Quando i «pugili» dell’Aula sono di sinistra
Emanuele Fiano (Ansa)
Da Emanuele Fiano a Tommaso Barbato, non sono pochi i casi, nella storia parlamentare, in cui esponenti progressisti sono passati dalle parole agli schiaffoni. Con una differenza: se menano loro, si parla al massimo di «teppismo», se lo fanno gli altri è «squadrismo».

«Squadrismo intollerabile», denuncia Nicola Fratoianni di Avs, dopo la rissa a Montecitorio in cui ha avuto la peggio il grillino Nicola Donno. «Aggressione teppistica», protestava nove anni fa il suo mentore, Nichi Vendola, dopo che alcuni deputati di Sel erano stati aggrediti da ex compagni del Pd. Non è mai facile azzeccare l’aggettivo corretto da mettere vicino alla parola violenza. Però le sfumature sono importanti ed è assai istruttivo scoprire che lo stesso tipo di rissa parlamentare è senza dubbio «fascista» e «squadrista», se scatenato da deputati di destra, mentre è derubricabile a «teppismo» se ha come protagonisti compagni che sbroccano. E se si scorrono gli annali di Camera e Senato, di compagni che sbroccano se ne incontrano eccome.

Intanto va detto che questi Moti del 12 giugno sono sfociati in 11 salomoniche sospensioni di breve durata, perché i regolamenti parlamentari non li ha scritti Nicola Mancino e quindi a lorsignori i Daspo non si possono dare. Però va detto che una certa violenza era nell’aria da giorni, a prescindere dalla riforma delle Autonomie su cui è scattati il corpo a corpo. Tre settimane fa, il 29 maggio, il senatore grillino Marco Croatti e Roberto Menia di Fdi si sono affrontati nell’aula di Palazzo Madama e sono stati divisi all’ultimo momento da colleghi e commessi. Entrambi erano scesi come razzi verso l’emiciclo e sono stati placcati in una scena da rugby. Ma in questa semi-rissa sarebbe ingiusto dimenticare il contributo a un sereno confronto offerto dal pentastellato Ettore Licheri, avvocato sassarese, che da alcuni minuti stava urlando ai senatori del centrodestra «Voi siete Giorgia». Forse con intenzioni sessiste.

E l’importanza di tenersi in forma, se del caso anche con digiuni, è testimoniata dal grande gesto atletico dell’ex segretario del Partito radicale Roberto Cicciomessere, morto un anno fa a 77 anni. Nel 1982, in un dibattito infuocatissimo su massoni, politici con il grembiulino e loggia segreta P2, Cicciomessere si lancia sui banchi del governo con un salto da olimpionico. Però all’ultimo passo scivola e manca clamorosamente il bersaglio, franando a terra di lato. E qui, accasciato, inerme come un vero gandhiano, si sarebbe tentati di sostenere che abbia subito un’aggressione squadrista, perché un numero imprecisato di deputati lo ha preso a calci e pugni fin quando è stato salvato dai commessi. Ma erano tutti onorevoli del Pci. Quindi al massimo un po’ teppisti.

E a proposito di figli della banlieue in azione nel Palazzo, eccoci al 13 febbraio 2015, con la Camera impegnata in una maratona notturna sulla sfortunata riforma Renzi-Boschi. Tra deputati di Sel e del Pd vanno in scena per ore insulti e sfottò, con il fondamentale contributo ritmico dei grillini, che battono senza sosta le mani sui banchi urlando «onestà, onestà!». Dopo alcune espulsioni, il deputato antagonista Daniele Farina, dal Leoncavallo con furore, sfiora il contatto fisico con Emiliano Minnucci e Luigi Taranto del Pd, mentre dai banchi di Sel parte il grido «pezzo di m…». Per chi sarà? Chi l’ha urlato? Questa volta la rissa parte davvero, mentre il sindacalista della Cgil Giorgio Airaudo scorrazza in piedi sui banchi. Alla fine compagni ed ex compagni si professano tutti vittime della violenza (riformista?) altrui e solo Gianni Melilla e Donatella Duranti, entrambi di Sel, si fanno medicare. Risultato: arriva il segretario Vendola e denuncia: «Siamo stati oggetto di una aggressione teppistica da parte di parlamentari del Partito democratico, e questo è inaccettabile».

Il livello comunque è sempre stato questo. Per esempio, il 18 marzo del 1949, le cronache repubblicane riferiscono che il deputato comunista Giuliano Pajetta (fratello di Giancarlo), un piemontese che si era fatto l’esilio, la guerra di Spagna e la guerra partigiana, si «scagliò a catapulta contro un collega» con il quale se le diede di santa ragione. Meno male che non era armato. La miccia? Quel giorno Montecitorio aveva appena approvato l’adesione dell’Italia alla Nato. E al comandante Pajetta partì l’embolo. Quattro anni dopo, a Palazzo Madama, c’è il dibattito sulla famigerata «legge truffa», scritta da Mario Scelba e voluta da Dc, Pli, Pri e Psdi. A un certo punto, siamo a marzo del 1953, cominciano a volare cassetti e pezzi di banchi divelti a mani nude e scagliati contro la presidenza. Ne fa le spese il ministro repubblicano Randolfo Pacciardi, due medaglie d’argento al valor militare, che rimane ferito.

Se pugni e spintoni sono brutti, gli sputi sono anche peggio. A gennaio del 2008, cade il governo di Romano Prodi. Gli animo sono tesi, perché il giorno della mozione di sfiducia è preceduto da settimane in cui c’è un viavai di senatori dal centrosinistra al centrodestra. Quando Palazzo Madama manda a casa il Professore, il centrista Tommaso Barbato insulta e sputa verso il compagno di partito Nuccio Cusumano, che si sente male e sviene. A fine 2018, invece, è l’approvazione della Finanziaria a scaldare gli animi, con il corpulento onorevole del Pd Emanuele Fiano, spalleggiato da Enrico Borghi, che prima cerca di raggiungere i banchi del governo, poi tira per aria il malloppo della legge di bilancio e colpisce, senza volere, il sottosegretario all’Economia, Massimo Garavaglia. Un anno dopo, a ottobre del 2019, Fiano si fa perdonare mettendo il corpo tra grillini ed esponenti di Fdi, che erano venuti alle mani sul taglio dei parlamentari. Che a volte sono solo degli arcitaliani: né squadristi, né teppisti, ma tipi da bar.

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