Pacchi di denaro spediti verso il Bangladesh, controlli della Guardia di finanza sui money transfer, caporalato nei subappalti, imprenditori finiti sotto inchiesta, risse tra fazioni rivali e una faida partita da Mestre e arrivata fino al villaggio d’origine, tra morti e feriti.
La crescita della comunità bengalese veneziana ha un lato oscuro. Si tratta di una rete diventata in pochi anni economicamente forte, capace di muovere decine di milioni di euro. Ma è in questo scenario che si inserisce la grande moschea di via Giustizia. C’è soprattutto una cifra: i 15 milioni che dovrebbero servire per costruire questa opera faraonica in stile Dubai in una realtà storicamente sobria come l’entroterra veneziano.
La comunità bengalese e il progetto della grande moschea
A Venezia vivono quasi 9.000 cittadini bengalesi, secondo una ricerca di Ca’ Foscari del 2024. Contando naturalizzati e l’area veneziana, le stime arrivano intorno ai 20.000. Lavorano soprattutto nella ristorazione, negli alberghi e nei subappalti Fincantieri, ma molti sono diventati imprenditori. Nel 2025 alcuni hanno acquistato perfino l’ex sede Inps di Mestre. A Venezia, nel 2022, 21 delle 29 bancarelle di souvenir di Riva degli Schiavoni risultavano a gestione bengalese, tra le proteste di chi vede il commercio tradizionale e l’artigianato veneziano perdere terreno davanti a souvenir e paccottiglia varia (e avariata).
La raccolta fondi per la moschea resta senza risposte
Il promotore della moschea è Giovani per l’umanità, Aps (associazione per il sociale), fondata nel 2021 e presieduta da Prince Howlader. Lo statuto parla di integrazione, formazione, immigrazione, dialogo tra confessioni e libertà religiosa, ma non indica specificamente tra le proprie finalità la costruzione o la gestione di una moschea. Le raccolte fondi sono invece previste, così come contributi pubblici e privati, donazioni e lasciti. Ed è qui che la filiera finanziaria resta opaca sul piano pubblico. Una Aps può raccogliere denaro, ma deve rendicontare e depositare al Runts (registro del terzo settore) i propri bilanci. Se i milioni fossero transitati attraverso l’associazione, la loro traccia dovrebbe dunque emergere dalla documentazione contabile. Ora spunta un altro elemento. Un volantino per la «Grande moschea di Venezia» propone ai fedeli di versare 500 euro per un metro quadrato di terreno «Waqf», istituto islamico attraverso il quale un bene viene destinato stabilmente a una finalità religiosa o caritatevole. Il messaggio promette simbolicamente una «casa in Paradiso» a chi contribuisce alla costruzione. Ma soprattutto l’Iban indicato nel volantino risulta intestato proprio a Giovani per l’umanità. Almeno una parte della raccolta, quindi, passa direttamente dall’Aps. Il salto resta notevole. Nel marzo 2025 Howlader parlava di appena 50.000 euro raccolti e della ricerca di risorse anche in Bangladesh. Oggi si arriva a indicare 15 milioni raccolti dalla comunità, mentre alcune valutazioni portano il costo complessivo dell’intervento fino a 20 milioni. Il 5 per mille dell’associazione vale invece poco più di 1.500 euro nel 2024 e circa 1.400 nel 2025. Una voce marginale, naturalmente. Ma il resto da dove arriva?
Money transfer e inchieste: dove finiscono i soldi
Il denaro che attraversa la comunità è da tempo sotto osservazione. Nel 2023 dalla provincia di Venezia sono stati trasferiti in Bangladesh circa 78 milioni di euro, in larga parte risparmi inviati alle famiglie. La Banca d’Italia certifica inoltre che nei quattro trimestri terminati a marzo 2026 il Bangladesh è stato il primo Paese destinatario del denaro inviato dall’Italia dai lavoratori immigrati, con il 19,5% del totale. Sui money transfer veneziani la Guardia di finanza ha acceso i fari nel 2025. I primi verbali per trasferimenti oltre i limiti previsti dalla normativa antiriciclaggio hanno riguardato circa 450 cittadini bengalesi; Adico ha parlato poi di una platea potenziale fino a 2.000 persone. Secondo l’associazione dei consumatori, circa il 90% degli assistiti lavorava nei cantieri Fincantieri o in subappalti. Dove si sono concentrate altre inchieste.
Caporalato e faide, le ombre sulla comunità bengalese
Nel 2018, tre imprenditori bengalesi furono indagati per estorsione ai dipendenti. Due patteggiarono poi per caporalato, con operai pagati 5 euro l’ora, costretti a restituire parte dello stipendio e a lavorare fino a 250 ore al mese. Nel 2019 un’altra indagine coinvolse 19 imprese e 34 indagati. Nel 2023 la Finanza individuò quasi 2.000 lavoratori irregolari nei cantieri. Fincantieri ha sempre rivendicato la propria estraneità ed è parte lesa nei procedimenti.
Nemmeno la comunità è un blocco unico. Nel 2024 una faida tra due fazioni originarie dello stesso villaggio bengalese, Abdullahpur, esplose a Mestre attorno al controllo di un’associazione e a un presunto ammanco di 120.000 euro in un money transfer. Coltelli, martelli e catene. Lo scontro arrivò fino in Bangladesh, dove ci fu anche un morto. Howlader allora cercò di mediare tra i gruppi. La frammentazione si vede proprio sulla moschea: lo sciopero minacciato da Howlader non convince né gli operai bengalesi di Fincantieri né i sindacati. La Comunità islamica sceglie il dialogo e, almeno sui toni e sul metodo, una parte dei musulmani veneziani sembra oggi più vicina al sindaco Simone Venturini che a Howlader.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >