Il Bpt Italia è la prova che il debito si può piazzare. Ma Gualtieri non ha voluto
  • Altra giornata record, raccolti 14 miliardi. Eppure il Tesoro non ha ampliato le aste malgrado l’emergenza. Anzi, il ministro ha accentrato le scelte: è il preludio al Mes?
  • Ma quali denari a fondo perduto. L’Ue pretende rimborsi e riforme. Ogni giorno escono dettagli che svelano la realtà sul «bazooka» di Angela Merkel ed Emmanuel Macron osannato dai media Berlino frena sulla condivisione del debito, mentre Valdis Dombrovskis parla delle contropartite politiche agli aiuti.

Lo speciale comprende due articoli.

Quattordici miliardi. Teniamo a mente questa cifra. È la somma incassata negli ultimi 3 giorni dallo Stato per il collocamento del Btp Italia a 5 anni tra i piccoli risparmiatori. E oggi tocca agli investitori istituzionali. La dimensione del successo è data dal confronto con la precedente emissione dell’ottobre 2019, quando fu raccolta la somma complessiva di 6,7 miliardi.

Ora confrontiamola con le emissioni lorde del Tesoro dell’intero mese di marzo, con parte del Paese già in quarantena: 32 miliardi, addirittura 1 in meno rispetto ai 33 miliardi del marzo 2019. Peccato che a marzo 2020 le emissioni nette siano state negative per circa 25 miliardi. Sì, avete letto bene, è tutto nero su bianco in un rapporto pubblicato da Bankitalia. Mentre cadevano le bombe sul Paese, a marzo il Tesoro ha pensato bene di emettere meno titoli di quanti ne doveva rimborsare e la differenza è pari a 25 miliardi. E, per far fronte alle uscite crescenti e alle entrate decrescenti, ha dovuto indebitarsi a breve e far massiccio ricorso alle disponibilità liquide presso la Banca d’Italia che si sono ridotte a marzo per 43 miliardi (da 73 a 30). Il livello più basso da fine 2011, i mesi bui della speculazione dei mercati contro i titoli di Stato italiani.

Il Paese era in fiamme dal 23 febbraio, e il 5 marzo al ministero del Tesoro erano ancora a contare gli spiccioli nel salvadanaio, anziché mettere mano al libretto degli assegni. Al punto che il 5 marzo il governo chiedeva al Parlamento l’autorizzazione ad un maggior deficit di soli 6,4 miliardi, portato poi a 20 miliardi l’11 marzo. Nel frattempo, dal 12 al 18 marzo, sull’onda del «non siamo qua per chiudere gli spread» di Christine Lagarde, lo spread da 200 punti saliva a sfiorare i 300 punti, prima che il consiglio straordinario della Bce del 18 lanciasse il nuovo piano di acquisti Pepp, che comunque non ha ancora riportato lo spread al livello (140) su cui stazionava prima della crisi da Covid-19.

Ecco, ora uniamo i puntini e proviamo a spiegare l’incredibile tentennare del governo in quelle settimane, il cui episodio simbolo è stata l’incertezza per i pagamenti fiscali e contributivi di lunedì 16 marzo, slittati poi al 20. Il Tesoro non poteva aprire i cordoni della borsa semplicemente perché non c’erano più soldi e non ha ritenuto opportuno andare sul mercato a chiederne altri? I numeri avvalorano tale tesi. C’è anche un’altra data da incrociare. Lunedì 16 marzo ci fu il primo Eurogruppo in cui emerse che il Mes era l’unico strumento di pronto impiego e su queste colonne raccogliemmo le indiscrezioni apparse sulla stampa estera che parlavano di funzionari del Mef al lavoro su un’ipotesi di suo utilizzo. Il Tesoro pensava quindi ad altre fonti di finanziamento del deficit (come il Mes), diverse dall’emissione di titoli sui mercati, e i suoi piani sono naufragati per la forte opposizione politica verso uno strumento altamente tossico? Eravamo nuovamente sotto il ricatto dello spread? Perché la Lagarde il 12 marzo si era limitata al pannicello caldo di soli 120 miliardi di acquisti aggiuntivi di titoli pubblici dell’eurozona, salvo fare un precipitoso aumento il 18 marzo, di fronte a segnali di difficoltà di qualche banca d’oltralpe e su sollecitazione di un angosciato Emmanuel Macron? Quale genere di timori hanno attanagliato il ministro Roberto Gualtieri nell’allargare i cordoni della borsa?

Sono numerosi i segnali che avvalorano i peggiori sospetti. Ma ci è finita di mezzo l’Italia. Misureremo nei prossimi mesi i danni che il ritardo nell’inondare di liquidità le attività produttive bloccate dalla quarantena, ha provocato al tessuto produttivo del Paese.

Ai primi di aprile il decreto «liquidità», quello della «poderosa potenza di fuoco mai vista», aveva uno stanziamento disponibile di circa 1 miliardo. Erano di nuovo finiti i soldi. Solo il 24 aprile scorso, il governo ha presentato al Parlamento la relazione per essere autorizzato ad un maggior deficit di 55 miliardi (maggior fabbisogno di 155 miliardi) e avantieri è arrivato in Gazzetta ufficiale il decreto legge n. 34 che ne disciplina l’utilizzo.

Ma un altro segnale che i piani fossero altri è arrivato dal dibattito parlamentare del 29 e 30 aprile per approvare la suddetta relazione ed il Def.

Ci risulta da fonti parlamentari, ed è confermato dai resoconti stenografici dell’aula, che in quell’occasione ci fu una forte pressione da parte del Pd ed Iv, affinché fosse concessa via libera al governo e quindi al ministro Gualtieri, nella scelta degli strumenti di finanziamento, segnatamente il Mes, e solo una lotta all’ultima virgola sul testo della risoluzione di maggioranza, abbia evitato di farne esplicita menzione. In particolare, la risoluzione di maggioranza che ha approvato il Def ha impegnato il governo «…a perseguire una politica di attenta ed efficace transizione tra la fase di emergenza e la fase di ripresa dello sviluppo anche utilizzando gli strumenti appropriati tra quelli resi disponibili dalle istituzioni europee…». Iv ha premuto fino all’ultimo affinché si scrivesse «tutti gli strumenti europei compreso il Mes», così come dichiarato da Davide Faraone al Senato.

Allora sorge un legittimo dubbio. Il ministro Gualtieri ha voluto con quella frase esaurire il passaggio parlamentare auspicabile nel caso di accesso al Mes e ritenersi quindi già autorizzato dal Parlamento a mettere la sua firma sotto quella richiesta capestro che abbiamo pubblicato qualche giorno fa?


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