Campo largo: «Con la coalizione stretta si perde»

«Avete letto bene quello che avete sottoscritto? È una cosa invotabile»: lo sfogo in Transatlantico di Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, leader della corrente riformista del Pd, raccolto dal Corriere della Sera, è rivolto a Chiara Braga e Peppe Provenzano, rispettivamente capogruppo alla Camera e responsabile steri del partito, tendenza Schlein.

Il riferimento di Guerini è alla risoluzione che chiedeva lo stop a tutte le spese per la difesa, sottoscritta da Pd, M5s e Avs.

La Verità ha cercato di capire a che punto è la situazione: «Rispetto al 2022», ci fa notare uno degli esponenti del Pd più vicini alla segretaria, «Elly una coalizione competitiva con la destra è riuscita a costruirla, ed è una coalizione competitiva. Nel nostro partito, ed è una costante, ci sono sensibilità diverse, così come tra i partiti della coalizione. Ora tocca comporre le diverse sfumature in una posizione unitaria, ci riusciremo con la collaborazione di tutti».

Il fantasma del 2022 e il nodo alleanze

I lettori della Verità ricorderanno che, alla vigilia delle elezioni politiche del 2022, raccontammo ora dopo ora i tentativi di una parte del Pd e del M5s di impedire a Enrico Letta di consegnare la vittoria a Giorgia Meloni senza neanche giocare la partita.

La guerra in Ucraina era appena iniziata, alla Casa Bianca c’era Joe Biden, e Letta, che prima dello scoppio della guerra aveva definito Conte «una persona affidabile», chiuse definitivamente le porte in faccia ai pentastellati, prendendo spunto dalla mancata fiducia al governo guidato da Mario Draghi.

Conte (la storia si ripete) aveva detto basta all’invio di armi all’Ucraina: Letta a quel punto scelse la fedeltà a Washington e alla Nato rispetto alla possibilità di vincere le elezioni, e preferì che a palazzo Chigi andasse Giorgia Meloni, che intanto aveva posizionato Fratelli d’Italia su una linea totalmente filo-atlantista e pro-Kiev.

Pd e M5s infatti andarono divisi, e nei collegi uninominali fu una disfatta: tranne che in pochissimi casi, il centrodestra fece il pieno. Oggi, con il M5s alleato con il Pd e il resto del centrosinistra, la situazione sarebbe molto diversa: da qui nasce la volontà di Giorgia Meloni di cambiare la legge elettorale eliminando proprio i collegi uninominali.

Il confronto con Schlein e la linea dei riformisti

Ma torniamo alla situazione nel Pd: ci risulta che Guerini e Elly Schlein si sono poi confrontati in maniera serena, ripercorrendo i passaggi che hanno portato a quella risoluzione, con il presidente del Copasir che ha espresso alla segretaria le sue riserve di metodo nel rapporto con il M5s e sul merito del documento.

I riformisti dem infatti non arretrano di un millimetro: «Sicuramente», sottolinea alla Verità un big della componente, «dal lavoro di Elly in questi anni emergono aspetti positivi. Che ci sia un embrione di coalizione è sicuramente un suo merito. Dopodichè, perché questo embrione cresca e diventi una vera coalizione ci vuole lavoro, perché poi se si vince bisogna governare. Pd, M5s e Avs da soli non bastano: l’alleanza deve essere larga, anzi larghissima, che non può escludere forze politiche centriste come ad esempio Italia viva. Bisogna mettere insieme ceto politico e pezzi di elettorato, su un programma che non sia un libro dei sogni ma abbia alcuni punti fondamentali, tra i quali la politica estera, e sulla posizione sull’Ucraina un chiarimento forte è indispensabile».

Il ruolo di Conte e la sfida per la leadership

E Conte? «Ha forti capacità manovriere», riflette il nostro interlocutore, «si muove da corsaro, con grande spregiudicatezza anche su temi molto delicati, come appunto l’Ucraina».

E la leadership? «Elly vuole le primarie», dice ancora la nostra fonte, «come luogo dove sancire la sua leadership. Non vuole sedersi al tavolo da poker per la scelta del candidato premier, perché sa che ci sono pokeristi molto più esperti: tanto per non fare nomi, Dario Franceschini».

I problemi all’interno del centrodestra

Insomma, la situazione è critica: «Non direi», replica il big riformista, «certo ci sono nodi da sciogliere, ma non è che il centrodestra stia messo meglio. La Lega è in difficoltà come mai prima, Forza Italia è spaccata tra rito romano, Antonio Tajani, e rito milanese, Marina Berlusconi. La legge elettorale è una mina nella coalizione, mentre Roberto Vannacci morde tutti. I guai ce li hanno».

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