bologna 2 agosto
I familiari di Abderrahim Fakir, la nipote Yossra e la sorella Khadjia, partecipano al corteo partito da Palazzo D'Accursio per raggiungere la stazione di Bologna, nel 46° anniversario della strage del 2 agosto (Ansa)

C’erano i parenti di Abderrahim Fakir ad aprire il corteo che ha celebrato la 46esima commemorazione della strage di Bologna.

E non di quello alternativo, organizzato, sempre ieri, da Potere al Popolo per dire «no allo scudo penale», bensì di quello ufficiale, dove la nipote e la sorella del 42enne marocchino morto lo scorso 19 luglio nel rione Pilastro, sono state posizionate proprio tra le autorità, appena un passo dietro al sindaco di Bologna Matteo Lepore, alla vicesindaca Emily Clancy, al presidente della Regione, Michele De Pascale, e agli altri rappresentanti delle istituzioni.

Una ostentazione grossolana di una vicenda privata, ficcata a forza dentro alla commemorazione di una strage che ha segnato Bologna e l’intero Paese 46 anni fa.

I familiari di Fakir nel corteo ufficiale

Così come grossolano è stato il tentativo – reiterato inutilmente per tutta la giornata di ieri da rappresentanti del Pd locale e non – di accendere con il centrodestra, o ancor meglio con lo stesso premier Giorgia Meloni, polemiche sul tema della matrice neofascista, confermata dalle recenti sentenze.

Peraltro stroncate sul nascere dalle parole del sottosegretario della Lega agli Interni Nicola Molteni che, dal palco, in rappresentanza del governo, ha parlato chiaramente di «un attentato terroristico di matrice neofascista che ha squarciato la vita di una nazione intera».

Comunque sia, il corteo, partito da piazza Nettuno ha raggiunto, pacificamente e in silenzio, come da tradizione, la piazza delle Medaglie d’Oro, antistante alla sala d’aspetto della stazione dei treni dove, il 2 agosto del 1980, alle 10.25 si consumò la strage costata 85 vittime e oltre 200 feriti.

Il caso Fakir irrompe nella commemorazione

E in quella marcia, così smaccatamente identitaria per la città, l’atteggiamento contrito di Yoshra e Kadija (rispettivamente nipote e sorella di Fakir) immortalato in centinaia di immagini, grazie ad una passerella unica per visibilità, fa quantomeno riflettere.

Partecipi anche loro del dolore di chi in quella strage ha perso un parente? Colpite nel ricordare un giorno tragico, intriso di storia italiana? O semplicemente ben istruite sui modi da tenere per l’occasione?

«In piazza delle Medaglie d’oro abbiamo assistito al tentativo di trasformare una commemorazione solenne in un’occasione di contrapposizione politica contro il governo Meloni, attraverso riferimenti a temi estranei alla tragedia del 1980. Il dibattito sul referendum, sul presidenzialismo, il richiamo a vicende di stretta attualità come i casi Fakir e Ceuta, fino ad arrivare a evocare figure storiche come D’Annunzio e il futurismo per raccontarli come i mandanti filosofici della strage, nulla hanno a che vedere con l’attentato.

Inserire polemiche politiche contingenti sul palco significa, di fatto, allontanarsi dal dovere istituzionale di una commemorazione che dovrebbe appartenere a tutti gli italiani», ha dichiarato la senatrice di Fratelli d’Italia Cinzia Pellegrino, responsabile del dipartimento Vittime del partito. «Le vittime non possono essere utilizzate come strumento di propaganda, né il dolore di una comunità nazionale può diventare terreno di scontro ideologico. Ancora una volta si tenta di riesumare contrapposizioni del passato e di utilizzare l’antifascismo come arma di delegittimazione dell’avversario politico, anziché come patrimonio storico e democratico condiviso. Se fossi un familiare di una vittima, proverei una profonda indignazione nel vedere una giornata di lutto e raccoglimento trasformata in un’occasione di polemica politica», ha concluso.

Schlein attacca Meloni, ma il Pd finisce nel mirino

«Per governare è importante anzitutto conoscere la storia del nostro Paese», sembra farle eco il segretario del Pd Elly Schlein con una frase, pronunciata a margine della commemorazione, rivolta al governo Meloni, ma che suona invece come un monito al suo stesso partito per l’operazione ardita (e antistorica) che vorrebbe accomunare l’immigrazione e strage di Bologna, in un’unica, ipotetica, lotta della «sinistra buona» contro «i cattivi».

Il corteo alternativo di Potere al Popolo

Ben più lineare, politicamente parlando, è apparso tra questi rimescolamenti il corteo parallelo, organizzato da Potere al Popolo, dove campeggiava – senza tentativi di camouflage – uno striscione dedicato esplicitamente alla vicenda Fakir con su la scritta «Verità e giustizia, basta omicidi e stragi di Stato, revocare lo scudo penale ora». Magari – sperano dall’estrema sinistra – proprio a partire da quello scattato nei confronti degli agenti di Polizia coinvolti nei fatti del Pilastro (iscritti registro modello 45-bis).

E mentre Lepore – ancora alle prese con la ricerca di una «regia Maga» dietro alle migliaia di commenti negativi che da ben prima della vicenda Fakir inondano i suoi social – ieri, prima della cerimonia tra i saluti di rito, ha chiesto un applauso alle forze dell’ordine, tra le personalità di spicco presenti alla cerimonia, c’era pure Silvia Salis, sindaco di Genova, che ha sfilato nel corteo con la fascia tricolore. «È la prima volta che vengo ed era importante come sindaca di Genova essere qua» perché, ha sentenziato la sindaca, «possono sempre essere le 10.25 in questo Paese».

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