Non ti integri? La Svezia ti caccia. E l’Europa oggi decide sui rimpatri

Comportamento responsabile, autosufficienza economica, conoscenza della cultura e della società svedese. Sono alcuni dei requisiti, più rigorosi, che gli stranieri devono dimostrare di possedere per ottenere la cittadinanza svedese, in base alle nuove norme approvate dal Parlamento.
Entrate in vigore dal 6 giugno, festa nazionale nel Paese scandinavo, fanno piazza pulita dell’illusione che sia una mera formalità entrarne a far parte in pieno titolo. «Le nuove norme vengono introdotte senza disposizioni transitorie», ha fatto sapere l’Ufficio svedese per l’immigrazione, avvertendo che le richieste non completate entro quella data seguiranno le nuove regole.
A stretto giro, lunedì è stata approvata anche una legge, voluta dal ministro dell’Immigrazione Johan Forssell, che consentirà alle autorità di revocare il permesso di soggiorno agli immigrati non soltanto in caso di reati, ma anche sulla base di comportamenti ritenuti incompatibili con la permanenza nel Paese. La volontà è chiara, ridurre gli ingressi, verificare la volontà di integrazione e semplificare le misure per togliere la cittadinanza ai non meritevoli.
Partiamo dai nuovi requisiti deliberati al Riksdag, sede del Parlamento a Stoccolma. Viene innalzata da cinque a otto anni la durata minima di residenza in Svezia, per poter chiedere la cittadinanza, e l’autosufficienza economica diventa requisito indispensabile (non per i minori, ovviamente). Questo significa avere un reddito annuo pari ad almeno tre importi base di reddito di circa 20.000 corone svedesi (l’equivalente di 1.839 euro) al mese, al lordo delle imposte; avere un reddito fisso derivante da lavoro o attività imprenditoriale e non aver usufruito di sussidi di sostegno al reddito per un periodo complessivo superiore a sei mesi negli ultimi tre anni. Tutto il contrario di quello che vuole la sinistra italiana per gli immigrati che chiedono la cittadinanza. La legge svedese contempla delle eccezioni, in caso di pensionati, di invalidi, di studenti impegnati in corsi universitari. Fondamentale è dimostrare di conoscere la lingua e la cultura civica svedese e questi nuovi paletti per gli immigrati dai 16 ai 66 anni la dicono lunga sulla volontà del governo di Stoccolma di controllare l’effettiva integrazione.
Si parte ad agosto, il giorno 15, con i test di conoscenza della società svedese (circa 60 domande per iscritto, nella solo lingua ufficiale del Paese) all’interno di un esame approntato dal Consiglio svedese per l’istruzione superiore (Uhr). Il materiale didattico sul quale prepararsi e che sarà oggetto della prova riguarda la storia della Svezia, il suo ordinamento politico, legge e giustizia, diritti umani, tradizioni, festività e molto altro. Per i test di conoscenza della lingua, ancora non è stata fissata una data.
Per quanto riguarda la legge appena approvata in materia di permessi di soggiorno, che consente una più facile espulsione degli immigrati che si comportano male ed entrerà in vigore il prossimo 13 luglio, tra i comportamenti che ora possono comportare il rifiuto o la revoca di un permesso figurano debiti non pagati, lavoro nero, incapacità di provvedere al proprio sostentamento, infrazioni minori ripetute o legami con organizzazioni estremiste.
Il governo svedese sottolinea «che la limitata possibilità, prevista dalle norme attuali, di valutare anche condotte illecite diverse da quelle criminali non appare giustificata e ritiene che non debba essere necessario che uno straniero abbia commesso un reato affinché altre condotte illecite vengano prese in considerazione». Forssell l’aveva annunciato, presentando la riforma di legge: «Chi non si impegna a fare la cosa giusta non dovrebbe poter contare sul fatto di restare nel Paese». Chi trasgredisce va fermato, non giustificato come fa la sinistra che continuerebbe a spalancare le braccia all’immigrazione irregolare, facendo credere che l’accoglienza illimitata sia dimostrazione di progresso e umanità.
E anche l’Ue si muove. Dopo il via libera della commissione Libertà civili del Parlamento europeo all’accordo sul regolamento rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare, oggi alle 12.30 è infatti previsto il voto in plenaria. Malgrado posizioni a volte divergenti tra i rappresentanti del centrodestra, l’Italia oggi voterà compatta, portando a compimento un lungo lavoro svolto dal governo Meloni. Un lavoro «made in Italy», per costruire a Bruxelles una maggioranza sui temi migratori. Tra le nuove regole, dovrebbe essere autorizzato il trattenimento fino a 24 mesi, prorogabile in casi specifici, e la possibilità di utilizzare «hub di rimpatrio» situati in Paesi terzi al di fuori dell’Ue.
A tal proposito, Germania e Italia starebbero spingendo affinché il prossimo bilancio pluriennale dell’Ue 2028-2034 includa la possibilità di finanziare le strutture in Paesi terzi destinati ai richiedenti asilo respinti, che non possono essere rimpatriati nei Paesi d’origine.
Intanto, ieri la Camera con 147 sì, 93 no e 3 astenuti ha dato il via libera alla legge sui rimpatri volontari assistiti. La norma ha corretto l’emendamento inizialmente proposto al dl Sicurezza. Nel nuovo testo, il contributo di 615 euro viene destinato all’avvocato a «conclusione del procedimento», non vincolandolo alla partenza dello straniero.
Farà discutere, nel frattempo, la presa di posizione di papa Leone XIV. Uscendo da Castel Gandolfo e rispondendo ad una domanda sulla remigrazione, ha detto: «Semplicemente dire questo lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra una risposta cristiana».






