Mancano servizi di cura per ansia e depressione, che colpiscono 12 milioni di persone. Ridotta la spesa per i farmaci che potrebbero far diminuire i ricoveri. E fra tre anni ci sarà il 30% di medici in meno.

L’Italia, che grazie anche alla legge 180 è da 40 anni all’avanguardia nella cura delle malattie mentali, rischia di perdere un patrimonio di salute a causa dello smantellamento strutturale, di mancati finanziamenti e di tagli al personale. Proprio mentre cresce il bisogno di cura, «la psichiatria è trattata da Cenerentola della sanità», dichiara Bernardo Carpiniello, presidente della Società italiana di psichiatria (Sip). A maggio compie 40 anni la legge 180 che, con la chiusura dei manicomi e degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), ha creato una vera rete di assistenza psichiatrica di comunità. Con 900 dipartimenti distribuiti su tutto il territorio nazionale, il modello è diventato il riferimento a livello mondiale. «Mettendo il paziente al centro, la psichiatria ha anticipato il collegamento ospedale-territorio», osserva Claudio Mencacci, past president di Sip. Anche sul piano giuridico e normativo, per la tutela dei diritti delle persone affette da disturbi mentali l’Italia è uno dei Paesi più avanzati. I tempi però cambiano. Le richieste e i bisogni di cura sono diversi e servono risorse, non solo finanziarie, ma anche organizzative e culturali. Invece si continua a tagliare.

Le malattie mentali interessano il 38% della popolazione a livello europeo e le forme più gravi colpiscono l’8% dei cittadini. I disturbi psicotici come la schizofrenia, su cui è tarato il sistema italiano, interessano oggi solo il 20-25% dei pazienti (0,7% della popolazione generale). Rispetto al passato sono in aumento i disturbi dell’umore, dell’ansia, della personalità, da uso di sostanze (alcol e droghe) e per nuove patologie, così definite perché presenti con altre malattie, come il disturbo del sonno. La sola depressione, nelle forme da lieve a grave, interessa 4 milioni di persone, ma solo una su tre si rivolge ai servizi sanitari. L’ansia colpisce poco meno di 8 milioni di italiani. Gli adolescenti sono particolarmente vulnerabili, ma non ancora intercettati per essere aiutati. I dipartimenti per la salute mentale, che stanno riducendosi notevolmente a causa degli accorpamenti delle aziende sanitarie, «dovrebbero essere rimpiazzati da modelli organizzativi elastici», osservano gli esperti. Alla tradizionale rete fatta da centri di salute mentale o residenziali (che dovrebbero essere diversificati in base all’intensità e tipologia di cura), dovrebbero affiancarsi servizi di secondo livello, interdistrettuali o interdipartimentali, attivati in base a fasce di utenza definite per caratteristiche (giovani, anziani, donne, uomini) e bisogni specifici (esordi psicotici, disturbi di personalità gravi, eccetera). Il condizionale è d’obbligo perché, mentre si riducono i dipartimenti, non sono ancora in atto nuove forme di riorganizzazione, ma in compenso ci sono tagli sul personale.

«In molte regioni italiane gli organici sono addirittura la metà di quelli fissati sulla base dell’ultimo Progetto obiettivo nazionale», afferma Carpiniello, citando l’ultimo report della Società italiana di psichiatria (Sip). Sono al lumicino anche le risorse finanziarie per la salute mentale che «si attestano mediamente su circa il 3,5% dell’intera spesa sanitaria, a fronte di cifre comprese fra il 10 e il 15% di Francia, il Regno Unito e Germania», secondo Sip. La Conferenza Stato-Regioni, si legge sul report della Sip, «ha fissato da anni nel 5% del Fondo sanitario nazionale la spesa da destinare al settore della salute mentale, ma solo tre aree (le Provincie autonome di Trento e Bolzano e l’Emilia Romagna) stanziano più o meno simili somme, a fronte di oltre la metà delle Regioni che si attestano al di sotto della media nazionale, già di per sé sottodimensionata».

L’ultimo rapporto governativo disponibile, con dati del 2015, dichiara che in Italia, per la salute mentale, si spendono circa 3,5 miliardi di euro all’anno: oltre la metà finisce nell’assistenza residenziale, mentre la spesa farmaceutica è poco più di 600 milioni di euro (circa il 17% della spesa per la salute mentale). Gli antidepressivi pesano per poco meno di 381 milioni, mentre gli antipsicotici circa 220 milioni. Secondo il rapporto Osmed 2017 dell’Agenzia del farmaco (Aifa), per tutti i farmaci usati nel sistema nervoso centrale (quindi non solo in psichiatria) nel 2016 il costo pro capite è stato di 30,2 euro: la metà rispetto agli antibiotici (59 euro). Le strutture pubbliche hanno ridotto la spesa per gli antidepressivi, in base alla categoria, del 13-18% circa. Almeno per i farmaci, non dovrebbero esserci riduzioni. Invece, la logica dei tagli lineari ha colpito anche loro, tanto che gli psichiatri definiscono la scelta «inaccettabile» perché «esclude dai prontuari terapeutici alcuni farmaci di nuova generazione nel settore degli antidepressivi e degli antipsicotici più innovativi e a lunga durata d’azione» in grado di migliorare la cura e di ridurre i ricoveri.

Sono circa 800.000 le persone assistite dal Ssn e nel 54% dei casi sono donne, secondo i dati del 2015 dell’ultimo rapporto del ministero. «Ai servizi sanitari si rivolge però solo l’1-1,3% di chi ne avrebbe necessità» ricorda Mencacci. «Inoltre, anche se i disturbi mentali emergono già nell’adolescenza, la diagnosi avviene con un ritardo di 10-15 anni». Attualmente chiedono aiuto, nel 66,1% dei casi, persone con più di 45 anni. «Dovrebbe esserci uno psichiatra ogni 1.500 abitanti, ma si va da 0,5 a 0,8», conclude Carpiniello. «Nei prossimi tre anni, con i pensionamenti e il mancato reintegro, mancherà circa il 30% degli psichiatri». A 40 anni dalla chiusura dei manicomi, nonostante la strada percorsa, il bisogno di salute mentale cresce in tutta la popolazione, anche nei più giovani, ma si riducono le risorse.

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