- Il premier magiaro guadagna un altro 4%: è il simbolo del sovranismo continentale. Ha messo al centro famiglia e lotta all’immigrazione. Pronto l’asse con la Lega.
- Vola il Brexit party di Nigel Farage. I gretini trascinano i Verdi tedeschi. L’euroscettico britannico quasi al 32%. In Germania Angela Merkel giù di 7 punti. A picco l’Spd, in risalita la destra di Afd In Spagna conferma per Pedro Sánchez. In Grecia Alexis Tsipras perde e si dimette.
Lo speciale comprende due articoli.
Alla chiusura delle urne, gli exit poll cancellano il luogo comune della costante disaffezione per il voto al Parlamento europeo dell’Ungheria. I cittadini che si sono recati alle urne – il 30,52% contro il 19,53% del 2014 – hanno fatto diventare il Paese magiaro una roccaforte sovranista assegnando a Fidesz, il partito nazionalista del premier Viktor Orbàn, ben il 56% dei voti, pari a 14 dei 21 seggi assegnati all’Ungheria nel Parlamento europeo. Le opposizioni restano molto distanziate. Per il secondo posto c’è un testa a testa fra tre partiti: Jobbik, Coalizione democratica (Dk) e Partito socialista (Mszp), che otterrebbero due seggi ciascuno. Jobbik, partito di destra ultranazionalista ma anti Orbán, appare in calo rispetto al 19% ottenuto alle politiche del 2018. Confermano la crisi delle forze progressiste i socialisti e Dk, partito social-liberale nato nel 2010 da una scissione proprio dei socialisti. I liberali di Momentum, lista giovanile nata dalle mobilitazioni contro la candidatura olimpica di Budapest, potrebbero superare la soglia di sbarramento del 5% e ottenere un seggio. Seggio quasi impossibile per gli ambientalisti verdi di Lmp.
Fidesz è un partito conservatore, populista, euroscettico e cristiano. È membro del Partito popolare europeo, che tuttavia dal 2019 lo ha sospeso, dell’Unione democratica internazionale (conservatori) e dell’Internazionale democratica centrista. Dai numeri resi noti da Europe Elects, Fidesz però crescerebbe sia rispetto alle elezioni nazionali del 2018 (49,6%), sia rispetto alle europee del 2014 (51,4%). Insieme, il premier magiaro Orbàn e il leader della Lega Matteo Salvini, sono considerati i due capofila del fronte sovranista che vuole cambiare i rapporti di forza politici a Bruxelles per creare una nuova maggioranza con i Popolari, tagliando fuori i Socialisti con i vari partiti nazionali di centrosinistra in crisi in un po’ tutta l’Unione: «Al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia», avevano detto Salvini e Orbàn durante l’incontro avvenuto a Milano lo scorso agosto. La sintonia perdura: «Il modello austriaco è finito. Ora siamo passati al modello italiano», ha dichiarato ieri Orbàn recandosi al seggio. Come nelle politiche 2018, anche nella campagna elettorale per Bruxelles il partito del primo ministro ha cavalcato le campagne a favore della natalità e quella anti immigrazione, oltre ad un battage pubblicitario contro Jean Claude Juncker, George Soros e la sospensione dal Ppe. Nel maggio 2018, Juncker partecipò a una celebrazione che commemorava i 200 anni dalla nascita di Marx, dove tenne un discorso in memoria del filosofo. Come risposta, i parlamentari europei provenienti da Fidesz scrissero: «L’ideologia marxista ha portato alla morte di decine di milioni di persone e rovinato le vite di miliardi di individui. La celebrazione del suo fondatore costituisce un insulto alla loro memoria». Per ritorsione contro le sanzioni dell’Ue – che accusa Budapest di non garantire lo Stato di diritto – Orbàn ha ritirato l’appoggio allo «spitzenkandidat» dei popolari di Manfred Weber, elemento di ulteriore avvicinamento al segretario del Carroccio. Malgrado la commissione Ue, Orbàn esce rafforzato da questo voto europeo confermandosi il leader della politica ungherese da oltre 20 anni. Nel 1998, infatti, a soli 35 anni, divenne per la prima volta il premier dell’Ungheria, nazione «con 10 milioni di abitanti, un Prodotto interno lordo di 114 miliardi di euro e solo 20.000 soldati». Nato a Székesfehérvár, la «città dei re» iniziò l’esperienza politica giovanile in una organizzazione comunista cambiando idea subito dopo il diploma, si laureò in Scienze politiche a Oxford grazie a una borsa di studio della fondazione del magnate George Soros con una tesi di laurea su Solidarnosc, il sindacato polacco anticomunista fondato da Lec Walesa. Sposato, grande sostenitore della natalità, ha cinque figli. Durante il suo primo mandato l’Ungheria entrò nella Nato e in campo economico aprì alle liberalizzazioni all’occidentale. Restò 8 anni all’opposizione e nel 2010 prese il 52,73% conquistando i due terzi del Parlamento. Con questi numeri realizzò una riforma costituzionale riducendo da 386 a 199 i seggi all’assemblea nazionale, cambiò il sistema dell’istruzione, dell’informazione e quello giudiziario con il Csm che finì sotto il controllo del governo. Nel terzo mandato, nel 2014, divenne molto critico e intransigente verso l’Ue soprattutto sul tema dei migranti. Confermato nelle elezioni del 2018, sempre contando sulla maggioranza in Parlamento, come primo atto ha emanato la cosiddetta «legge stop Soros», che prevede una tassa del 25% alle donazioni straniere in favore di organizzazioni non governative che supportano i migranti. Molto discussa è stata anche la riforma del lavoro: la possibilità di fare fino a 400 ore di straordinari l’anno, ha fatto scendere in piazza i sindacati. Dal fronte progressista, Viktor Orbàn viene considerato il peggiore dei sovranisti, un fascista che, alla stregua di Vladimir Putin, grazie alle modifiche costituzionali ha controllo assoluto sul Paese, mette la mordacchia ai giornalisti, tiene sotto controllo il potere giudiziario, costruisce muri di filo spinato, almeno prima della chiusura della rotta balcanica, per chiudere l’ingresso degli immigrati. Una posizione di blocco condivisa dai Paesi di Visegrad (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) che però si oppongono alla ripartizione e alla revisione del Trattato di Dublino. Ieri come oggi, l’idea di Orbàn è sempre la stessa: «Il pericolo mortale che minaccia gli ungheresi è l’arrivo di migliaia di migranti musulmani, con il ricollocamento obbligatorio voluto dall’Ue. Soltanto oggi, con i risultati definitivi, sapremo se Viktor Orbàn avrà più peso nel Ppe e sarà un alleato più influente per Matteo Salvini e Marine Le Pen.
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