Una bambina in piedi osserva i compagni seduti a mangiare nella mensa scolastica
Una bambina osserva in piedi i compagni mentre mangiano nella mensa scolastica. (iStock)

La notizia, sollevata dalle colonne del Gazzettino e rilanciata ieri da Mario Giordano sulla Verità, ha il sapore amaro del paradosso: in Friuli-Venezia Giulia il maiale è stato praticamente bandito dalle mense scolastiche. È bastato un banale confronto tra i menu degli anni precedenti e quelli di quest’anno: la sparizione è chirurgica.

Piatti storici, pilastri della cucina friulana e italiana, la lonza, i rigatoni all’amatriciana, la braciola e persino il prosciutto San Daniele – nella terra che ne è la culla mondiale – sono stati polverizzati. E non si è trattato di una banale scelta di praticità gestionale.

Le linee guida regionali e l’«ecosistema alimentare»

Dietro la parvenza dell’efficienza organizzativa si nasconde il vero motore di questa operazione: il documento ufficiale intitolato «Linee di indirizzo per la ristorazione scolastica della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (Edizione 2025)», che non è un innocuo manuale di dietetica, bensì il manifesto ideologico. Il Main Kampf in salsa woke dell’islamicamente corretto applicato ai piatti dei nostri figli.

Il documento, elaborato dalla solerte Direzione centrale per le politiche della salute, guidata dal vicegovernatore del Friuli (Regione guidata dal leghista Massimiliano Fedriga), Riccardo Riccardi, è una sorta di vademecum ideologico che ha offerto ai responsabili d’istituto l’alibi perfetto per attuare la più classica delle operazioni di cancel culture gastronomica.

Il delirio progressista parte subito forte, fin dalla prefazione, dove i vertici regionali mettono in chiaro che l’obiettivo non è nutrire i bambini, ma rieducarli: «Il documento vuole confermare l’impegno della Regione Friuli-Venezia Giulia ad accompagnare questo percorso di qualità in una prospettiva multisettoriale per favorire un ecosistema alimentare, ma anche una società, più inclusivi e resilienti».

La cotoletta o il ragù, insomma, non servono più a dare energia a un bambino, la mensa scolastica non serve più semplicemente a sfamare i bambini con cibi sani e nutrienti ma diventa lo strumento per plasmare un «ecosistema alimentare» e edificare una società «resiliente». Nel gergo della neolingua significa piegarsi, rassegnarsi e sottomettersi.

La multiculturalità come «laboratorio» nelle mense

Il vero capolavoro della ristorazione ideologica si consuma, però, a pagina 31, nella sezione significativamente intitolata «Multiculturalità». Qui il testo abbandona ogni prudenza scientifica per trasformarsi in un vero e proprio manifesto politico.

Ci viene spiegato che «è fondamentale sviluppare politiche alimentari inclusive e pluralistiche», perché in fondo «l’assunzione di cibo non rappresenta solo la risposta a un bisogno esclusivamente fisiologico, ma abbraccia la più ampia dimensione delle esigenze culturali e sociali». L’obiettivo non è più preservare o tramandare una tradizione culinaria millenaria – unanimemente considerata la più buona del mondo – bensì utilizzare il momento del pranzo come grimaldello culturale.

Ed è proprio qui che il lessico burocratico si fa inquietante: «In questo ambiente protetto è prioritario usare la mensa come laboratorio e strumento per l’adozione di buone abitudini alimentari a livello collettivo». Termini che evocano sinistramente i piani quinquennali e l’ingegneria sociale, dove i bambini nelle scuole smettono di essere individui legati alla propria storia familiare per diventare cavie di un esperimento di assimilazione al contrario.

Il menù scolastico deve, così, trasformarsi in un «veicolo per trasmettere nuove conoscenze anche culinarie e uno strumento di integrazione», partendo dal presupposto che «gli attuali fenomeni migratori e la globalizzazione portano a mutamenti dei modelli alimentari». Invece di chiedere a chi arriva di adattarsi ai costumi del Paese ospitante, sono le istituzioni a teorizzare il mutamento obbligatorio dei nostri modelli alimentari.

Addio ai piatti della tradizione, spazio alla cucina etnica

La declinazione pratica di questa filosofia è un inno all’autoflagellazione culturale: mentre il maiale viene spazzato via senza troppi complimenti dai piatti comuni di tutti i bambini per far posto al pollo al curry e al cous cous, la scuola spalanca le porte alla cucina etnica obbligatoria. Poco importa se in questo modo si recidono i legami con i prodotti della nostra terra; l’importante è che la «multiculturalità» diventi «un argomento da trattare nella formazione di tutto il personale scolastico e dei genitori, quale risorsa per la crescita di una società più inclusiva».

Una vera e propria rieducazione permanente che coinvolge docenti, bidelli e famiglie: non si salvano nemmeno i padri e le madri, insomma, tutti chiamati a scuola a subire la lezioncina di inclusività culinaria. Risultato: la distruzione scientifica e sistematica della nostra civiltà della tavola, giustificata da un bislacco dovere di accoglienza che assomiglia sempre di più alla Sottomissione profetizzata da Michel Houellebecq e lucidamente denunciata ieri da Mario Giordano.

Pur di non gestire con buonsenso e rispetto le diete differenziate per chi ne fa legittima richiesta, si preferisce sradicare la tradizione dal piatto di tutti, uniformando il «collettivo» al volere della minoranza. Ci si adegua, si arretra, ci si sintonizza sui diktat religiosi dell’Islam cancellando il prosciutto per non turbare nessuno, convinti che la «resilienza» sia l’arte di sparire. Un capolavoro di masochismo woke che, in nome di un «ecosistema» dove tutti devono essere inclusi, finisce per escludere e cancellare solo ed esclusivamente noi stessi.

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