Piano Pd per spaccare il centrodestra
Dario Franceschini (Ansa)

Quello di Dario Franceschini, democristiano di lungo corso e artefice di grandi manovre tra le quali la sponsorizzazione di Elly Schlein alla segreteria del Pd e di Silvia Salis alla guida di Genova, sarebbe un messaggio in codice.

Da decifrare esattamente come in tempo di guerra si dovevano decrittare le frasi pronunciate durante le trasmissioni di Radio Londra. Cosi scrive il Corriere, accendendo il faro sulle operazioni per la nomina nel 2029 del futuro presidente della Repubblica.

Escludendo di poter chiedere a Sergio Mattarella di restare per un terzo mandato (ma chi lo può davvero escludere? In fondo non c’è due senza tre e non è detto che l’attuale inquilino del Quirinale sia intenzionato a fare le valigie dopo 14 anni di regno), Franceschini ha lanciato un appello dicendo che, a prescindere da chi vincerà le elezioni, il prossimo capo dello Stato dovrà essere condiviso da entrambe le coalizioni.

Curioso che dopo trent’anni di nomine fatte a colpi di maggioranza, ovviamente di sinistra, Dario Franceschini senta l’esigenza di dire che il garante supremo dell’unità della nazione, l’uomo che al di sopra dei governi deve assicurare il rispetto della Costituzione, vada scelto da tutte le parti in causa. Ma come? Quando fu issato sul Colle Giorgio Napolitano, ovvero un dirigente comunista che applaudì l’ingresso dei carri armati a Budapest, forse la decisione fu condivisa con il centrodestra?

Se non sbaglio, l’ex ministro dell’Interno del governo Prodi fu eletto nonostante la contrarietà di Silvio Berlusconi, che all’epoca rappresentava la coalizione all’opposizione. Stessa decisione unilaterale della sinistra quando, dopo un’intesa per indicare Giuliano Amato, Matteo Renzi cambiò idea e fece eleggere dai suoi Sergio Mattarella.

All’ultimo giro, cioè quando fu dato il via libera al bis dell’attuale presidente, Giorgia Meloni, che stava all’opposizione di un governo di unità nazionale che aveva trovato la sua più autorevole applicazione nel green pass, non fu neppure avvisata della scelta, ma scoprì in aula che i giochi erano fatti. Dunque, per oltre vent’anni la sinistra si è votata il capo dello Stato che ha voluto, senza condividerlo con nessun’altra forza politica.

Perché, dunque, oggi Franceschini sente il bisogno di lanciare un messaggio in codice, come dice il Corriere della Sera? La spiegazione è semplice: per la prima volta l’elezione del presidente della Repubblica potrebbe essere decisa da un parlamento a maggioranza di centrodestra. Nonostante ciò che si affannano a raccontare giornali e tv, il campo largo al momento resta un’idea suggestiva ma non una coalizione. Infatti non si conosce un programma comune di Pd, 5 stelle e Avs, e nemmeno è chiaro chi guiderà, come candidato premier, la sinistra.

Perciò è difficile immaginare una vittoria di Schlein, Conte, Salis o altri che fra tre anni consenta di eleggere un capo dello Stato scelto unicamente dalla sinistra. Ecco quindi che Franceschini ha inaugurato le grandi manovre, per impedire che a decidere il presidente della Repubblica sia il solo centrodestra. Ma sarebbe ingenuo considerare l’appello dell’ex ministro della Cultura di Conte e Draghi come una raccomandazione che lascia il tempo che trova, ossia come l’invito delle mamme a mettere la maglia di lana quando in una giornata fredda i figli escono di casa.

Quello di Franceschini non è un banale invito alla concordia rivolto all’intero centrodestra, ma un messaggio a quella parte di maggioranza che su alcuni temi già manifesta insofferenza di fronte alla linea comune della coalizione guidata da Giorgia Meloni. Insomma, non è molto difficile capire che l’obiettivo è spaccare il centrodestra e si intuisce a chi si rivolge l’appello del più abile dei colonnelli del Pd: il canto della sirena di Franceschini ha come obiettivo un pezzo di Forza Italia e forse anche qualche frangia della Lega.

In fondo, Mattarella non fu eletto anche con i voti del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, ossia con un costola del partito di Berlusconi che, dopo la rottura fra il Cavaliere e Renzi, scelse di restare al governo? E allora, si deve essere detto Franceschini, perché non ritentare il colpaccio? Mancano meno di tre anni all’elezione del futuro presidente e il tempo per lavorarci e guastare i piani di Giorgia Meloni c’è. Dunque, prepariamoci a futuri sgambetti.

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