- Nella ristorazione e nell’abbigliamento la scelta di molti per sopravvivere è stata non riaprire. Ripartite a metà le vie del lusso e della movida. Per Confesercenti «se non si coprono i costi di esercizio è un autogol».
- Si riparte tra rebus spostamenti e ristoratori trasformati in vigili. Ieri la riapertura di molte attività commerciali, nel rispetto dei protocolli messi a punto dal governo. Ma è caos burocrazia, come nel caso delle spiagge libere da prenotare e da far custodire (non si sa a chi).
Lo speciale comprende due articoli.
È ovviamente troppo presto per avere numeri affidabili sulla prima giornata di riapertura. Certo, colpiscono alcune istantanee. Si è registrata una significativa protesta a Roma (con un migliaio di adesioni specie nell’abbigliamento e nella ristorazione) contro l’insufficiente sostegno economico del governo. Un’ulteriore protesta ha avuto luogo in zona San Pietro, con 150 negozi legati al turismo religioso che a loro volta hanno accusato il governo di una totale dimenticanza del settore. A Milano, un quadro in chiaroscuro: è tornato a popolarsi l’Arco della Pace, con diverse persone che hanno pranzato all’aperto, ma per altro verso molti locali, anche a Corso Sempione, sono rimasti chiusi. E 200 ambulanti hanno protestato davanti alla sede del Comune. A Capri non hanno riaperto le maggiori boutique, così come sono rimasti ancora chiusi i bar in piazzetta. Ancora a Roma un altro fenomeno, solo apparentemente surreale, ma in realtà motivato dalla fondatissima preoccupazione di occupazioni abusive: con hotel con le porte inchiodate o con i proprietari che vi passano la notte facendo la guardia.
Più in generale è il direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio Mariano Bella, conversando con La Verità, a inquadrare il problema nei suoi termini essenziali e soprattutto razionali: «Se c’è un imprenditore piccolo o anche medio, diciamo fino a 50 dipendenti, che ha perso il 95% o il 100% dei ricavi a marzo e ad aprile, non è affatto scontato che ora, a maggio inoltrato, abbia tutte le energie necessarie a ripartire. E queste energie vanno valutate in termini di conto economico: in particolare, si tratta di capire se i potenziali ricavi di maggio e di giugno rischino di essere prossimi al livello dei costi fissi. Questi costi fissi possono essere stimati nel commercio al dettaglio intorno al 50% del totale dei costi di esercizio, nella ristorazione e nell’alberghiero intorno al 30. Se la caduta dei potenziali ricavi di maggio e giugno si avvicina al livello dei costi fissi, già c’è l’azzeramento del profitto economico, e si è all’indifferenza tra cessare e proseguire, dal punto di vista dell’imprenditore. Me se si va addirittura più in basso, che apre a fare?». Bella non si limita alla diagnosi, ma indica anche quale sarebbe dovuta essere la terapia corretta: «Non una pioggia di incentivi distorti e piccoli bonus, ma 3-4 cose essenziali. A partire da incentivi a fondo perduto realmente commisurati alle perdite subite».
Facendo un passo indietro, il quadro è davvero cupo. Sempre secondo l’Ufficio studi di Confcommercio, ad aprile i consumi in Italia sono crollati del 47,6% (a marzo il calo era stato del 30,1%) e, a dispetto di un rimbalzo congiunturale del Pil del 10,5% stimato per maggio, il Pil rimarrà comunque a un impressionante meno 16% rispetto all’anno precedente. All’interno di questa cornice, i settori che hanno subito un vero e proprio azzeramento sono stati turismo, ristorazione, intrattenimento e automotive.
A questi elementi di lucida razionalità, fa da antidoto la voglia di ripresa, lo spirito combattivo dei singoli imprenditori. Secondo un’indagine realizzata dalla Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) su un campione di 520 piccole e medie imprese, il 70% circa dei pubblici esercizi, e cioè 196.000 locali tra bar e ristoranti, erano effettivamente pronti a ripartire già da ieri. Secondo l’indagine Fipe, «il 95% degli imprenditori intervistati ha già acquistato le mascherine per il proprio personale, mentre il 94% ha già effettuato la sanificazione dei locali. Ciò che non convince per nulla gli imprenditori della ristorazione, invece, sono le barriere divisorie in plexiglass. Il 56% degli intervistati esclude ogni ipotesi di utilizzo, il 37% ne ipotizza invece un impiego alla cassa e poco meno del 5% prevede di installarle tra i tavoli». Venendo alle dolenti note, gli imprenditori sondati da Fipe «stimano un crollo del 55% dei loro fatturati a fine anno e questo si tradurrà in un minor impiego di personale. Secondo le stime, infatti, il numero dei dipendenti impiegati calerà del 40%, con 377.000 posti di lavoro a rischio».
Un’altra ricerca è stata condotta nei giorni scorsi da SWG per Confesercenti. In attesa di dati effettivi su cosa sia effettivamente successo ieri, la previsione era di una non riapertura nel primo giorno utile (cioè il 18 maggio, ieri, appunto) di 6 attività su 10. Il 62% degli intervistati ha dichiarato di non esser pronto a riaprire, a fronte di un 27% già preparato e di un 11% di incerti. Vedremo se i primi dati reali aderiranno a questa previsione.
Sempre in base alla ricerca SWG, e concentrandoci sui motivi di scetticismo, il 68% degli interpellati ha parlato di scarsa convenienza (spese di sanificazione, scarsa clientela, ecc), mentre un altro 13% sembra spaventato o da ragioni di sicurezza o dall’incertezza normativa e regolatoria. Ma è guardando in prospettiva che l’analisi SWG per Confesercenti si fa a tinte ancora più cupe: il 36% teme di essere costretto a chiudere, e il 41% ha la stessa preoccupazione nel caso in cui l’emergenza sanitaria si protragga.
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