Dietro il contestato progetto della maxi moschea a Torino spunta un faccendiere marocchino. Un uomo già messo sotto accusa dai suoi stessi connazionali.
Quasi un secolo di diritto di superficie, 30 anni di vincoli blindati per realizzare residenze universitarie e la promessa di un maxi finanziamento marocchino su cui in molti chiedono trasparenza. L’operazione è stata rilanciata il 4 ottobre, quando la Confederazione islamica italiana ha annunciato di aver ottenuto il permesso di costruire sui terreni dell’ex fonderia Nebiolo a Torino, fissando l’avvio del cantiere entro fine anno. Eppure, scorrendo le carte e le comunicazioni ufficiali, i nodi da sciogliere non mancano. A partire dall’accordo con l’Edisu, ente per il diritto allo studio, che il comunicato della Confederazione preferisce coniugare al futuro.
A firmare la nota è Moustapha Hajraoui, presidente della Confederazione islamica italiana, un’entità a capo di una fitta rete di moschee e centri culturali distribuiti in tutta Italia, e regista dell’operazione, contestato in passato dalla sua stessa comunità. Basta scavare per ritrovare il nome di Hajraoui al vertice di più sigle: è capo della Confederazione, ha guidato le due federazioni islamiche piemontesi finite sotto la lente di un procedimento penale torinese del 2018 ed è il legale rappresentante di Al-Waqf, l’ente dell’operazione Nebiolo. Proprio su Al-Waqf la delibera comunale del 2021 fotografa un passaggio societario rilevante: la trasformazione da fondazione ad associazione di promozione sociale. Cambia l’assetto giuridico, ma restano identici codice fiscale, sede e rappresentante legale. Ed emerge una prima controversia relativa alla gestione dei fondi provenienti dal regno alawita.
Le accuse sulla gestione dei fondi marocchini
Nel maggio 2016 è Chorok News 24, periodico marocchino con l’ufficio di corrispondenza a Brescia, a pubblicare un articolo firmato Idriss Farhan che, dopo aver chiesto conto dell’uso di 280.000 euro e accusato Hajraoui di gestione opaca, finì in tribunale. La figura del giornalista-accusatore è a sua volta controversa. Il 23 luglio 2024 la Corte d’appello di Brescia ha negato l’estradizione di Farhane, ravvisando nella domanda di Rabat una finalità persecutoria legata alle opinioni politiche del giornalista. Lo arrestarono con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina mentre stava scontando in Italia una condanna a tre anni per diffamazione.
Ma è nell’inchiesta torinese del 2018, chiusa con archiviazione, che si rintracciano i dettagli di una seconda spaccatura nella comunità islamica. Alcuni esponenti denunciarono Hajraoui contestando l’uso di fondi — quasi 180.000 euro — destinati in parte a un centro islamico di Moncalieri. La Guardia di finanza scavò nei conti e scoprì che parte delle somme fu impiegata per il pagamento di una garanzia per la sede bolognese della Confederazione. Il pm stabilì che non erano stati commessi reati.
Tuttavia, tra le righe della richiesta di archiviazione emerge una minuziosa ricostruzione dei meccanismi interni. Gli investigatori individuano due federazioni omonime, nate rispettivamente nel 2011 e nel 2016, registrate con codici fiscali diversi. Secondo la ricostruzione condivisa dalla Procura, la creazione del secondo ente serviva a uno scopo ben preciso: escludere i membri indesiderati e ridurre i vincoli procedurali. Se sul piano penale il reato non sussisteva, agli atti restava descritto quel particolare sistema.
Il maxi progetto da 17 milioni e i fondi del Marocco
Oggi sul piatto ci sono numeri di ben altra portata: un investimento da 17 milioni di euro, supportato dalla promessa di 8 milioni da parte del Regno del Marocco. Già nel 2016 era stato presentato un esposto in Italia. L’avvocato Silvia De Bortoli aveva indirizzato una lettera formale a «Sua maestà Mohamed VI» per conto di due assistiti che lamentavano l’assenza «di trasparenza sui fondi elargiti dal governo marocchino». La richiesta di poter visionare «i bilanci della Confederazione» cadde nel vuoto.
«Davvero il sindaco Lo Russo e la sinistra vorrebbero affidare i giovani di Torino Nord alle biblioteche, aule studio e studentati annunciati nel progetto?», si chiede il vicepresidente della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, consapevole che spetterà alle istituzioni pretendere carte che, magistratura esclusa, fino a oggi nessuno è riuscito a vedere.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >