- A Lidia, cresciuta nel Bolognese, serviva un certificato attestante la sua sordità. Ma è stata messa alla porta a causa delle sue origini russe. La giovane ha deciso di denunciare la dottoressa e fare un esposto all’Ordine.
- Il sindacato di polizia Lisipo contro la sostituzione dei sanitari sospesi: «Rimpiazzarli con i rifugiati ucraini non vaccinati è uno schiaffo a tutti i lavoratori lasciati a casa».
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Ai russi non espropriamo solo i beni, pure il diritto alle cure. Lidia Malica Davidenco, 19 anni, non è figlia di un oligarca, non possiede panfili, case lussuose e nemmeno vanta parentele con il presidente che ha deciso l’invasione dell’Ucraina, eppure è stata discriminata nello studio del suo medico di base.
A Casalecchio di Reno, in Emilia Romagna, nella Regione rossa per eccellenza. Alla giovane e alla di lei nonna, la dottoressa avrebbe detto «Andate via. Non mi piacciono i russi, non mi piace Putin». Frasi pesantissime, pronunciate dopo aver annunciato a Lidia che l’avrebbe tolta dall’elenco dei pazienti. L’unica «colpa» della ragazza sarebbe stata insistere per ottenere il modulo che attesta la sua condizione di invalidità.
La studentessa, iscritta al corso di Economia del turismo europeo, è infatti disabile, affetta da sordità al 99% e, per poter acquistare a Iva scontata un computer da utilizzare all’università, aveva proprio bisogno di quel certificato. La dottoressa, stando al racconto della ragazza, insisteva perché fosse un otorino a rilasciare il documento e quando le è stato obiettato che altre volte l’aveva fornito senza problemi, avrebbe perso la pazienza e addirittura chiamato i carabinieri.
In soccorso di Lidia era arrivata la nonna, facendo saltare del tutto i nervi al medico di base che sarebbe uscito con quella vergognosa affermazione. Dopo i pazienti cacciati perché non vaccinati, adesso vengono discriminati i russi? «Sono nata in Italia e sono cittadina italiana», ha spiegato Lidia al Resto del Carlino, raccontando che la sua dottoressa «fino allo scoppio della guerra in Ucraina era sempre stata disponibile, corretta e professionale».
La giovane non comprende che cosa possa aver provocato un simile voltafaccia, una reazione così priva di professionalità e di rispetto umano. «Che colpa abbiamo, io e i miei familiari, per quello che sta succedendo?», commenta amareggiata. Tiene a far sapere che prega perché «questa tragedia finisca al più presto», ma di essere sconvolta per quanto le è accaduto.
Solo dopo l’intervento dei carabinieri il medico avrebbe compilato il modulo «non in modo esaustivo», precisa Lidia, costretta a tornare alla carica il giorno seguente per ottenere il documento che attesta la sua disabilità. Una richiesta sacrosanta, che non giustificava frasi così profondamente offensive.
Per questo la giovane, dopo essersi consultata con il suo legale, ha deciso di denunciare la professionista per diffamazione aggravata. Presenterà anche un esposto all’Ordine dei medici, perché prenda provvedimenti davanti a un simile comportamento. «Ho notizia di altri episodi discriminatori che è doveroso non tacere», sostiene l’avvocato Alessio Anceschi che segue Lidia. «I cittadini italiani continuano a dimostrarsi accoglienti ed equilibrati, ma purtroppo, e questo caso ne è la prova, c’è sempre qualche eccezione».
Per la verità, più che eccezioni sembrano conferme di un clima di crescente avversione verso il mondo russo e ogni sua espressione. Dalla decisione di sospendere il ciclo di lezioni di Paolo Nori su Dostoevskij alla Bicocca di Milano, poi pietosamente motivata perché si voleva «rinviare e aggiungere autori ucraini», come se in letteratura esistesse la par condicio, osservò lo scrittore che alla fine decise di non fare più quel corso, alla cancellazione del padiglione russo alla manifestazione più importante nel mondo per la letteratura dell’infanzia, si sono moltiplicati gli episodi di stupido boicottaggio di tutto ciò che è russo.
Ne fece le spese anche Alexander Gronsky, fotografo escluso dal Festival della fotografia europea per la sua nazionalità, seppure in prima linea lo scorso 26 febbraio a protestare contro Putin, tanto da venire arrestato, e poi rilasciato. Senza dimenticare i diktat del sindaco di Milano, Beppe Sala, contro il direttore d’orchestra Valery Gergiev, considerato filogovernativo, e di riflesso contro la soprano Anna Netrebko.
Una russofobia, manifestata con decisioni assurde, sanzioni, congelamenti di beni e rapporti diplomatici ai minimi termini che adesso è degenerata in espressioni di autentica avversione per chiunque possa essere collegato a Putin, e venir identificato come un nemico, anche se cittadino italiano senza rapporti con il Cremlino.
La diciannovenne Lidia, per di più con disabilità, è stata marchiata come russa odiosa da mettere alla porta di uno studio medico. Tra emergenza Covid e obblighi vaccinali, senza dimenticare il rifiuto di prestare assistenza ai no vax, come accaduto in più ospedali italiani nei mesi scorsi, non è che i nostri sanitari abbiano perso di vista una delle prime regole della loro professione? Ovvero astenersi dal recar danno e offesa e «di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma discriminazione in campo sanitario».
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