Speranza sapeva delle miocarditi ma ha fatto scaricabarile sull’Aifa
Roberto Speranza (Ansa)
  • Con le toghe, l’ex ministro ha ammesso di essere al corrente dei disturbi al cuore causati dalle dosi. Eppure, benché si vantasse di essere lui a decidere, ha svicolato: «Bloccare le iniezioni era un compito dei tecnici».
  • L’ex assessore ha sempre minimizzato gli effetti avversi. E nel suo libro ha scritto: «Segnalazioni rare».

Lo speciale contiene due articoli

Roberto Speranza ignorò il problema degli effetti avversi dei vaccini anti Covid, benché di essi fosse perfettamente al corrente. In fondo, era solo il ministro della Salute… Che volete che contasse? Mica era lui il dominus della pandemia (anche se poi si è vantato più volte di essere stato il Grande Risolutore). No: se c’era, dormiva. E comunque, non era tenuto a intervenire. Dovevano occuparsene i tecnici. È stata questa, in sostanza, l’autodifesa dell’esponente piddino davanti ai magistrati del Tribunale dei ministri di Roma.

Egli ha ammesso di essere sempre stato a conoscenza delle reazioni avverse ai vaccini e di aver saputo che un evento su cinque era «grave, gravissimo, o addirittura mortale». I contenuti dell’interrogatorio li hanno riferiti a Orsobruno (Byoblu) l’avvocato Antonietta Veneziano e il suo collega Angelo Di Lorenzo, membri dell’associazione Avvocati Liberi, i quali hanno seguito il procedimento giudiziario contro l’ex ministro e contro Nicola Magrini, all’epoca dei fatti direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco. I due hanno in mano le oltre 30 pagine con le motivazioni dell’archiviazione di Speranza.

Oggi, alla Verità, Di Lorenzo fornisce altri dettagli significativi. Con le toghe, infatti, l’ex ministro è stato piuttosto specifico, a proposito degli effetti collaterali di cui era stato informato dai report Aifa: tra essi, ha citato anche le «miocarditi». Non è un mistero che i preparati a mRna potessero indurre infiammazioni cardiache, negli under 40 e specialmente negli adolescenti. Se ne iniziò a parlare tra la primavera e l’inizio dell’estate 2021, in seguito alla pubblicazione di un dossier israeliano. Ma il nostro ministro non ritenne che fosse necessario intervenire, svolgere ulteriori approfondimenti, magari sospendere le somministrazioni nelle fasce d’età più esposte al pericolo di miocarditi e pericarditi. Nemmeno nel nome di quel «principio di precauzione» che, spesso, aveva invocato per giustificare restrizioni e chiusure.

Che scusa ha trovato Speranza per tanta inerzia? Dinanzi ai magistrati, racconta alla Verità Di Lorenzo, l’ex ministro ha precisato «di non aver assunto una decisione politica sull’interruzione della somministrazione» dei vaccini, «perché nessuno glielo aveva detto». E chi avrebbe dovuto dirglielo, dal momento che il responsabile della salute degli italiani era lui? «Si riferiva», spiega il legale, «in particolare a Ema, Cts e Aifa, a suo parere l’unico organo funzionalmente competente ad adottare la decisione». Ecco: se c’era, Speranza dormiva, ma comunque non avrebbe potuto fare niente.

Strana ricostruzione della vicenda. Già, perché durante tutto l’interrogatorio, il politico lucano ha invece rivendicato il suo ruolo di decisore politico, ancorché attento a seguire le indicazioni della scienza. «Lui si occupava delle decisioni politiche», prosegue l’avvocato Di Lorenzo, «questo era il suo compito anche a dire del Tribunale, mentre sulle questioni tecniche si pronunciavano i suoi esperti. Ma poi Speranza non ha assunto nemmeno questa decisione politica di sospensione delle somministrazioni, quantomeno in via precauzionale». L’ex assessore potentino, dunque, ci ha tenuto a gonfiare il petto e a ribadire che era in capo a lui la responsabilità politica della gestione della pandemia e della campagna vaccinale; guarda caso, però, quando si trattava di agire per far fronte a un’emergenza imprevista e di cui egli era, per sua stessa ammissione, a conoscenza (il 20% di reazioni gravi alle iniezioni, compresi casi di morte e di miocardite), Speranza si è trincerato dietro l’assenza di indicazioni da parte dei tecnici. Si chiama scaricabarile.

«Certamente l’ex ministro non si assume la responsabilità della decisione», commenta l’avvocato Di Lorenzo, continuando a illustrare il contenuto delle carte del Tribunale. «Piuttosto evidenzia che tale competenza era di Aifa, come se Aifa fosse qualcosa di diverso o indipendente dal ministero della Salute – ma all’epoca il dg di Aifa era nominato proprio dal ministro della Salute – dal quale risulterebbe staccato alla stregua di un compartimento stagno. E ricorda, a dimostrazione di quanto sostiene, che la decisione sulla sospensione prima, e sul ritiro poi, del prodotto di Astrazeneca, fu assunta da Aifa». Nicola Magrini, considerato un fedelissimo di Speranza, dovrebbe legarsela al dito: lui resta indagato e le dichiarazioni del suo ex principale rischiano di aggravarne la posizione.

Sì, è vero: il 15 marzo 2021, in seguito alla morte del sottufficiale di Marina Stefano Paternò, che aveva assunto una dose del farmaco anglosvedese, l’ente bloccò le inoculazioni. Quattro giorni dopo, però, forte di un pronunciamento dell’Ema, fu il governo a rimettere in moto la macchina delle punture. E fu sempre il governo che, trascorse 24 ore dal decesso di Camilla Canepa (vaccinata a un Open day in Liguria) e ascoltato il parere del Cts, stabilì di riservare Astrazeneca agli over 60.

Al netto delle consultazioni con gli esperti, in ultima istanza, le decisioni sono sempre state politiche. Così come è stata politica la scelta di Speranza di minimizzare o negare i danni dei vaccini: come quando, il 15 aprile 2021, giurò che Astrazeneca era «efficace e sicuro»; o quando, il 24 settembre di quell’anno, ribadì che i vaccini erano tutti «efficaci e sicuri», nonché un «simbolo di libertà»; senza contare che, nel libro Perché guariremo, l’ex ministro ha parlato solo di «rare segnalazioni di effetti avversi».

A ben vedere, ciò che emerge dalle valutazioni del Tribunale dei ministri – benché abbia condotto a una archiviazione – svela tutte le clamorose contraddizioni e le omissioni che costituiscono il nocciolo duro della responsabilità politica di Speranza e degli altri gestori della pandemia. Il giochino delle tre carte basato sui rimpalli di responsabilità va a braccetto con la sicumera esibita negli anni passati ed è emblematico dell’uso strumentale della scienza, sfruttata come paravento o, alla peggio, come capro espiatorio (con la collaborazione degli stessi scienziati, va ammesso).

Tocca poi notare la stupefacente leggerezza con cui viene manifestata agli inquirenti la consapevolezza degli effetti avversi: se tutti sapevano, se sapeva l’Aifa e sapeva Speranza, perché ai malcapitati cittadini è sempre stato ribadito che di problemi non ce n’erano e che a parlare di danni erano solo i terrapiattisti no vax? Se era nota l’esistenza di miocarditi e decessi, perché minimizzare costantemente? «Se andiamo a riprendere i suoi interventi pubblici, anche in Parlamento o in altre occasioni istituzionali o in interviste o comunicati», commenta l’avvocato Di Lorenzo, «Speranza non mi pare abbia mai detto di essere a conoscenza di tutto questo… Anzi, ha sempre parlato di assoluta sicurezza e dileggiato chi osava sollevare questioni di eventi avversi». Lui di questioni scientifiche non si occupava. A meno che non potesse usarle per attaccare chi gli faceva le pulci.

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