- L’Organizzazione a gennaio, nel giro di quattro giorni, ha modificato le linee guida per i medici: le polmoniti dal decorso insolito sono state escluse dai fattori di allarme. Così il Covid ha potuto circolare per almeno un mese in Italia prima di essere riconosciuto.
- «Pronti i test sierologici per gli esami di massa». Il direttore della ricerca dello Ieo Giuseppe Pelicci: «Sono validati dall’Iss. Ma non possiamo rilasciare patentini di immunità».
Lo speciale comprende due articoli.
«L’epidemia vera, quella per insorgenza di sintomi, è un’epidemia che parte molto prima, di sicuro a gennaio, e forse chissà, non lo sapremo mai, anche prima». Parola di Stefano Merler, esperto di modelli matematici epidemiologici della Fondazione Bruno Kessler, intervenuto venerdì alla conferenza stampa dell’Iss. Un’ipotesi che sembra confermare il legame con quell’ondata di polmoniti sospette esplosa al Nord un paio di settimane dopo Capodanno.
«Mentre le date di notifica fanno partire l’epidemia dal 20 febbraio, che è il giorno in cui ci siamo accorti del “paziente 1″, e i tamponi abbiamo cominciato a farli da lì in poi», ha spiegato Merler, «facendo delle analisi retrospettive ci siamo accorti però che c’erano moltissime persone infette in Lombardia ben prima». Senza particolari ostacoli sul proprio cammino, secondo i calcoli dello studio Fbk-Iss, il coronavirus ha potuto raggiungere un tasso di riproduzione (il famoso R zero) pari a 3 nei giorni immediatamente precedenti al primo caso di Codogno. Tradotto in soldoni, poco meno di 90.000 contagi in appena dieci passaggi.
Risulta evidente dunque che, per valutare la reale efficacia delle misure di contenimento dell’epidemia, sarà inevitabile concentrarsi su quella che in gergo si chiama «early response», ovvero la prima reazione alla diffusione del contagio. Nonostante sembri ormai assodato che i primi casi riconducibili in Cina al coronavirus vadano fatti risalire almeno allo scorso novembre, Pechino ha notificato per la prima volta all’Oms la «polmonite di eziologia sconosciuta» solo il 31 dicembre 2019. Il 5 gennaio, l’agenzia pubblica un primo avviso, facendo presente però che «non ci sono prove di trasmissione interumana». Pochi giorni dopo, l’11 gennaio, emette le prime linee guida per la definizione di caso sospetto. Dalle quali emerge che a essere testati per il coronavirus dovrebbero essere tutti i soggetti con i sintomi da infezione respiratoria acuta grave (Sari) e bisognosi di ricovero, nonché in grado di soddisfare una delle seguenti condizioni: viaggi a Wuhan nei 14 giorni precedenti; essere operatori sanitari entrati a contatto con altre persone con i sintomi della Sari; sviluppo di un decorso clinico insolito o inaspettato, in particolare un rapido peggioramento nonostante le cure adeguate, a prescindere dalla storia di viaggio.
Queste indicazioni preliminari vengono recepite dal nostro ministero della Salute, che già il giorno successivo pubblica una guida provvisoria per la «gestione clinica dell’infezione respiratoria acuta grave nei casi di sospetta infezione da nuovo coronavirus (nCov)». Seguendo i criteri dell’Oms, in particolare il punto «C», di fatto ogni paziente affetto da infezione respiratoria acuta, e non solo quelli che presentano legami diretti o indiretti con la Cina, viene trattato come un potenziale caso di coronavirus. Con la necessità di mettere in atto un triage separato all’arrivo in ospedale, dal momento che «il riconoscimento precoce dei pazienti sospetti consente l’avvio tempestivo del piano di prevenzione e controllo».
Passano pochi giorni e l’Oms, il 15 gennaio, aggiorna la definizione di caso sospetto, svincolando dal legame con i sintomi dell’infezione respiratoria il criterio relativo al decorso insolito e inaspettato con improvviso deterioramento. La paura di trovarsi di fronte a una nuova Sars è tanta e, complici forse i filmati che circolano sui social network nei quali si vedono cittadini cinesi collassare improvvisamente per strada, l’agenzia opta per la massima cautela, deliberando paletti ancora più generici. La circolare 1997 del ministero della Salute, pubblicata il 22 gennaio, ricalca per filo e per segno la metodologia dell’Oms. Tuttavia, le notizie dell’epoca fanno trasparire un certo scetticismo all’interno della corte di Roberto Speranza, che invia una richiesta di chiarimenti. Quel criterio era considerato forse eccessivamente generico, e l’epidemia troppo lontana per fare danni in casa nostra. Basti pensare che, ancora il 14 febbraio, il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro rassicurava tutti: «Il virus non circola in Italia». Ma il 25 gennaio l’Oms non elimina la definizione «estesa» di caso sospetto: semplicemente la ricollega ai sintomi della Sari, di fatto tornando ai criteri dell’11 gennaio.
Poi, la svolta. È il 27 gennaio quando, con la circolare 2302, il ministero della Salute elimina ogni riferimento alle casistiche più generiche, limitando la segnalazione ai soli soggetti affetti da Sari e con storia di viaggio in Cina, oppure contatto stretto con un’infezione confermata o un caso sospetto. L’Oms, carte alla mano, farà altrettanto il giorno dopo. Seguiranno aperitivi, visite alle scuole cinesi, appelli a lasciare aperte le città. Dovrà passare poco meno di un mese, con la circolare 5443 del 22 febbraio, perché il ministero affianchi alla definizione di caso sospetto l’invito a valutare le «persone che manifestano un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato, senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un’altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica». Un criterio prudenziale che, se adottato per tempo, avrebbe cambiato il corso della storia. Oggi sappiamo che migliaia di connazionali hanno pagato con la vita il prezzo di quella scelta funesta.
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