L’adattamento di un’autobiografia che in Italia è stata pubblicata con il titolo di Le farò un po’ male, debutta il 26 ottobre, con il racconto della storia vera di Adam Key, un medico alle prime armi, provato da turni massacranti e improvvisi colpi di sonno.
Diciamocelo. È sufficiente nominarlo, il binomio medici-televisione, perché la gran parte degli spettatori lasci cadere il telecomando, ritraendosi con malcelata stizza. Paura, quasi, perché il suddetto binomio, complice il successo di poche produzioni, è ormai preludio di un film noto, di un genere preciso: di quel «medical drama», in cui il «drama» è tale e tanto ingarbugliato da fagocitare ogni parvenza di «medical». Il binomio, dunque, il solo accostare le due parole, medici e televisione, è capace di indurre un certo scoramento in chiunque gli si voglia avvicinare. Perciò, è necessario spendere due parole di più su This is going to hurt, perché quel binomio con le sue regole logiche sia capace di ammettere una felice eccezione.
This is going to hurt, adattamento di un’autobiografia che in Italia è stata pubblicata con il titolo di Le farò un po’ male (Lastarìa Edizioni, 2018, pp. 256, euro 16,05), andrebbe annoverata fra i temutissimi medical drama. Ma il condizionale, nel caso specifico, è più di un obbligo. È un imperativo morale, qualcosa che sottenda una sorta di missione etica finalizzata a distinguere il Bene dal Male, il medical drama formato telenovela dal medical drama dove, per grazia di Dio, il medical non sia solo una cornice come tante. This is going to hurt, al debutto su Disney+ mercoledì 26 ottobre, è la storia vera di un medico alle prime armi: di Adam Key, una testa piena di capelli montata su un corpo esile, provato da turni massacranti e improvvisi colpi di sonno. Adam Key, il volto nello show di Ben Whishaw, non ha nulla del dottore, così come la serialità recente lo ha declinato. Non è un martire, bello e tormentato. Non ha il fascino del missionario né la patina dorata della quale è stato ammantato il dottor Stranamore, compianto co-protagonista di Grey’s Anatomy. Al contrario, è l’uomo senza qualità apparenti, non più bello di altri, non più bravo di altri. È medico da poco, un giovane assunto nel reparto di Ostetricia e Ginecologia di un ospedale di Londra. Lavora per uno stipendio misero, novantasette ore la settimana. La vita delle proprie pazienti, insieme a quella dei loro bambini, lo perseguita. Se le porta con sé, un bagaglio immenso su spalle troppo gracili. È stanco, di una stanchezza che le parole non possono dire. Di privato, non gli è rimasto nulla. Ha un fidanzato, ma la professione sembra costringerlo ad una scelta estrema: o il camice o l’amore. Ed è qui, fra le pieghe di un’esistenza sofferta, che This is going to hurt prende il largo, lasciando dietro di sé ogni più trito cliché del medical drama.
La serie, che pur avrebbe potuto avventurarsi nei drammi del dottore, dimenticando tutto, l’ospedale, i pazienti, la professione, rimane dove altre hanno rifiutato di essere: nel contesto particolare di un reparto, in corsia, fra corridoi e lettini stracolmi di fluidi corporei. Racconta il pubblico, del suo dottore. La fatica, i sacrifici, gli oneri di una professione che genera solitudine e competizione. È la sfera emotiva dell’Adam Key dottore a farla da protagonista. Il resto, l’amore con un uomo, i dubbi esistenziali sono manifestazioni indirette delle sue difficoltà professionali. Condite via con toni leggeri, però, da commedia nera, cinica ed essenziale. Fa ridere This is going to hurt, ed è una risata liberatoria. Perché di un altro Grey’s Anatomy, con la sua presunzione ormai eterna, propria non ne avremmo avuto bisogno.
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