- Un nuovo studio pubblicato su «Jama Psychiatry» dimostra che chi fuma marijuana da adolescente ha maggiori probabilità di soffrire di depressione e di togliersi la vita in età adulta. È l’ennesima conferma che non esistono stupefacenti innocui.
- Così un cavillo della sentenza della Cassazione «salva» pure lo smercio a domicilio.
Lo speciale contiene due articoli
Con il termine cannabis o cannabinoidi si comprendono oltre 60 sostanze psicoattive che si ottengono dalla cannabis sativa fra cui i più importanti sono il tetraidrocannabinolo (Thc) e il cannabinolo (Cbn). I derivati della cannabis, hashish e marijuana, sono le più diffuse droghe illegali anche fra gli adolescenti, in tutto il mondo. Gli effetti collaterali dell’uso dei cannabinoidi sono moderata euforia e un senso di «pace» con possibile insorgenza di sonnolenza, mancanza d’ascolto, modificazioni nella percezione spaziotemporale (per questo guidare sotto gli effetti della cannabis è molto pericoloso), agitazione, irritazione, congiuntivite e dilatazione delle pupille. Vi sono anche documentati effetti cardiovascolari quali tachicardia e variazioni della pressione sanguigna.
I derivati della cannabis hanno una tossicità diretta molto bassa. Non vi sono chiari casi documentati di morte per cannabis nell’uomo, mentre vi sono documentati incidenti stradali e sul lavoro, spesso mortali, connessi all’uso di cannabinoidi. Recenti studi hanno dimostrato come la cannabis non sia pressoché innocua come precedentemente creduto, ma che l’uso può condurre a una dipendenza psicologica accompagnata dal rischio di un cambio di personalità, di perdita di contatto con la realtà e di auto negazione.
Una volta assorbito, a causa della sua capacità di sciogliersi nei grassi, il Thc si accumula nell’organismo e la sua presenza può essere rintracciata anche a mesi di distanza dall’ultima assunzione. L’uso di cannabinoidi marcati con apposite sostanze radioattive ha consentito di scoprire l’esistenza di siti selettivi di legame ai cannabinoidi e si è dimostrato che questo recettore media tutti gli effetti farmacologici e comportamentali dei cannabinoidi. La massima densità di tali recettori è stata descritta nei gangli della base e nel cervelletto (responsabile della capacità di orientamento spaziotemporale dell’individuo). Livelli di minore densità sono stati rilevati nel tronco encefalico, nei nuclei talamici, nell’ipotalamo e nel corpo calloso.
Quando la droga viene fumata, il livello di Thc nel sangue raggiunge il suo picco nel giro di 15-20 minuti. Il massimo «high» si ottiene in circa 15-30 minuti. Successivamente il periodo di euforia decresce lentamente per un periodo di tre-quattro ore, nonostante il livello di Thc diminuisca molto più rapidamente. Generalmente, alla cessazione dell’effetto interviene un grande desiderio di assunzione di cibo altamente calorico.
Il Thc viene metabolizzato quasi completamente in un prodotto attivo (11-idrossi-delta-9-Thc) che viene convertito in un metabolita inattivo e quindi eliminato dall’organismo. Il metabolismo del Thc è abbastanza lento; generalmente si considera un’emivita di eliminazione di circa 30 giorni, sebbene alcune fonti indichino un periodo più ridotto (circa quattro giorni). Il Thc, quindi, persiste nell’organismo per svariati giorni o addirittura per settimane. Questa eliminazione lenta tende a intensificare l’effetto dei cannabinoidi successivamente fumati e perciò può, parzialmente, spiegare perché coloro che fanno uso regolare di marijuana raggiungono lo stato di ebrezza più rapidamente, più facilmente e con un quantitativo del farmaco inferiore rispetto a coloro che ne fanno un uso intermittente.
Per i consumatori c’è la possibilità di danni cerebrali a lungo termine in quanto tracce di Thc rimangono a lungo in quest’organo. Diversi studi americani ed europei hanno mostrato vari pericoli come danno cromosomico, disturbo del bilancio ormonale del metabolismo ormonale, danni ai polmoni e alle vie respiratorie. Infine vi è la possibilità di danni cerebrali a lungo termine con documentato sviluppo di psicosi e danni psichiatrici nel tempo. Poco però si sa sull’impatto dell’uso di cannabinoidi sull’umore e sul rischio di suicidio nella giovane età adulta. L’obiettivo di uno studio recente pubblicato su Jama Psychiatry è quello di fornire una stima della misura in cui la cannabis che viene utilizzata durante l’adolescenza sia associata al rischio di sviluppare una successiva depressione maggiore e comportamento suicida.
I ricercatori del McGilll university health center di Montreal, in Canada, hanno selezionato studi longitudinali e prospettici, valutando l’uso di cannabis negli adolescenti di età inferiore ai 18 anni e successivamente accertando lo sviluppo della depressione nella giovane età adulta (tra 18 e 32 anni).
In questa revisione sistemica e meta analisi di undici studi su 23.317 individui, il consumo di cannabis adolescenziale era associato a un aumentato rischio di sviluppare depressione e comportamento suicida in età avanzata, anche in assenza di una condizione premorbosa. Il preadolescente e l’adolescente dovrebbero evitare l’uso di cannabis poiché l’uso è associato a un aumento significativo del rischio di sviluppare depressione o tendenze suicide nella giovane età adulta; questi risultati di Jama Psychiatry dovrebbero spingere i governi ad applicare maggiori strategie preventive per ridurre l’uso della cannabis tra i giovani, anche per il documentato rischio di psicosi già dimostrato nel tempo.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >