A cavallo tra luglio ed agosto si è infuocata di nuovo la discussione sul reddito di cittadinanza come se il provvedimento fosse stato varato all’insaputa di tutti e con un colpo di mano all’ultimo momento. Sentite cosa scrive ieri su La Stampa Lucia Annunziata: «Qualcuno di voi pensa che, se il reddito di cittadinanza fosse stato un fenomeno concentrato al Nord, l’attuale governo avrebbe tagliato con la stessa solerzia e burocratiche cattive maniere il sostegno dello Stato, comunicandone il taglio via sms a 169.000 famiglie? Io ho pochi dubbi. Si tratta soprattutto di una operazione contro il Meridione e i meridionali che va letta insieme alla parallela introduzione dell’autonomia differenziata e dei tagli al Pnrr».
D’altra parte, Giuseppe Conte, come se il Nostro fosse ancora a Palazzo Chigi, vorrebbe convocare il Consiglio dei ministri: «Invitiamo il governo a riunire immediatamente il Consiglio dei ministri per provvedere con urgenza a porre rimedio a queste decisioni sciagurate».
Partiamo dal secondo, cioè dal leader dei 5 Stelle, il professor Giuseppe Conte. Generalmente, almeno dal 1948 ad oggi, un leader dell’opposizione, un gruppo parlamentare o un gruppo di parlamentari dell’opposizione, chiede che vengano convocati con urgenza i due rami del Parlamento, Camera e Senato, per discutere nella sede naturale quello che è stato discusso e approvato in Parlamento e al Senato stessi.
Sarebbe come se uno che ha partecipato alla riunione di condominio e ha preso una decisione, ad esempio di rifacimento delle canale, il giorno dopo chiedesse una convocazione d’urgenza del condominio stesso per rivedere la sciagurata decisione di rifare le povere canale. A quanto ci risulta Giuseppe Conte siede comodamente come deputato nella Camera dei deputati, è presidente del Movimento 5 Stelle, è avvocato e giurista nonché professore di diritto, quindi l’occasione di discutere di questo provvedimento ce l’ha avuta e ce l’avrà ma, evidentemente, non gli basta e vorrebbe avere il potere di convocare, anche dall’opposizione, il Consiglio dei ministri. Come il professore Conte sa, ciò è impossibile perché non lo prevede la Costituzione. Essa si può sempre cambiare ma per ora questa c’è. Tra l’altro, sull’onda di quanto detto da Grillo di indossare il passamontagna e andare a rivendicare nelle piazze e sotto i palazzi del potere, frase non degna di un fondatore di un movimento politico (ma forse non sapeva e non sa quello che è successo in Italia con i passamontagna), il professor Conte sostiene che: «Sul reddito è guerra ideologica sulla pelle dei poveri. Sale la rabbia (incentivata molto dal suo Movimento che, come è noto, ha preso i voti sul reddito di cittadinanza)». Ora, è il caso di fare qualche osservazione.
La prima. Come è noto a tutti, comprese le facciate di Palazzo Chigi, ente inanimato ma con le orecchie grosse come quelle di un elefante, il reddito non è stato abolito ma ridimensionato, da 8 miliardi si è passati a 7, non è stato tolto a coloro che non possono lavorare e si sta provando a riavviare (per ora con dubbie possibilità di riuscita) la rete dei Centri per l’impiego. Cioè, quei Centri, pensati male e scritti con i piedi, che avrebbero dovuto – come affermato dai medesimi 5 stelle – rappresentare una misura provvisoria che favorisse appunto l’inserimento nel modo del lavoro. I 5 stelle danno da sempre la colpa di questa non riuscita proposta alle Regioni e le Regioni rispondono che loro i soldi ce li hanno messi. È sicuro che la colpa sia di Conte e non anche di qualche Regione? No, ma andrebbe dimostrato un po’ meglio di quello che hanno fatto finora.
La seconda. Il taglio del reddito di cittadinanza è stato annunciato dai partiti durante la campagna elettorale dello scorso anno e poi all’insediamento del governo. Stiamo facendo i conti, a circa otto mesi dall’annuncio, cui è stato dato seguito. Sembra un po’ tardi rinvenirsi tra fine luglio e l’inizio di agosto. Se si volevano organizzare manifestazioni in tutta Italia il tempo c’era, forse mancava la certezza di avere un seguito popolare.
La terza. Quello che scrive Lucia Annunziata rappresenta, da una parte, una foto Polaroid, di quelle che si sviluppano all’istante, e da un’altra parte una interpretazione francamente abbastanza incomprensibile. La parte Polaroid ci dice una cosa già nota: essendo concentrata la povertà maggiormente al Sud che al Nord, è chiaro che il reddito ha interessato alcune regioni più di altre. Io sono tra quelli che ha sempre sostenuto, e lo ha anche ripetutamente scritto, di non essere contrario, ma anzi di essere assolutamente favorevole a fornire ai cittadini in disoccupazione involontaria uno strumento di sostegno che li faccia rientrare nel mercato del lavoro il più presto possibile. Tra l’altro, come l’Annunziata sa bene, di lavoro c’è più bisogno al Sud che al Nord dove i tassi di disoccupazione sono molto inferiori.
Allora la domanda è: pensa l’autorevole giornalista che la Meloni veramente voglia fare una battaglia contro il Sud e coloro che vi abitano? Fratelli d’Italia sarebbe diventato un partito del Nord come la vecchia Lega di Bossi che si è sempre mossa intorno al 5%? In questo caso, alle Europee, la Meloni come penserebbe di prendere qualcosa come il 30% di voti? Francamente a me sembra qualcosa che cozza con un ragionamento molto semplice, addirittura banale: se la Meloni vuol conservare il consenso non può farlo mettendo una parte del Paese contro l’altra, avrebbe problemi di ragionevolezza che pensiamo non abbia.
La quarta. Il Partito democratico, con alla guida – si fa per dire – Elly Schlein, ora sale sulle barricate, forse dimenticandosi un passato recente nel quale, quando fu varato il provvedimento, lo stesso Pd si disse contrario. Ha ragione Conte, è una battaglia ideologica, ma si dimentica che in questo momento è lui la fonte principale che la attizza come si fa con il legno nel caminetto. In questo caso il caminetto è il Paese e si dovrebbero usare le grandi molle del caminetto stesso per toccare un problema così e aizzare, o provare a farlo, il Paese.
Nel caso di Conte si potrebbe parafrasare quello che è stato preso da una frase di Dante tratta dal ventinovesimo canto dell’Inferno: «Chi è causa del suo mal pianga sé stesso».
Purtroppo, in questo caso, siamo costretti a piangere anche noi.
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