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Il generale libico Khalifa Haftar (Getty Images)

Il dossier libico rimane al centro delle attenzioni internazionali per la sua posizione strategica e per le enormi risorse energetiche. La grande nazione affacciata sul Mediterraneo, nonostante una nuova serie di incontri fra rappresentanti dell’Est e dell’Ovest, sembra ancora molto lontana a una soluzione politica che possa portare alla riunificazione.

Il governo della Cirenaica, che controlla oltre il 60% del territorio nazionale, resta saldamente nelle mani del clan guidato dal Feldmaresciallo Khalifa Haftar che controlla il governo fantoccio di Osama Hammad e che controlla tutti i centri di potere a Bengasi e Tobruch. A Ovest il debole esecutivo di Abdul Hamid Dbeibeh, nonostante il riconoscimento internazionale, resta in piedi soltanto grazie alle milizie che controllano i quartieri di Tripoli e a una serie di alleanza con i gruppi armati di Zintan e Misurata.

L’Italia sta lavorando da tempo per risolvere il caos libico e anche la Nato punta su Roma, insieme alla Turchia, per un percorso di pacificazione nazionale nella nazione araba. Avere una seria influenza su Tripoli significa controllare il Mediterraneo centrale e gli equilibri che si ripercuotono sulla turbolenta area del Sahel dove sta continuando la guerra fra i tuareg alleati con i jihadisti di al Qaeda e le forze mercenarie dell’ex Wagner Group, ridenominato Africa Corps.

Da alcuni mesi però sulla scena è apparso un attore inaspettato e che potrebbe sparigliare le carte. Il Pakistan da inizio anno ha intavolato una serie di incontri con entrambi i governi, proponendosi come mediatore internazionale. Islamabad ha avuto un ruolo determinante nella trattativa fra Stati Uniti e Iran, grazie soprattutto al ministro degli Esteri Ishaq Dar e al comandante in capo delle forze armate il generale Asim Munir, due uomini molto rispettati in ambito militare e diplomatico.

I libici hanno accolto con favore questo nuovo mediatore che si muove anche a nome del mondo musulmano sunnita. Il Pakistan, oltre che essere stato l’anello di congiunzione fra Teheran e Washington, nel 2025 ha stretto un patto di muto soccorso con l’Arabia Saudita, mettendo a disposizione il suo ombrello protettivo nucleare della più importante nazione della penisola arabica. I pakistani, che vantano una lunga tradizione militare, puntano a superare l’idea di esistere soltanto come storici antagonisti dell’India, riposizionandosi all’interno del Medio Oriente. In Libia si sarebbero presentati con le spalle coperte economicamente dai sauditi che puntano a scalzare dal Paese il Qatar, presente in Tripolitania, e gli Emirati Arabi Uniti, attivi invece in Cirenaica.

Nelle settimane scorse sia l’Arabia Saudita che il Pakistan hanno avuto un importante incontro al Cairo con Egitto e Turchia, mettendo le basi per quello che è stato definito come il Patto di Maometto, un’alleanza militare sunnita fra le quattro nazioni. Ankara e il Cairo hanno dato libertà d’azione al tentativo pakistano, provando ad aprire una nuova strada alla trattativa in Libia. Le due nazioni sono su due fronti opposti perché l’Egitto appoggia il governo di Bengasi, mentre Erdogan è il più importante sponsor di Tripoli, dove ha spedito anche mercenari siriani reduci della guerra civile di Damasco per difendere l città.

Le mosse di Islamabad sarebbero approvate anche dalla Cina e gli stessi Stati Uniti, che adesso guardano con grande interesse alla Libia, avrebbero lasciato una certa libertà d’azione. L’agenzia di stampa britannica Reuters avrebbe visionato un proposta di accordo transitorio della durata di tre anni con la creazione di due nuovi organismi, uno guidato dall’attuale Primo ministro di Tripoli ed il secondo dal figlio del Feldmaresciallo Haftar. Una coabitazione molto complessa che non sembra tenere abbastanza in considerazione il peso delle tribù e delle milizie che dominano gran parte dello stato.

L’Italia resta comunque molto attiva nel Mediterraneo e mantiene rapporti con entrambi i governi e punta ad un nuovo round del cosiddetto 4+4, i bilaterali con quattro rappresenti dei due esecutivi con il prossimo appuntamento già fissato a Roma.

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