Una sfida che sembra quasi una dichiarazione di guerra. O meglio, di guerriglia. Ieri pomeriggio, dopo aver annunciato un sabato all’insegna della quiete, smentendo la prevista «serata di lotta», i No Tav accampati in Val di Susa, in spregio al divieto del prefetto di Torino Donato Cafagna, hanno alzato il livello dello scontro con una dichiarazione che non lascia margine di errore.
«Noi domani saremo in giro e chiamiamo un appuntamento la mattina alle 10 per uscire insieme dal presidio di Venaus. Invitiamo chi può a raggiungerci, invitiamo chi non può venire a mostrare la sua solidarietà No Tav, a stendere un telo o mettere una bandiera No Tav fuori dalla propria casa o luogo di lavoro».
Se fin qui la dichiarazione diffusa dai militanti del movimento in presidio a Venaus tramite i propri canali social poteva sembrare un proclama politico, il seguito è inequivocabile: «Vogliamo rompere l’assedio, vogliamo cogliere quest’occasione di attacco mediatico, politico e militare come uno dei tanti momenti per ribaltare la paura, per farla cambiare di campo». E ancora: «Dicono che Venaus è per loro “troppo evocativo” e dunque non possiamo starci. Beh, se lo è per loro, lo è senz’altro se non di più per noi. Ci evoca ricordi di resistenze passate e sogni sempre attuali di libertà. Quindi, rilanciamo».
Una sfida in piena regola quella dei No Tav, che accusano le istituzioni: «Stanno attaccando la valle, lo fanno con i mezzi della polizia e con i mezzi della politica, con l’informazione e con la repressione. In un mondo distopico, ci siamo presi tre giorni per ragionare sull’utopia, per conoscere nuove compagne e compagni e guardare avanti, con la testa in aria ma i piedi a terra. Ci vediamo stasera per cenare insieme al presidio di Venaus e per qualche concertino. Poi, a nanna presto perché domani mattina dobbiamo far girare loro la testa. Portare bandiere, striscioni, trombe, casse e buon umore».
L’appello dei No Tav: «Rompere l’assedio»
Parole di sfida che Simonetta Matone, ex magistrato deputato della Lega, ha commentato così: «È inaccettabile il ricatto alle istituzioni, a meno che non sia dichiarata ufficialmente da parte degli antagonisti una sorta di guerra civile contro lo Stato democratico dalle conseguenze inimmaginabili».
Le ordinanze del prefetto e la zona rossa
Nei giorni scorsi Cafagna, con ordinanza prefettizia emessa il 29 luglio e consegnata ai primi No Tav arrivati al presidio, ha vietato il «campeggio libero» nell’intero territorio dei Comuni di Susa e di Bussoleno «dalla mezzanotte di giovedì 30 luglio e sino alle 7 di lunedì 3 agosto», istituendo una zona rossa. Appena la notizia ha fatto il giro della Valle, i No Tav si sono spostati a Venaus. Dove, il 30 luglio, li ha raggiunti un’estensione dell’ordinanza precedente e dunque il divieto di campeggio anche a Venaus. L’ordinanza, inoltre, dispone il divieto di detenere, «senza giustificato motivo», «oggetti e materiali idonei all’occultamento del viso», come caschi, maschere e mascherine, «fumogeni e materiale esplodente di qualunque natura, nonché di bottiglie e contenitori in vetro, per prevenirne l’uso con finalità violente». Con altri provvedimenti «contingibili e urgenti», sempre a partire da giovedì e fino al 2 agosto, «è stato vietato l’accesso a porzioni di arterie stradali e alle aree boschive prossime e circostanti ai cantieri Tav di Chiomonte, San Didero e Traduerivi».
Controlli e strategia per evitare nuovi scontri
Lo scopo delle ordinanze, avevano spiegato fonti della Prefettura, è anche quello di consentire i «servizi di “filtraggio” e di controllo da parte delle forze di polizia e l’identificazione dei detentori di materiali idonei all’offesa per l’applicazione delle relative misure penali ed amministrative». Chiaramente i controlli puntano a evitare scenari di guerriglia tra manifestanti e forze dell’ordine come quelli di sabato scorso. La reazione dei No Tav non si era però fatta attendere e anche in questo caso è stata all’insegna della sfida: «Non possiamo piantare le tende ma nessuno ci impedisce di stare qui all’interno del presidio».
Ieri pomeriggio i militanti presenti, in quello che è stato provocatoriamente ribattezzato il «non campeggio», erano circa una cinquantina, sorvegliati da personale della Digos e del reparto mobile della polizia. E come detto, la «serata di lotta» prevista per ieri è stata sostituita da eventi tipici di un fine settimana in un centro sociale, come: «“Discussione su forme di autonomia energetica, workshop e racconti”, confronti sulle “narrative palestinesi”, un incontro con alcuni militanti arrivati dalla Colombia, giochi e – alle 18.30 – un’“assemblea del bivacco”. A seguire una “serata insieme al presidio” con “proiezioni libere”».
In poche parole, un totale e continuo rimescolamento delle carte rispetto al programma previsto, seguito poi dall’annuncio minaccioso per oggi di «ribaltare la paura, per farla cambiare di campo». Una strategia che, forse per la prima volta, sposta la strategia dei No Tav sul piano della guerra psicologica. Perché la serie di annunci diversi non può che rendere per le forze dell’ordine sempre più difficile conoscere in anticipo le loro mosse.
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