkgo biloba: un vasto tronco, nervoso, scultoreo, si solleva in sei grosse branche primarie che vanno a disegnare una chioma recentemente ripulita, ma armoniosa, con diversi legacci messi apposta per armonizzare i movimenti della chioma durante i temporali ed evitare rotture e sbrancamenti. Il tronco misura, in circonferenza ad altezza d’uomo, circa 350 cm, e le informazioni raccolte attestano che sarebbe stato messo a dimora in questo pezzo di terreno protetto su due lati dall’edificio scolastico, negli anni Cinquanta del secolo scorso. In effetti è ben cresciuto per essere così giovane, non sfigurerebbe con alcuni dei nostri più celebri ginkgo urbani d’Italia, come l’esemplare della Biblioteca Ariostea di Ferrara, quel che resta di un antico e dismesso giardino botanico, i due ginkgo dell’orto botanico di Brera, a Milano, o i ginkgo dell’hortus sphaericus di Padova. Sulla sua età torneremo in seguito.
Alle spalle del Mar, il Museo d’Arte di Ravenna, sorgono i giardini pubblici che circondano il Planetario. Qui si incontrano molte diverse specie, dalle autoctone alle esotiche di rito, come magnolie grandiflora, l’albero della pioggia dorata, pioppi tremuli, pioppi neri, lecci, cipressi, pini himalayani, abeti, cedri del Marocco, meta sequoie, tassodi, pini parasole, tigli, ippocastani e palme nane. Spiccano per dimensione dei tronchi secolari liquidambar, una farnia e due magnolie.
Una scarpinata ci accompagna alla Rocca Brancaleone, circondata da un muro e da un fossato come da manuale di medioevalistica. Negli spazi interni gli alberi sono cresciuti per incuria, ma sui resti delle mura è concresciuto un curioso esemplare basso e largo e inclinato di Quercus petraea, o rovere. Una vasta radice sembra colata sulle pietre, che sono oramai radicate in profondità. Un albero insolito, che quasi non si vuol far notare.
La maggiore sorpresa di questo nostro tour arboreo giunge al termine, quando facciamo ingresso nel giardino privato di Palazzo Pasolini Dall’Onda, laddove s’innalza maestosamente – lo so, è il solito avverbio che si usa in questi casi – uno splendido platano, credo orientale (orientalis) visti i dettagli: foglia con profonde fenditure, achenosi (ammassi sferici di semi alati) in gruppi di due o tre, oppure, in alternativa, un platano ibrido (x acerifolia) con una spiccata componente orientale. Il tronco è tornito, ampie sbiancature, cinque metri a petto d’uomo, e salendo si costruisce in una chioma sferica e ricadente, davvero spettacolare, supera i trenta metri di altezza. Starci sotto è una sorpresa, per questa ragione il gruppo di visitatori che con me ha visitato gli alberi di Ravenna è stata invitata a entrare nel giardino fissando in basso per poi lasciarsi «vincere» dalle proporzioni inattese e magistrali dell’albero monumentale. Qui sotto abbiamo anche meditato e contemplato in (relativo) silenzio. I proprietari credono che l’albero abbia un’età compresa fra i 200 e i 220 anni.
Raccogliere informazioni sull’età presunta di taluni alberi è interessante. Il caso ha voluto che passeggiando con una delle guide di Trail Romagna, incontrassimo una signora che ci spiegò di essere la figlia di uno dei vecchi giardinieri di Ravenna, nato nel 1910 e assunto a 20 anni; sarebbe stato lui a piantare il ginkgo, nei primissimi anni Trenta, aggiungendo in questo modo 20 anni alla precedente stima; di fatti, osservando la sua mole, era difficile ipotizzare che avesse solamente una settantina d’anni, mentre ora ci avviciniamo al secolo, poiché queste sono piante che raramente vengono messe a dimora appena nate, e dunque potrebbe avvicinarsi o aver da poco varcato la soglia dei 100 anni.
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