«Rimettete la mascherina ai bimbi»
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L’assurda proposta del capo dei pediatri, dopo l’appello dell’Oms: genitori e figli dovrebbero indossare i bavagli in sala d’attesa. «È una forma di educazione sanitaria».

«Per quanto riguarda gli adulti, se la utilizzassero sempre nelle sale d’attesa e negli ambulatori sarebbe meglio, […] è un richiamo alla loro educazione sanitaria». L’appello pro mascherina di Antonio D’Avino, presidente della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), rappresenta l’ennesimo tentativo di drammatizzare la situazione dei contagi Covid. Indossare il bavaglio sarebbe un comportamento virtuoso, la dimostrazione di aver compreso come si promuove la salute.

D’Avino esorta genitori e figli «a venire con le mascherine per evitare che proprio in sala d’attesa possano contagiarsi, vista la circolazione sostenuta di Sars-Cov-2». Ma è incomprensibile questo allarmismo quando il virus spaventa solo i nostalgici delle misure coercitive. Certo, la scusa sempre buona è che «l’ha detto l’Oms». In effetti, l’ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa, pochi giorni fa, ha raccomandato: «Per ridurre le probabilità di infezione, in particolare ora che il Covid sta circolando di più, prendete in considerazione l’uso di mascherine negli spazi chiusi affollati».

L’agenzia consiglia di valutarne l’utilizzo in situazioni particolarmente a rischio. E comunque sappiamo che l’Oms tende a eccedere nel valutare la crescita dei contagi. I medici pediatri della Fimp ne fanno invece una questione di buona prassi, di educazione sanitaria. Mascherina forever, pronta all’uso.

D’altra parte, D’Avino l’aveva già annunciato nel maggio dello scorso anno. «La Fimp è al lavoro per elaborare dei criteri operativi omogenei ai quali i pediatri di famiglia dovranno attenersi scrupolosamente su tutto il territorio nazionale». Venne elaborato un manuale operativo dove si indicava: «Per i medici di medicina generale (Mmg) ed i pediatri di libera scelta (Pls) rimane fortemente consigliato l’utilizzo dei dispositivi di protezione respiratoria durante tutte le attività di studio, domiciliari e/o residenziali».

In una tabella erano riportate le tipologie da utilizzare, ovvero «mascherine tipo Ffp2 per sintomatici (mal di gola, tosse, febbre, raffreddore, nausea, diarrea) e loro accompagnatori/caregiver» da aprile a novembre; «mascherine tipo Ffp2 per tutti i soggetti afferenti agli studi medici», da dicembre a marzo. Quindi, dispositivi facciali sempre, distanziamento in sala d’attesa da inizio inverno a primavera. Si sottolineava che «la sinergia tra prevenzione vaccinale e utilizzo appropriato delle mascherine Ffp2 rappresenta una strategia di controllo delle principali infezioni respiratorie efficace ed economicamente sostenibile». Il passo successivo è il richiamo alla «educazione sanitaria».

Per acquisire conoscenze, atteggiamenti, abitudini che contribuiscono a proteggere da un danno alla salute, occorrono però indicazioni serie, scientificamente fondate. Quale messaggio viene dato ai genitori, quando trovano un video da titolo I bambini non devono ammalarsi di influenza, sul sito della Federazione italiana medici pediatri? In poco più di tre minuti, il dottor Martino Barretta spiega a mamme e papà che l’influenza è deleteria per i loro pargoli perché poi «si ammalano di più» in quanto «il virus influenzale debilita il sistema immunitario» e poi ci sono le complicanze, «polmonari, neurologiche, cardiologiche come miocardite e pericardite che possono portare anche a morte il bambino». Non solo, ma per molte di queste complicanze «vengono ricoverati in ospedale». Il tutto per raccomandare il vaccino antinfluenzale che, ovviamente, «è efficace e sicuro», invece di lasciare che un bimbo si immunizzi naturalmente.

Non dimentichiamo che a giugno 2021, l’allora presidente Fimp, Paolo Biasci, presentava il decalogo per cui «è bene vaccinare gli adolescenti» contro il Covid e tra i «buoni motivi» si diceva che era per evitare di contagiare parenti anziani o fragili, o compagni di scuola non vaccinati e «per contribuire al controllo della pandemia contenendo la circolazione del Sars-CoV-2 e il rischio di sviluppo di nuove varianti». Sic.

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