Mentre Gualtieri pensa allo Spin time, Roma va a fuoco e si respira diossina
Roberto Gualtieri (Ansa)

Due incendi, avvenuti a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, rappresentano in maniera plastica la visione della città da parte del sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Il primo, ormai noto in tutta Italia, è quello che mercoledì 29 luglio ha portato al sequestro (e al conseguente sgombero) di Spin time, il palazzo occupato (dal 2013) di via Santa Croce in Gerusalemme. Da allora una larga fetta degli abitanti del palazzo è passata a occupare la strada prospiciente.

E il Campidoglio ha iniziato a lavorare alacremente, compreso Gualtieri in prima persona, per garantire il ritorno degli occupanti nell’immobile, arrivando a mettere sul tavolo con la proprietà la proposta di acquistarlo. «Con quali soldi?», spiega perplessa alla Verità una fonte vicina al dossier, che aggiunge: «Che poi, se anche lo compri non ci puoi mettere le persone dentro in quelle condizioni. Chi firma? Se scoppia un incendio, chi va in galera?». Secondo la nostra fonte, infatti, «l’impianto elettrico è quello che è ed è stato modificato dagli occupanti, l’impianto antincendio non funziona, non credo ci sia allaccio del gas, quindi vanno a bombole…».

L’altro incendio è avvenuto tre giorni prima, domenica 26 luglio, quando per tutto il pomeriggio nel cielo di Roma Sud hanno volteggiato gli elicotteri del servizio antincendio che cercavano di domare il fuoco divampato in un’ex cava a pochi passi dall’uscita Laurentina del Gra, il Grande raccordo anulare. Apparentemente si trattava di uno dei tanti incendi estivi. Ma già nei giorni successivi, gli abitanti di Vallerano, Fonte Laurentina, Acqua Acetosa Ostiense, quartieri nati negli ultimi vent’anni, hanno capito che non era così. Perché in mezzo all’appezzamento spuntavano «fumarole», volute di denso fumo che indicavano chiaramente che sotto al terreno c’era qualcosa che stava ancora bruciando. E sviluppando, sia pure in quantità non allarmanti, diossina, rilevata dai campionatori posizionati da Arpa Lazio, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale. I valori, per quanto poco sopra alla media, «indicano la presenza di una fonte di emissione localizzata, ovvero significano che l’incendio ha effettivamente generato diossina».

Dopo l’uscita dei dati, sui social, dei quartieri confinanti, qualche residente di lungo corso lancia l’allarme: negli anni, la cava dismessa, un appezzamento di terra di più di un ettaro, si sarebbe trasformata in una discarica dove sono stati sversati e seppelliti rifiuti di ogni genere. L’incendio, insomma, è diventato una piccola «Terra dei fuochi», ubicata dentro Roma, a una decina di minuti dall’Eur, uno dei quartieri simbolo della Capitale.

E a distanza di 10 giorni dal rogo, come La Verità ha verificato, i rifiuti interrati bruciano ancora, sviluppando piccole colonne di fumo che durante la notte il vento trasporta nei quartieri vicini, dove gli abitanti raccontano, sia sui social sia di persona, di svegliarsi all’improvviso per il bruciore agli occhi.

Del resto, le foto che vi mostriamo non lasciano spazio all’immaginazione: nella cava dismessa, priva di recinzione, si trova ogni tipo di rifiuto, a partire dai temibili pannelli in eternit, che contengono amianto e che andrebbero smaltiti con delle procedure particolari. E che invece, oltre a essere stati lambiti dal rogo, sono abbandonati a cielo aperto, ridotti a pezzi. Non mancano nemmeno materassi, rottami ferrosi e rifiuti di cantiere di vario genere. Ma è impossibile capire quali materiali sprigionino l’inquietante fumo, dall’inconfondibile odore di prodotti chimici, che si vede uscire da sottoterra. Oggi è previsto un sopralluogo da parte di una delegazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari, presieduta dal deputato leghista Jacopo Morrone.

La gravità della situazione emerge anche dalle indiscrezioni sul fascicolo aperto dalla Procura di Roma, coordinato dal procuratore aggiunto Antonino Di Maio che guida il dipartimento Ambiente, per discarica abusiva. Gli accertamenti, però, sono mirati a verificare se ci sia anche un’ipotesi di traffico illecito di rifiuti e se l’incendio sia stato provocato dalla criminalità per nascondere il reato. Ma tutto questo, almeno finora, non è bastato per una presa di posizione pubblica di Gualtieri o dell’assessore all’Ambiente, Sabrina Alfonsi. A interagire con gli abitanti dei quartieri interessanti dai fumi dell’incendio sono stati, infatti, solo gli esponenti della giunta del Municipio IX, guidato dalla dem Titti Di Salvo che però, oltre ad avere poteri limitati, non hanno brillato per solerzia. Va detto che poco dopo il rogo l’assessore all’Ambiente del Municipio, Augusto Gregori, si è recato sul posto, incontrando i cittadini.

Ma solo tre giorni fa la presidente Di Salvo ha indirizzato al direttore del dipartimento Ambiente del Campidoglio la richiesta di «adozione dell’ordinanza di diffida» che, se disattesa, permette ai sindaci di procedere alla bonifica dei terreni privati. Nel testo della richiesta si legge: «Dai sopralluoghi effettuati è emersa la presenza, sulle medesime aree, di ingenti quantitativi di rifiuti di varia natura, abbandonati in superficie e in parte interrati tra cui fusti di materiali liquidi, rifiuti ingombranti, Raee e coperture, cisterne ed altri elementi che sembrano essere composti da amianto». E ieri, finalmente, il Municipio, dopo una riunione operativa alla quale hanno partecipato tra gli altri gabinetto del sindaco, vigili del fuoco e Asl, ha chiesto la temporanea rimozione dei sigilli per il «tempo necessario per consentire ai pompieri di accedere al sito e avviare senza ulteriori ritardi gli interventi di messa in sicurezza».

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