Per avere un utero in affitto basta andare a San Marino
  • Visite mediche a San Marino per aggirare le nostre leggi, «menù» delle donatrici. Tariffa standard: 39.000 euro, 10.000 in più per scegliere il sesso del nascituro.
  • «Salvini, glielo dico da femminista.Questo schifo va subito bloccato». La scrittrice Marina Terragni: «Ministro, impedisca la trascrizione degli atti di nascita dei piccoli comprati all’estero. Genitori gay? Ma va’: i bimbi non vengono da “papi e papi”. La sinistra? Ormai s’è ridotta a vendere diritti».
  • Nel mondo è un giro d’affari da oltre 5 miliardi. Nel nostro Paese, ogni anno circa 2.000 famiglie varcano i confini per avvalersi della maternità surrogata.

Lo speciale comprende tre articoli.

Comprare una gravidanza dall’Italia è più facile a farsi che a dirsi. È sufficiente disporre di un indirizzo di posta elettronica, personale sanitario compiacente e ovviamente tanti soldi.

A noi della Verità è bastato inviare una mail nella quale raccontiamo di essere una coppia con problemi di fertilità per ricevere, nell’arco di pochissime ore, un riscontro molto dettagliato sulle possibili soluzioni. Eppure la legge in vigore, la celeberrima 40 del 2004, parla chiaro: «Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600.000 euro a un milione di euro». Cosa permette di violare le regole, peraltro molto severe, previste dal nostro ordinamento? Senza dubbio Internet ha reso tutto più facile: nel nostro caso è bastato digitare sul motore di ricerca le parole «utero in affitto» per vedere apparire numerosi annunci a pagamento di cliniche specializzate. Scegliamo il primo, anche perché il nome, per l’appunto www.uteroinaffitto.com, è già tutto un programma. Atterriamo sul sito della clinica Biotexcom, un centro di medicina riproduttiva con sede a Kiev (Ucraina). Nulla di che stupirsi: la maternità surrogata è infatti una prassi perfettamente legale in molti Paesi, tra i quali rientra ovviamente la stessa Ucraina. Molto più strano, invece, che nella pagina del sito della clinica dedicata alle rappresentanze di Biotexcom nel mondo compaiano ben quattro città italiane: Milano, Pesaro, Roma e Palermo. Ma come, questa pratica non era assolutamente vietata nel nostro Paese? Spulciando il sito approdiamo a una pagina difficile da rintracciare nella quale, effettivamente, si legge che in questi centri è possibile effettuare nell’arco di una sola mattinata un check up diagnostico completo (prelievo del sangue, spermiogramma e visita ginecologica) anche se per i soli trattamenti di fecondazione eterologa, pratica della quale si occupa la clinica e che, seppur con numerose limitazioni, è legale in Italia. Ma sarà proprio vero?

Dopo aver dato uno sguardo alle statistiche relative ai pazienti italiani (nel 2016 sono documentati 198 casi, di cui 129 positivi pari al 65% dei tentativi), decidiamo di contattare la clinica via email. Trascorsa una manciata di ore riceviamo una risposta molto cordiale, in italiano, da parte di una certa Ludmila (chi scrive si firma solo con il nome). Non abbiamo modo di verificare se il nostro interlocutore ci risponda effettivamente dall’Ucraina, né tanto meno se disponga di una qualche qualifica in campo medico. Fingiamo di metterci nelle sue mani. La referente allega alla mail una dettagliata presentazione in formato pdf, contenente informazioni sulla maternità surrogata e sulle attività della clinica. La prima parte del documento è dedicata a rassicurare i futuri genitori sugli aspetti legali della vicenda. «A differenza di quanto avviene sul territorio italiano», si legge, «in Ucraina vige una legge che prevede che le donne che mettono al mondo un bambino per conto terzi non possono in alcun modo esercitare il diritto di madre nei confronti del nascituro. Di fatto, la madre sarai per diritto tu e soltanto tu sotto ogni punto di vista, senza esclusione».

Ma veniamo al capitolo «pagare moneta, vedere cammello». Qua il linguaggio improvvisamente cade di livello, e la sensazione di avere a che fare con una trattativa commerciale di bassa lega diventa, riga dopo riga, sempre più evidente. Veniamo rassicurati sul fatto che le «nostre ovodonatrici e madri surrogate sono rigorosamente controllate sotto ogni punto di vista, fisico, psicologico e genetico». L’aspetto delle «volontarie» si può verificare tramite un apposito database (corredato di foto, età e livello di istruzione) liberamente consultabile e raggiungibile cliccando sul banner in mostra sulla homepage. Sembra di essere al mercato, se non fosse che di mezzo ci sono le persone. «Noi lavoriamo esclusivamente con materiale biologico fresco di tipo A», ci tengono a sottolineare più avanti, «questo per garantire il massimo successo a ogni tentativo». Le «tariffe» a listino sono due: quella «Standard» (39.900 euro) e la «Vip surrogacy» (49.900 euro). Poche ma importanti differenze: nel secondo si può scegliere il sesso del bambino, l’accoglienza nella clinica è per 4 mesi (anziché 2), è possibile soggiornare in un hotel di lusso e, per chi porta i fratellini (magari concepiti anch’essi nella clinica) è incluso un servizio di baby sitting per 8 ore (anziché 4).

Postilla finale: per chi avesse dubbi o perplessità, la clinica può fornire «il numero di riferimento del medico legale a Roma, in modo tale da accedere a un primo consulto». Da quel che si legge, sembrerebbe dunque che il nostro sospetto, che qualcuno promuova la pratica illegale dell’utero in affitto sul territorio italiano, sia fondato. Con l’aggravante che le consulenze sarebbero tenute da personale medico. Proviamo a incalzare la nostra referente, la quale dopo una prima resistenza ammette che «se sarà tutto ok, sarà possibile fissare il primo appuntamento a San Marino». L’escamotage è semplice: anche se la località è facilmente raggiungibile dalla penisola, formalmente la consulenza si svolgerà all’estero. Senza contare che anche nella piccola Repubblica incastonata tra l’Emilia Romagna e le Marche è in corso in questi mesi un vivace dibattito sulla possibilità di mettere fuori legge la maternità surrogata.

La conversazione va avanti: Ludmila ci chiede altre informazioni, analisi di laboratorio, prova a perfino a convincerci della necessità di chiedere al nostro medico un certificato per attestare che «alla signora viene sconsigliata una gravidanza/fecondazione assistita». Lo scopo finale è farci sottoscrivere i contratti che regolano la «fornitura di servizi» tra gli aspiranti genitori e la Renaissance (la ragione sociale che gestisce la clinica). Pagine nelle quali c’è davvero poco spazio per il romanticismo e, viceversa, ogni aspetto burocratico, logistico e legale viene sviscerato e analizzato nel dettaglio. La «consegna del bambino sano» fa venire in mente un pacco contenente merce difettosa: sebbene venga specificato che in caso di «aborto o morte del bambino l’agenzia garantisce la ripresa dei tentativi senza costi aggiuntivi», cosa succede al pargolo se malauguratamente dovesse nascere affetto da qualche patologia? Si provvede al reso come per gli acquisti sui siti di ecommerce? Quando si tratta del pagamento invece è tutto molto più chiaro: la transazione deve avvenire in 5 «comode» rate, mentre nel caso dei gemelli i genitori sono tenuti a sborsare 3.000 euro in più.

Non manca poi l’assistenza legale per ciò che concerne i documenti per l’espatrio. Come promesso nel documento inviatoci da Ludmila nella prima mail, «tornando nel vostro Paese d’origine il bambino entrerà come cittadino italiano, con un passaporto italiano provvisorio rilasciato dall’ambasciata italiana». Arrivati a questo punto la vicenda si fa spinosa perché in questi casi estremi anche la giurisprudenza arranca. Una pronuncia del 2004 della Corte di Cassazione ha giudicato «contraria all’ordine pubblico» la trascrizione dell’atto di nascita di un bambino nato in Ucraina tramite maternità surrogata, ipotizzando i reati di alterazione di stato e false dichiarazioni al pubblico ufficiale su qualità personali. Un’altra sentenza emessa nel 2014, invece, riconosce la conformità alla «lex loci» del Paese in cui è stato redatto di nascita.

Ha fatto scalpore, l’estate scorsa, il caso di una trentina di coppie spagnole bloccate in Ucraina per via del rifiuto da parte delle autorità consolari iberiche di trascrivere le nascite nel registro civile. Sullo sfondo, il timore legato al traffico di minori. Se è vero che solo nella clinica Biotexcom nascono decine di bambini italiani all’anno, come si comporta la nostra ambasciata in Ucraina nel momento in cui frotte di genitori si presentano con un bebè in braccio?

Fonti diplomatiche confermano che le richieste di registrazione di bambini da parte di coppie italiane arrivano a Kiev con un ritmo di circa 10/15 al mese, oltre 100 all’anno. E che l’ambasciata provvede a segnalare all’autorità giudiziaria italiana le situazioni che ai funzionari appaiono anomale. La nostra fonte aggiunge: «Un uomo può anche dichiarare di essere il padre biologico, ma per capire se una madre ha davvero partorito basta un solo sguardo…».


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