- Ieri sera vertice cruciale dell’Eurogruppo sul Fondo salva Stati ma dal mattino Mario Centeno umilia Giuseppe Conte: «Il testo non si cambia».
- Una lunga scia di bugie e tradimenti. Le date smentiscono Roberto Gualtieri e Giovanni Tria. Già a giugno 2018 il premier diceva: «Contrari a rigidità nella riforma del Meccanismo».
Lo speciale comprende due articoli.
A meno di clamorose (e imprevedibili) sorprese notturne, maturate dopo che l’edizione di questo giornale è andata in stampa, la riunione di ieri dell’Eurogruppo si è tradotta in un’umiliante porta in faccia sbattuta contro Roberto Gualtieri e il governo di Giuseppe Conte.
Si dice che tre indizi facciano una prova. Il primo indizio era giunto lunedì, mentre Conte concionava tra Camera e Senato, millantando ancora spazi di negoziato sul Mes. Ma proprio in quel momento, fonti dell’Eurogruppo lo gelavano così: «I contenuti della riforma del Mes sono già stati concordati». E ancora: «Stiamo lavorando sulla legislazione sussidiaria. Il testo concordato lo scorso giugno non è più oggetto di controversie».
Il secondo indizio era giunto l’altro ieri – mentre il governo italiano ancora si attardava a invocare la mitologica «logica di pacchetto» – con un’altra velina Ue: «Fonti di istituzioni Ue sottolineano che più tempo per firmare il Mes non servirebbe né a negoziare nuove parti del testo né a ottenere concessioni su unione bancaria e garanzia depositi, ad uno stadio troppo prematuro per ottenere qualcosa in pochi mesi». Traduzione: il pacchetto ora non esiste, c’è solo il Mes, peraltro già definito. Al massimo si può posticipare la firma di 1-2 mesi e discutere sulla legislazione sussidiaria, ma l’impianto non si tocca.
Il terzo indizio è giunto ieri, nella forma inconsueta di uno schiaffo preventivo assestato dal presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, il quale, prim’ancora dell’inizio della riunione dei ministri delle Finanze, si è incaricato di chiudere qualunque spiraglio, spiegando in modo brutale che avrebbe detto no sia a cambiamenti del testo che a variazioni sui tempi: «L’accordo è già stato preso, non vediamo ragione per cambiare testo». E ancora: «La firma della riforma del Mes avverrà a inizio 2020. Faremo un altro passo su questa discussione oggi e prenderemo atto della riforma sulla quale abbiamo lavorato molto quest’anno», ma in ogni caso «abbiamo raggiunto un accordo politico e una decisione in giugno, il lavoro tecnico è stato fatto, e oggi faremo il bilancio con la prospettiva di firmare i cambiamenti del trattato all’inizio dell’anno prossimo».
Forse consapevole di aver bullizzato Gualtieri già negli spogliatoi, prima del fischio d’inizio della partita, Centeno ha aggiunto una frase leggermente meno ruvida («È importante che ci sia un dibattito politico in tutti gli stati membri») prima di tornare al consueto standard di durezza («Di certo i ministri lo sottolineeranno: non vedo spazio per rinvii lunghi. Non ne vediamo la necessità, ora stiamo lavorando sugli aspetti tecnici»).
E in effetti, come La Verità aveva spiegato già ieri, quanto ai tempi, resta da confidare solo in un mini slittamento legato a esigenze di traduzione: un po’ un’esigenza vera, e un po’ un pretesto per fingere di guadagnare altre settimane. Quanto ai contenuti, invece, resta spazio solo per discussioni sulla normativa di secondo grado che affiancherà il trattato Mes, in particolare a proposito delle Cacs, cioè le clausole di azione collettiva, ovvero i meccanismi che poi si rivelerebbero determinanti nel disastroso caso di ristrutturazione del debito. Ma la sostanza è quella, e Centeno non ha esitato a rinfacciare al governo italiano di aver già detto sì.
Tra l’altro, tanto per mettere un’altra volta la pistola sul tavolo, nel corso dei lavori di ieri l’Eurogruppo ha lanciato un avvertimento a otto paesi (Italia inclusa, ovviamente) a «prevedere misure aggiuntive» nel 2020 per correggere le «deviazioni significative» dai parametri Ue generate dai loro progetti di leggi di bilancio. Solito meccanismo già sperimentato a giugno 2019: alla vigilia di una firma, si minaccia una procedura.
Da anni non si ricordava un trattamento simile nei confronti di uno dei Paesi fondatori dell’Ue, e meno che mai nei confronti di un governo che si era presentato come amico di Bruxelles. Eppure, davanti a questa sequenza di schiaffi, c’è stato chi non ha fatto una piega come Paolo Gentiloni. Reduce dal coretto «Bella, ciao» intonato con i suoi nuovi colleghi, il neo commissario ha fatto sapere che per lui va tutto benissimo: «È questo il momento giusto per fare passi avanti sul Mes e sull’unione bancaria perché non ci sono crisi in corso. La nuova versione del Mes non danneggia l’Italia, né nessuno».
Dunque, questa partita si avvia a conclusione in modo assai mortificante per l’Italia. E non è un bel viatico né un presagio rassicurante verso la prossima sfida. In particolare – nel corso delle discussioni del 2020, a Mes chiuso – sarebbe fondamentale sfuggire al meccanismo della «ponderazione» dei titoli del debito pubblico. Si tratterebbe dell’introduzione di una valutazione di rischio dei titoli: eventualità addirittura devastante per le nostre banche, grandi detentrici di titoli pubblici. Se quei titoli dovessero infatti essere qualificati in bilancio come crediti rischiosi o di incerta esigibilità, questo aprirebbe terrificanti esigenze di ricapitalizzazione per le nostre banche, già massacrate dalle modalità e dai tempi con cui sono state costrette a vendere (anzi, a svendere) gli npl. Solita storia: guanti bianchi per le banche tedesche e francesi, pugno di ferro per quelle italiane.
Ed è perfino inutile sottolineare che chi si fa calpestare la prima volta (e si rifiuta di opporre il veto sul Mes: cosa che sarebbe ancora possibile nel Consiglio europeo del 12-13 dicembre) è destinato a essere calpestato anche in futuro.
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