La sanitopoli umbra: «La governatrice pd pilotava assunzioni puntando sui disabili»
  • Per Catiuscia Marini i pm parlano di «sodalizio criminale». Scrive il gip: i dem hanno messo su «un meccanismo clientelare diffusissimo».
  • Il reato contestato a Maria Angela Danzì, capolista grillina all’Ue, è «invasione di terreni pubblici». Il M5s: «Resta dov’è, l’inchiesta è irrilevante».

Lo speciale contiene due articoli.

Ognuno lavorava per il proprio tornaconto e la gara si era fatta dura soprattutto per i posti riservati alle categorie protette: disabili e lavoratori svantaggiati. I politici sapevano che si sarebbero trasformati in voti e sostegno sicuri. E pretendevano dai vertici della Sanità umbra di piazzare i propri raccomandati.

Speculavano perfino sui lavoratori svantaggiati. L’inchiesta che ha spezzato i tentacoli del Partito democratico che controllavano le assunzioni nell’Asl di Perugia racconta anche questo spaccato. E al centro c’è la presidente Catiuscia Marini, anche lei del Pd. Da qualche giorno fa la finta tonta sul suo coinvolgimento nell’indagine e, addirittura, ha usato parole pesanti per commentare l’inchiesta: «Ha svelato una situazione sconcertante che se confermata è molto grave per la nostra Regione».

Peccato che i magistrati la ritengano coinvolta fino al collo: «Infatti», scrivono nella loro richiesta di misure cautelari i pubblici ministeri Paolo Abbritti e Mario Formisano, «le attività dispiegate per raggiungere l’obiettivo di soddisfare le pretese degli esponenti politici e in particolare dell’assessore Luca Barberini, del presidente della Regione Catiuscia Marini e dell’allora sottosegretario agli Interni Gianpiero Bocci (segretario regionale del Pd sospeso da Nicola Zingaretti, ndr) consentono di cogliere appieno la forza e la solidità del sodalizio criminale». Per la Procura di Perugia, all’interno del settore della Sanità si muoveva un’associazione a delinquere che pilotava i concorsi e che rispondeva alle sollecitazioni politiche. In cambio i manager coinvolti ottenevano il rinnovo della loro carica. Il gip che ha privato alcuni indagati della libertà personale ha escluso che l’accusa di associazione a delinquere potesse reggere, sostenendo però che il Pd aveva messo su «un meccanismo clientelare diffusissimo di cui gli stessi indagati sembrano essere in qualche misura dei semplici ingranaggi». I pupi, quindi.

Dei pupari, probabilmente, c’è traccia negli atti. Ma forse per cautela investigativa i magistrati non hanno scoperto troppo le carte. Si sa per certo, però, che il direttore generale dell’azienda ospedaliera finito ai domiciliari, Emilio Duca, ha confidato al direttore amministrativo Maurizio Valorosi «di aver ricevuto un nome per le categorie protette proprio dalla Marini». Ovviamente la confidenza, captata dagli investigatori, è stata subito trascritta ed è stampata in uno dei documenti dell’inchiesta. Come i commenti sprezzanti di Duca, che sostiene di avere «un chilogrammo di nomi per le categorie protette». E, soprattutto, annotano gli investigatori, «scherzando dice che bisogna fare una verifica per vedere come hanno votato». Perché la finalità era quella: il voto. I raccomandati finivano nelle filiere politiche di questa o quella corrente.

«Le indagini», è scritto nella richiesta di misure cautelari, «hanno dimostrato come la classe politica sfrutti a proprio piacimento la struttura organizzativa dell’Azienda ospedaliera di Perugia, preso atto della volontà delle figure di vertice della stessa di asservirsi alle loro volontà». Il meccanismo era semplice: i manager indagati, «attraverso l’occupazione dei posti chiave all’interno dell’Azienda ospedaliera, hanno ottenuto un capillare controllo dei concorsi banditi dalla struttura o dall’Asl Umbria uno, distorcendo completamente il regolare svolgimento delle procedure». E sono stati beccati dalle telecamere perfino mentre si scambiavano le buste con le domande d’esame. L’esistenza dell’inchiesta un po’ li preoccupava, nonostante, sostiene l’accusa, ritenevano «di aver operato all’interno di un sistema politico, rispondendo a direttive precise». E per tacitare il timore che avanzava, nelle loro chiacchierate, hanno anche indicato i soggetti che li hanno indotti alla commissione dei reati. I nomi che girano sono sempre i soliti: l’assessore Barberini, la presidente Marini e l’onorevole Bocci. Stando alle captazioni erano i ras della Sanità umbra. Ma qua e là nelle carte compaiono anche altre sollecitazioni esterne. Per la nomina del primario di anestesia, ad esempio, Duca si lascia scappare che il candidato era «sponsorizzato» oltre che dall’assessorato, anche «dalle logge». E in Umbria, si sa, la massoneria è molto presente. Ma ricompare Marini, «a ulteriore conferma delle pressioni ricevute per la nomina», scrivono gli investigatori. E lui: «Ho detto “ma Catiu’… di che cazzo parlate… voi ancora continuate a usare gli stessi strumenti, non v’è bastato?”… no ma non è che gli ho detto così… ma guarda, questo non è nuovo, questo è lavato con Perlana, è uno che nasce di qui, viene dall’ambiente di qui e a 49 anni l’hanno portato a fare il primario… che volevamo fa’? volemo fa’ le carte false?? in galera ci andasse qualcun altro, io non ci vado…». E infatti è finito ai domiciliari. Nonostante le accortezze suggerite proprio dalla presidente della Regione.

È stata lei, stando alle intercettazioni, a dire al direttore generale come fare per evitare di beccarsi un virus spia dalla Procura. Ed è con lei che si lamenta di non riuscire a cancellare dal proprio telefono un messaggio ricevuto. Lei appare preoccupata per il contenuto e aiuta Duca a eliminarlo. Gli investigatori però l’avevano già messo agli atti e hanno ricostruito che il direttore generale avrebbe dovuto consegnare in anticipo le domande di un concorso. La risposta di Marini è stata questa: «Aspettami, passa in consiglio». Ed è finita nei guai.

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