Gli insegnanti che accettano il velo si rendono complici di un crimine

Lettera aperta ai signori insegnanti, dirigenti scolastici e a tutti gli adulti che fanno entrare il velo integrale nelle scuole italiane. Egregi signori, vi scrivo da medico. Ho studiato fisiologia, neurologia, psicologia e patologia medica, voi a quanto pare avete studiato l’arte di non vedere e bisogna riconoscervi un talento eccezionale.

In Iran le ragazzine si fanno ammazzare per non portare il velo. Mahsa Amini aveva 22 anni quando la polizia morale la arrestò per qualche ciocca di capelli fuori posto. Nika Shakarami ne aveva 16. La stessa età di Armita Geravand quando crollò in una carrozza della metropolitana di Teheran, dopo un incontro con le guardiane del velo. Non si svegliò più.

In Afghanistan i talebani hanno annunciato che le adultere torneranno a essere lapidate in pubblico. In Italia voi fate entrare a scuola la divisa di chi ha cacciato le bambine da scuola. È un capolavoro di incoerenza che nemmeno George Orwell avrebbe osato descrivere.

«Il velo è libertà. Il niqab è autodeterminazione». Le quattro fregnacce che le ragazze ripetono sono sempre le stesse. «È la mia religione». Falso, il Corano non lo prescrive, è la divisa dello wahabismo e della Fratellanza musulmana, cioè dell’islam più tragicamente aggressivo. «È il frutto di una mia ricerca interiore». Non vuol dire un fico, ma suona bene. «È la mia libertà». Libertà è indossare un giaccone con la svastica? La giacca con la svastica vuol dire che è giusto che gli ebrei siano uccisi, la copertura integrale vuol dire che è corretto punire chi non la porta dove è legalmente possibile farlo.

Perché di una divisa si tratta, l’uniforme di un potere criminale che lapida, frusta, incarcera e uccide le donne che non la indossano. Chi la porta in un’aula europea indossa la divisa del regime che a Teheran spacca il cranio alle sue coetanee ed è una collaborazionista, come collaborazionisti siete voi, destinatari dei questa lettera. Le ragazze di Teheran si tolgono il velo in strada sapendo di poter morire. Le vostre allieve se lo mettono in un Paese dove nessuno le arresterebbe se lo togliessero.

A Teheran voi siete importantissimi: il fatto che in Europa ci siano insegnanti che permettono il lurido obbrobrio della copertura integrale, dimostra che pretenderla anche con il sangue non è un crimine, ma una cosa giusta. Siete complici per qualcosa di peggio del quieto vivere, per sentirvi buoni, inclusivi, antirazzisti. Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, scrive il profeta Isaia. Il male si traveste da bene per trascinarlo nel baratro.

Il Corano chiede alle donne di coprirsi il petto con il velo e di vestirsi con decenza. Il volto non lo nomina. Il niqab non è raccomandato dal Corano. La casa reale di Giordania, la dinastia hashemita, discende in linea diretta dal Profeta. La regina Rania, che vi appartiene per matrimonio ed è madre dell’erede al trono, un discendente di Maometto, parla al mondo a capo scoperto. Fino agli anni Settanta il volto coperto era una faccenda dell’islam del deserto arabico e di qualche valle pashtun. Poi arrivarono i petroldollari, il wahhabismo esportato con le moschee e le borse di studio, la Fratellanza musulmana, la rivoluzione di Khomeini. Il niqab non è una tradizione: è un’introduzione politica recente. Difendendolo non rispettate una cultura antica, vi mettete al servizio di un’operazione di propaganda di 50 anni fa.

Un’insegnante che non vede il volto della sua allieva non sa se ha capito, non sa se ha paura, non sa se piange, non sa se a casa qualcuno la picchia. Cancellare la mimica di una ragazza non è un dettaglio d’abbigliamento: è un’amputazione della sua funzione comunicativa, fatta nell’età in cui la personalità sociale si forma. Voi l’avete autorizzata.

La scuola ha regole e la prima regola di qualunque relazione educativa è che ci si guarda in faccia. Una ragazza che si sente dire con fermezza «qui dentro il volto si mostra» riceve forse il primo messaggio di libertà della sua vita. Una ragazza che si sente dire «va bene così» impara che anche la scuola italiana appartiene a suo padre, a suo fratello, al suo imam. L’unica speranza di queste ragazze, e perfino di quei padri, è una scuola ferma, che rifiuti il ricatto e dica a tutti, con la forza della legge, che qui dentro il volto si mostra.

Le donne iraniane muoiono per strapparselo di dosso. Il velo integrale nelle scuole europee è una bandiera piantata in territorio conquistato e ogni aula che lo accetta è un metro di terreno ceduto. Ceduto per sempre.

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