- Oltre all’accordo con Astrazeneca, dai costi ignoti, il governo partecipa alla ricerca Ue con 324 milioni Altri 381 andranno alla raccolta fondi di Bill Gates sponsorizzata dalla Cyrus. Senza garanzie sull’esito.
- Cinque esperti lontani dalla galassia No vax: la profilassi obbligatoria è costosa e non scongiura le diagnosi sovrapposte.
Lo speciale contiene due articoli
Nella grande ammucchiata del vaccino contro il Covid-19, ormai è un furibondo «tutti contro tutti». Organizzazioni internazionali, singoli Stati, organismi sovranazionali alla stregua dell’Unione europea, cordate di Paesi come la neonata «Alleanza europea del vaccino», dal primo all’ultimo terrorizzati dall’arrivo della temutissima seconda ondata di contagi, si sono buttati a capofitto per scovare uno strumento utile a prevenire un possibile ritorno del virus. Unica costante, case farmaceutiche e produttori che sullo sfondo si sfregano le mani in vista dell’arrivo di una montagna di profitti.
Ma come si posiziona l’Italia nella corsa globale per il vaccino? Sono almeno tre le piste che l’esecutivo sta battendo in questa partita. Su tutte però gravano forti perplessità e pesantissimi caveat. La prima riguarda la firma di un accordo con Astrazeneca, multinazionale biofarmaceutica che lavora in partnership con l’Università di Oxford. L’intesa è stata salutata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, come un «primo promettente passo avanti per l’Italia e per l’Europa». La firma del contratto ha fatto seguito alla nascita, annunciata ai primi di giugno, di un sodalizio stretto insieme ai governi di Germania, Francia e Paesi Bassi. Sulle cifre messe in campo da questo consorzio c’è ancora nebbia fitta. L’unico dato certo riguarda l’entità della fornitura prenotata ad Astrazeneca, pari a 300 milioni di dosi, con la possibilità di incrementare il numero fino a 400 milioni. Purtroppo, a discapito della trasparenza, il testo del «memorandum of understanding» sottoscritto dai quattro Paesi non è rintracciabile né sul sito del ministero della Salute, né tantomeno su quello del governo italiano. Per trovarlo, la Verità ha dovuto consultare il sito dell’esecutivo dei Paesi Bassi. Quattro articoli piuttosto asciutti, più un’appendice dedicato alle policy sulle trattative con le aziende che producono i vaccini, tutto all’interno di tre paginette. Scopo dell’Alleanza, «garantire l’approvvigionamento alla popolazione dell’Ue ma non solo, a un prezzo equilibrato». Degno di nota il punto relativo all’organizzazione: l’Alleanza verrà governata e amministrata da un «gruppo ristretto» in rappresentanza dei membri, affiancati da un team di esperti nel campo legale e in quello della finanza. Quasi a chiarire che quella del vaccino, prima che sanitaria, è una questione di natura economica. Voci preoccupate arrivano proprio dai Paesi Bassi, dove esperti e politici hanno sollevato dubbi sulla scelta di Astrazeneca. Oltre alla lunga serie di controversie collezionate negli anni dall’azienda britannico-svedese, legate perlopiù a contenziosi sulla durata dei brevetti e sul prezzo dei farmaci messi in commercio, alcuni mettono in dubbio la bontà stessa della scelta fatta dai quattro Paesi. «È un po’ come comprare casa da un venditore con precedenti penali», ha dichiarato a proposito del vaccino il deputato Henk van Gerven (che tra l’altro di professione fa il medico), «non abbiamo in mano i progetti, e non sappiamo nemmeno se verrà effettivamente costruita, ma nel frattempo dobbiamo firmare il contratto». Parlando domenica da Barbara d’Urso, il ministro della Salute Roberto Speranza si è comunque detto certo che il vaccino di Astrazeneca arriverà «entro fine anno».
Ma che succede se il cavallo sul quale il nostro governo sembra aver puntato tutto o quasi dovesse rivelarsi un bluff? Qua si apre la seconda pista. Qualche giorno in un’intervista pubblicata su Repubblica, Walter Ricciardi, che di Speranza è consigliere, ha dichiarato: «Punteremo sugli altri vaccini, come quelli su cui la Ue sta per investire 2 miliardi». Come annunciato il 17 giugno in occasione della presentazione della strategia dell’Ue, «la Commissione concluderà accordi con singoli produttori di vaccini a nome degli Stati membri» finanziando «una parte dei costi sostenuti dai produttori». Tutto grazie ai fondi dello Strumento per il sostegno di emergenza (Esi), attivato lo scorso aprile con una dotazione di 2,7 miliardi di euro finanziati dal bilancio Ue. Considerato che l’Italia contribuisce al budget dell’Unione per il 12%, si tratta in definitiva di 324 milioni di soldi nostri. Curiosità: a negoziare i prezzi dei vaccini con i produttori ci sarà un’italiana, Sandra Gallina, appena approdata in qualità di vicedirettore generale alla Direzione generale salute e sicurezza alimentare dalla Direzione generale del commercio. «Con il trasferimento della Gallina», si legge nel comunicato, «la Commissione si avvale di un forte negoziatore allo scopo di rafforzare il lavoro sulle numerose priorità sanitarie nel contesto attuale, inclusa la strategia di acquisto anticipato di vaccini».
Arriviamo alla terza pista, quella che riguarda la raccolta fondi lanciata dalla Commissione europea a fine aprile e che culminerà con l’evento-concerto del 27 giugno organizzato in collaborazione con l’Ong Global citizen, di cui è partner Bill Gates. Per capirci, l’appuntamento oggetto dell’affettuoso scambio di tweet tra Conte e la cantante Myley Cyrus. È in quella data che Ursula von der Leyen batterà cassa per tramutare le promesse di donazioni, pari a 9,8 miliardi di euro, in finanziamenti concreti. L’assegno a sei zeri in partenza dall’Italia riporta la considerevole cifra di 381 milioni di euro. Certo, esiste il pericolo concreto che il vaccino non si trovi mai, o peggio che le formulazioni sviluppate non si rivelino efficaci, ma grazie alla mole di finanziamenti già stanziati le aziende coinvolte sono sicure di cadere in piedi. E alla fine il prezzo di questo fallimento rischia di ricadere, come spesso accade, sulle spalle degli onesti contribuenti.
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