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I toni, insomma, sono duri, e infatti si denuncia «il nuovo totalitarismo islamista» che «cerca di guadagnare terreno con tutti i mezzi e di passare per vittima dell’intolleranza». La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un’iniziativa di un sindacato di insegnanti che ha proposto uno stage di formazione sul «razzismo di Stato» interdetto ai «bianchi». Non è la prima volta che in Francia si indicono iniziative contro la discriminazione organizzate, paradossalmente, proprio a partire dall’esclusione di chi ha la pelle troppo bianca. I firmatari dell’appello denunciano quindi «un’apartheid di nuovo genere», un «segregazionismo di nuovo tipo» che nasce quando un gruppo etnoreligioso decide di fare «secessione dalla comunità nazionale e i suoi costumi».
Gli intellettuali transalpini rincarano la dose: «Che qualcuno viva nella legge della sua comunità o casta e nel disprezzo di quella degli altri, che qualcuno sia giudicato solo dai suoi, questo è contrario allo spirito della Repubblica». L’atto d’accusa è forte: «Il nuovo separatismo avanza sotto mentite spoglie. Vorrebbe sembrare benigno, ma in realtà è solo un’arma della conquista politica e culturale dell’islamismo. L’islamismo vuole stare a sé poiché rifiuta gli altri, ivi compresi i musulmani che non condividono le sue vedute. L’islamismo detesta la sovranità democratica, poiché essa gli rifiuta ogni legittimità. L’islamismo si sente dominato allorché non domina».
L’appello non ha mancato di suscitare reazioni. A partire dal massimo livello della politica francese, quello del governo stesso. Benjamin Griveaux, portavoce dell’esecutivo, ha criticato l’uso della parola «apartheid» e ha spiegato che, «se è vero che ci sono quartieri in cui il salafismo ha preso il potere», non di meno la «riconquista» non si fa «sui giornali», bensì «con la polizia di sicurezza». L’ex primo ministro socialista Manuel Valls, pure eletto anch’egli nelle fila dei macronisti, ha invece condiviso il testo, scrivendo che «è tempo di aprire gli occhi e dire le cose come stanno. È il miglior servizio che si possa rendere alla Repubblica e ai musulmani di Francia, per aiutarli a combattere l’islam politico e l’islamismo». Il dibattito è in parte legato a una tematica strettamente francese: al di là delle Alpi, com’è noto, esiste una legge sulla laicità entrata in vigore addirittura nel 1905, secondo cui ogni simbolo religioso deve essere escluso dallo spazio pubblico, cosa che ha creato una lunga querelle sulla liceità del velo islamico in scuole e uffici, per esempio.
Ma, al di là delle problematiche «francesi, troppo francesi», va da sé che l’appello va a prendere di petto le aporie della cosiddetta «accoglienza» di minoranze sempre meno… «minoritarie» e portatrici di ideologie intolleranti e aggressive. Non stupisce, quindi, che l’appello sia stato rilanciato anche da Jean Messiha, membro dell’ufficio politico del Front national, che ha auspicato una «diffusione di massa» del testo. E alla fine ci volevano proprio i musulmani per mettere una volta tanto d’accordo (quasi) tutti, da Valls ai lepenisti.
Leggi anche l’analisi di Marco Lombardi sullo Stato islamico e l’inchiesta sulle banlieue firmata da Adriano Scianca e pubblicata sulla Verità l’11 ottobre 2016.
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