Youns El Boussetaoui voghera adriatici
Youns El Boussetaoui (Ansa)
  • Il marocchino ucciso era vittima innanzitutto di sé stesso e di un sistema d’accoglienza che genera caos e ingiustizie.
  • Oggi il gip deciderà se confermare gli arresti domiciliari per l’assessore alla Sicurezza.

Lo speciale contiene due articoli.

Youns El Boussetaoui è morto a Voghera per mano dell’assessore Massimo Adriatici. Con la bava alla bocca i commentatori nazionali puntano il binocolo sul secondo. Perché ha ucciso. Perché ha usato l’arma che portava carica e perché era leghista. L’occasione ghiotta che ha portato Enrico Letta a scrivere il tweet di giornata. Il criminale è l’assessore, l’assassino pistolero. La destra che ama le armi e non le sa nemmeno usare. Peccato fermarsi a uno schema binario che ha trasformato ormai da tempo la sinistra e il Pd in un semplice impulso elettrico. Fatto di cronaca, reazione e attacco. La vita è molto più complessa e le tragedie impongono riflessioni, non semplici spasmi muscolari che in questo caso trasformano Youns in un martire, semplicemente perché vittima di un avversario politico. Il morto merita di più. Almeno da cadavere, merita rispetto. Youns non è un martire ma una vittima. Di sé stesso. Del modello di accoglienza tanto sbandierato e sostenuto dalle felpe di Enrico Letta. Vittima dell’incapacità controllare il territorio e di far rispettare le leggi. Marocchino, 39 anni e due figli. Da dieci anni in Italia ma con più fogli di via. È entrato nel nostro territorio in modo illegale.

Non è mai stato espulso, nonostante le accuse di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Nonostante l’arresto per spaccio e precedenti denunce per produzione di sostanze stupefacenti. In passato è stato accusato di falsità in scrittura privata, falsità materiale e truffa. Guidava senza patente. Prima ancora era stato denunciato per ricettazione e per detenzione illecita di armi e in altra occasione anche di oggetti atti a offendere. Tradotto: armi bianche. Una lunghissima lista di reati che avrebbe richiesto un intervento deciso. Se la legge fosse stata applicata, Youns ora non sarebbe morto. È un dato fattuale. Il che non vuole togliere le responsabilità penali e individuali di Adriatici. Il quale, al momento, risponde del reato di eccesso colposo e sarà processato per questo. Leggendo sui giornali le interviste dei parenti di Youns si capisce quale fosse lo stato di disagio mentale. E il degrado nel quale fosse caduto. Il fatto che sia un degrado ormai comune agli occhi di chi abita in gran parte delle città non elimina il problema. Anzi lo dovrebbe elevare al centro del dibattito politico. Il tweet di Letta che si concentra sulla pallottola e sulla pistola dimostra l’errore madornale e l’ipocrisia verso i clandestini. Youns necessitava di sostegno medico e psichiatrico. Eppure non l’ha avuto. Ma l’effetto drammatico dell’abbandono di migliaia di persone, condannate a stare un gradino sotto la miseria, non è solo che si contribuisce a rafforzare le fila della criminalità, ma anche che si crea uno spaccatura dentro la società potenzialmente deflagrante. Gli immigrati irregolari e gli italiani che vivono del proprio lavoro o dei propri legittimi e sacrosanti patrimoni si sentono abbandonati. Viviamo ogni giorno sotto lo sguardo vigile delle diverse amministrazioni fiscali o di polizia. Chi gode di un patrimonio è aggredito per ogni minimo sbaglio o errore. Paga multe, cartelle fiscali. Sopporta balzelli di ogni tipo. Versa la tassa dei rifiuti anche se sotto casa sembra esserci una discarica. Insomma, qualcosa che sembra uno Stato di polizia.

Eppure basta girare l’angolo e vedere migliaia di Youns liberi di circolare. Liberi di farsi del male e fare del male ai cittadini onesti. Liberi di vandalizzare, molestare e tornare continuamente sul luogo dei loro delitti. Al di là dei gravi reati contro la persona, sembra che ormai in Italia venga perseguito solo chi ha un patrimonio da difendere e tutti gli altri, criminali o sbandati, camminino in un universo intangibile. Così facendo si alimenta il disagio e il fastidio delle persone. Proprio delle migliaia che per scelta non hanno un porto d’armi e desiderano che solo le forze dell’ordine siano tenute a usare la forza per proteggere i contribuenti. Un paradosso politico, se ci si pensa. Il Pd urla contro il porto d’armi e poi contribuisce a penalizzare proprio coloro che non vogliono difendersi da sé.

I partiti, soprattutto la sinistra, dovrebbero comprendere che il rischio è arrivare a un punto di rottura. Dal quale non si torna indietro. Le dinamiche dell’omicidio di Voghera sono tutte da chiarire. Ieri l’assessore interrogato del giudice per decidere l’eventuale ritorno in libertà non ha chiarito il momento più delicato: quando è esploso il colpo.

Certo, il video esplicita chiaramente l’aggressione subita nei momenti immediatamente precedenti. Molti dei testimoni e degli abitanti della cittadina lombarda descrivono il marocchino come un pugile. Il codice penale parifica la capacità di uccidere di un paio di pugni a quella del mirino di una pistola. Ma si tratta di un argomento tecnico che sarà al centro del dibattimento e del processo. Il codice penale non deve fare politica. I partiti invece sì. Fare di Youns un martire significa disprezzarlo tre volte. Prima quando viene abbandonato in una condizione di disperazione e degrado. Secondo, ogni qual volta la magistratura, le norme e le forze dell’ordine finiscono con l’alimentare le tensioni e rinunciano a fare il proprio dovere per evitare il giorno della marmotta. Arrestare, compilare scartoffie, liberare. Arrestare di nuovo. Terzo, lo si disprezza quando lo si usa per una battaglia politica che servirà solo a creare altrove un nuovo Youns.


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